Stefania Buoni: “Io, caregiver dei miei genitori, abbatto i muri di silenzio sulla malattia mentale”

Fondatrice e presidente di Comip, prima associazione italiana creata da e per figli di genitori con un disturbo mentale, la quarantenne romana porta avanti la battaglia per raccontare le loro storie e abbattere stigma e pregiudizi

Stefania Buoni mostra il suo libro “Quando mamma o papà hanno qualcosa che non va”

“Questa è malattia mentale e non esiste cura” diceva nella sua “Ti regalerò una rosa” Simone Cristicchi quando vinse il festival di Sanremo nel 2007. Se la cura, in effetti, non esiste, quello che Stefania Buoni ha deciso di regalare ai suoi genitori è tutto l’affetto e il tempo che una figlia può dare loro.

Perché quando scopri che mamma e papà “hanno qualcosa che non va” e tu sei poco più che una bambina, è difficile comprendere cosa accade e darsi una risposta. “Quando avevo quindici anni, uno tsunami ha investito e travolto la mia famiglia: la mia mamma e il mio papà hanno sviluppato una malattia mentale. In quel preciso momento, la mia vita è diventata significativamente diversa da quella dei miei coetanei, perché, senza nemmeno esserne consapevole, sono diventata una giovane caregiver. Toccava a me prendermi cura di loro”.

Ormai cresciuta, Stefania a quella domanda ha deciso di provare a dare qualche risposta. Nel 2017 insieme a Gaia Cusini, Carlo Miccio e Marco Fiore ha dato vita a Comip (Children Of Mentally Ill Parents), la prima associazione italiana creata da e per figli di genitori con un disturbo mentale, che spesso, come lei sono anche giovani caregiver. Un’associazione nata per dar voce al loro dolore e alla loro battaglia quotidiana, per raccontare le loro storie e abbattere stigma e pregiudizi intorno a queste tematiche

Per questo, insieme a Comip, Stefania ha pubblicato un libro, che si intitola proprio “Quando mamma o papà hanno qualcosa che non va. Miniguida alla sopravvivenza per figli di genitori con un disturbo mentale”. Il volume si rivolge ai ragazzi, ma anche agli operatori sanitari, ai pediatri, agli assistenti sociali e, soprattutto, agli insegnanti.

L’Oms stima che nel mondo almeno 1 persona su 4 abbia problemi legati alla salute mentale. In Italia l’ipotesi è che ci siano almeno 1 milione di figli di genitori con queste malattie. Un macigno posto sulle spalle di bambini e ragazzi che, spesso, non sanno come portare e sono addirittura costretti a nascondere. Perché parlare di questi disturbi è ancora un tabù nella nostra società. E per i giovani, che non hanno una valvola di sfogo, diventa motivo di ulteriore angoscia. “Noi di Comip desideriamo squarciare quel muro di silenzio, stigma e pregiudizio che avvolge chi vive l’esperienza della sofferenza mentale. Dobbiamo lavorare per fare in modo che le prossime generazioni possano contare su maggiori conoscenze e strumenti per prevenire, affrontare ed eventualmente gestire il dolore dell’anima, evitando che degeneri. Sappiamo di avere davanti un cammino lungo e tortuoso, ma una delle caratteristiche positive che noi figli di genitori con un disturbo mentale abbiamo è la volontà di cambiare lo status quo“.

Lei lo ha provato sulla sua stessa pelle: “Solitamente, quando uno dei tuoi genitori soffre di un disturbo mentale, il carico è abnorme: vivi in uno stato di continua allerta, come stessi camminando sulle uova. Alcune notti non riesci a dormire perché loro vedono o sentono cose che non esistono, gridano, si agitano. Non sai cosa fare. Nessuno ti ha preparato a sventare un suicidio, o a gestire l’alternarsi di stati maniacali e depressivi. Non capisci. Ti senti impotente. Sfinito. Devi studiare, fare la spesa, occuparti del resto della famiglia, parlare con i medici. Vorresti vivere la tua età con spensieratezza, ma una domanda non smette di assillarti: se me ne vado farà male a sé stesso? Smetterà di curarsi? Incertezza, sensi di colpa e angoscia diventano le costanti di ogni giornata. Provi paura, rabbia, tristezza, amore e odio tutto insieme”. Ma vai avanti. Nessuno si arrende, anche se la società, la malattia, il contesto fanno di tutto per mettere loro i bastoni fra le ruote.

E la pandemia non ha fatto altro che aggravare le cose: “Già. Da quando c’è il Covid, questo grumo di sentimenti che non conosce bilance è ancora più insostenibile”. Perché ad esempio, almeno andare a scuola regalava ai figli di genitori malati qualche ora di ‘libertà’. Con il coronavirus invece, sono stati costretti a casa, 24 ore su 24. Stefania, tramite la Comip, si sta battendo per trovare una soluzione: “Oggi mi preoccupano specialmente quei ragazzi i cui genitori non hanno consapevolezza della malattia o rifiutano le cure. Per questo motivo, attraverso l’associazione abbiamo intensificato gli incontri nelle scuole, anche in Dad, perché, attraverso la nostra testimonianza, possano sentire che tanti altri bambini, adolescenti e giovani adulti hanno provato paura e rabbia, si sono vergognati, sentiti in colpa, responsabili della salute del genitore ed impotenti davanti a fatti per i quali molto spesso non avevano ricevuto alcuna spiegazione”.

Perché queste problematiche esistono, sono reali, concrete. Ed avere davanti a sé una rete di persone che condividono con questi ragazzi le  stesse esperienze, le difficoltà quotidiane ma anche spunti di riflessione, parole di supporto, è indispensabile per la loro stessa salute. Una rete invece di un muro, una parola di conforto invece che un giudizio, una mano tesa invece di una porta chiusa. Perché se la cura per le malattie mentali non esiste, l’obiettivo è almeno fornire tutto l’aiuto possibile a chi, di queste malattie, è una vittima collaterale.