La Duke Ellington Orchestra porta il jazz in Italia. "Stimoli dalla diversità, ma anche quelli dell’inclusione"

Cinque date nel nostro Paese, la prima a Firenze il 20 gennaio. Il nipote del fondatore: "Voglio portare il pubblico al centro della storia della musica americana"

di GIOVANNI BALLERINI -
20 gennaio 2023
Duke Ellington Orchestra pic

Duke Ellington Orchestra pic

"Abbiamo un agente a Los Angeles che ci ha proposto alcune date in Italia. Io ero preoccupato perché non avevo troppo tempo per organizzare la band e non ero sicuro di avere disponibili i musicisti giusti. Gli ho chiesto tempo per riunire l’ensemble, li ho chiamati tutti e devo dire che ognuno di loro era eccitato e davvero entusiasta di esibirsi nel vostro Paese. Nel giro di pochi giorni ho firmato il contratto. Vedrete, sarà una bella performance". Dopo il grande successo del 2015, torna a esibirsi in Italia, per Duncan Eventi, la Duke Ellington Orchestra, con il debutto fissato al 20 gennaio al Tuscany Hall di Firenze, per poi fare tappa il 23 al Teatro Olimpico di Roma, il 24 al Politeama Genovese di Genova, il 25 al Teatro Europauditorium di Bologna e il 26 gennaio al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano. Appuntamenti da non mancare per chi non vuol perdere l’occasione per applaudire la storica formazione, che in questo tour vede alla ribalta 15 elementi, diretti da Charlie Young III e che da 88 anni è protagonista di concerti in tutto il mondo con l’appassionata guida di tre generazioni della famiglia Ellington. Alle redini del gruppo infatti, dopo la scomparsa del fondatore Edward Kennedy Ellington, in arte Duke, gli successe il figlio, l’ottimo trombettista Mercer Ellington. Oggi come bandleader c’è il figlio di Mercer, Paul Mercer Ellington, che continua con grande lena a preservare la tradizione musicale del grande pianista e direttore d’orchestra nato a Washington nel 1899, uno dei migliori compositori del XX Secolo (con la sua orchestra compose oltre 2000 brani).

Charlie Young III dirige la Duke Ellington Orchestra

Paul, in che direzione va oggi il jazz? È ancora oggi il sound dell'integrazione razziale? "Il jazz, lo swing sono ancora un bell'universo creativo. Ascoltando i dischi di mio nonno ci si rende conto che lui voleva e riusciva a includeva tutti, non a caso nel 1943 scrisse la suite intitolata 'Black, brown and beige', ispirandosi al cammino di emancipazione del popolo afroamericano negli Stati Uniti. Anche io amo gli stimoli della diversità, ma anche quelli dell’inclusione. Quando vai nei posti a vedere un concerto di una band in gamba non ti chiedi se è nera o bianca e poi a me piacciono formazioni figlie di commistioni di razze, che hanno stili e spunti diversi. Questa è solo una cosa positiva. In fondo anche io sono danese, come mia madre, avevo un padre statunitense e la spina dorsale della mia big band è formata da musicisti afro americani". Che impulso ha dato all’orchestra? "La prima cosa che ho fatto è stata riprendere i concerti. Poi ho dato un’occhiata al repertorio e ho pensato che sarebbe stato bello condurre il pubblico in un viaggio nel sound di mio nonno, che ha scritto musica dal 1919 a quando è morto, nel 1974. Ho preso alcuni pezzi dal primo periodo al Cotton Club, lo storico locale di Harlem in cui, nel 1923, mio nonno fondò la sua orchestra, altri brani dal periodo intermedio e poi dall’ultimo periodo, perché proprio in quegli anni scrisse delle hit che tutti ancora amano. Ho organizzato un buon mix di tutto questo che, come dicevo, ha l’ambizione di condurre il pubblico in un percorso al centro della storia della musica americana, ma con nuove vibrazioni".

Duke Ellington Orchestra

Ha in serbo qualche idea per tenere alto, ancora oggi, il nome e la musica di Duke Ellington? "Sentivo che avevo fatto bene il mio lavoro mettendo l’orchestra in condizione di suonare ancora. Per questo nel 2006 ho deciso di tornare a scuola per studiare cinematografia e mi sono diplomato alla MIU. Da allora ho iniziato altri due corsi e vorrei realizzare nei prossimi anni un lavoro sulla vita di mio nonno che aiuterà a far sì che nessuno possa dimenticare che uomo e che musicista era. Oggi non posso ancora parlare troppo di questo, ma vorrei fare un film. Non posso dirvi né quando, né come, né chi ci sarà nella pellicola perché è un progetto ancora sulla carta". Dal vivo continuate ad attingere al repertorio originale di Ellington, o proponete anche nuovi brani? "Non sono io stavolta a dirigere l’orchestra, ma ho anche scritto pezzi per questo ensemble. In questo tour il 99% è tratto dal repertorio originale degli anni 20 e dei periodi successivi. Ci sono anche omaggi ad altri autori, che vengono riproposti con arrangiamenti che mio padre amava molto". Ci sono giovani musicisti carismatici, oggi, nella Duke Ellington Orchestra? "Certo, tutti a loro modo lo sono. Ma se proprio ne devo citare uno in particolare, direi Mark Gross, che suona benissimo il sax alto, il soprano e il flauto, non a caso ha vinto due Grammy con la Dave Holland Big Band".