“Stella, cresciuta fra i rom, segnata dal suo passato. L’abbiamo adottata a nove anni e ora è la nostra gioia e il nostro futuro”

Susanna Petruni, giornalista Rai racconta nel libro "Volevo una mamma bionda" l'esperienza, condivisa col marito Massimo, dell'adozione della bimba, che fino a quattro anni viveva come "schiava" del padre. "Voglio che scacci i fantasmi e realizzi i suoi sogni: vorrebbe diventare magistrato dei bambini". Prima di Stella, la coppia venne truffata per un'adozione in Africa, mai realizzatasi. "A tutti dico: fare del bene fa bene anche a se stessi"

«Mamma». È qualcosa che non si può spiegare perché fa parte di ognuno di noi fin dall’inizio, da prima di essere messi al mondo. Non scompare, anzi si evolve. Siamo figli sempre e comunque nonostante le circostanze, poi diventiamo genitori in molti casi. Genitori e basta. Non conta se lo si diventa partorendo o semplicemente adottando qualcuno. E nel secondo caso l’emozione forse è ancora più forte. La racconta Susanna Petruni, giornalista della Rai, in un libro intitolato “Volevo una mamma bionda” in cui ripercorre tutte le tappe che l’hanno portata sei anni fa, all’età di 53 anni, alla decisione diventare madre con l’adozione. Quella parola, «mamma», la riporta sempre indietro a quel giorno in cui ha visto per la prima volta sua figlia Stella nella casa famiglia dell’Arcobaleno. Lì c’era andata con suo marito Massimo proprio per adottare lei.

 

Susanna Petruni durante una diretta del Palio di Siena (foto Di Pietro)

Stella aveva nove anni all’epoca. L’avevano ritrovata cinque anni prima in un campo rom, durante una retata della polizia, in condizioni pietose. Denutrita, con i capelli lunghi fino ai piedi e piena di pidocchi. Abbandonata troppo presto dalla madre e ostaggio di un padre violento e senza scrupoli che la picchiava e la trattava da schiava. Quella retata salvò la vita a Stella che fino a nove anni è cresciuta poi nella casa famiglia. Un’altra vita sicuramente che l’ha portata tra le braccia di Susanna e Massimo a un’età in cui, come si dice in quel gergo ingiusto e spietato, era già “fuori mercato” perché troppo grande e con un passato che può spaventare una coppia di genitori.

 

Un iter lunghissimo durato un po’ di anni tra esami clinici e psicologici a cui Susanna e il marito si sono dovuti sottoporre, per poter ottenere dal tribunale il via libera per essere considerati adatti a fare i genitori. Poi un anno di affido, le udienze in tribunale, gli assistenti sociali e l’angosciante attesa. Fino al lieto fine che ha i contorni di una festa, quella della mamma, la prima che Stella ha potuto festeggiare nella sua vita con una lettera che ha rappresentato uno dei momenti più belli e commoventi per Susanna.

 

Stella ha quindici anni, adesso ed è in piena adolescenza.

“Sì, siamo in trincea (ride ndr), il periodo dell’adolescenza per ogni genitore è il periodo più duro. Però in realtà quello che spero è che vada tutto a buon fine e che Stella sappia investire sulle cose giuste, come lo studio, e si dedichi al suo arricchimento personale”.

 

Il suo sogno è di fare il “giudice dei bambini”.

“Fin da piccola lei ha avuto modo di conoscere tante donne magistrato, che le hanno permesso di iniziare una nuova vita. Per questo sono diventate le sue eroine e poiché il suo desiderio è quello di aiutare i bambini, ha visto in questo lavoro la chiave di volta per raggiungere questo obiettivo”.

 

Alla fine dell’intervista a Porta a Porta Stella ha detto anche che un giorno vorrebbe adottare un bambino.

“Vorrebbe adottarne uno o due, oltre ad avere un figlio suo. Perché in questo modo potrebbe dare loro un futuro proprio come è successo a lei. Mi ha sempre detto: ‘Mamma se non fosse stato per voi non so che fine avrei fatto’”.

 

Quando hai deciso di scrivere il libro e quindi di condividere questa storia con gli altri?

“Ho iniziato a riflettere e a mettere in fila tutto quello che mi era successo. Quando vivi le cose non ti rendi conto che c’è una connessione. Poi alla fine di tutto, quando ormai Stella era stata adottata ho messo insieme tutti i passaggi e mi sono ritrovata davanti a un film. E ho pensato che questa mia esperienza poteva essere di aiuto e ispirazione a tante donne che, arrivate a una certa età, pensano di non poter più rivoluzionare la loro vita. Non è così e l’ho vissuto in prima persona. Inoltre in questo modo si possono aiutare tanti bambini in Italia, prima di scegliere di andare all’estero. La mia vuole essere una storia di testimonianza e anche di invito affinché chi la legge possa convincersi che è una cosa che si può fare”.

Come ha accolto, Stella, la notizia del libro? Glielo hai fatto leggere prima di pubblicarlo?

“Man mano che scrivevo le facevo leggere le parti che la riguardavano, anche per avere un riscontro e capire se potevano essere pubblicate. Le mi ha seguito giorno per giorno e ora che è uscito lo sta rileggendo”.

 

La parte più difficile della tua esperienza a livello emotivo, qual è stata?

“Sicuramente, educarla a stare in una famiglia. Lei fino a quattro anni ha vissuto in un campo rom, poi fino a nove in una casa famiglia e quindi non sapeva cosa significasse avere una madre e un padre o cosa fosse un pranzo domenicale. Si è dovuta educare ad essere nostra figlia e noi ci siamo dovuti educare ad avere obblighi e appuntamenti, ma anche tanta gioia perché un figlio ti riempie la vita”.

 

Siete stati anche vittime di un imbroglio prima di adottare Stella. Come si può fare per evitare che simili episodi avvengano?

“Prima di Stella avevamo deciso di provare con l’adozione internazionale. Alcuni magistrati, di cui non posso fare il nome, mi avevano raccomandato un’associazione che ci ha tenuto in campana per un sacco di tempo, illudendoci che alla fine di tutto avremmo adottato un bambino etiope mentre invece ci ha solo spillato tanti soldi. L’errore è stato quello di non aver fatto la giornalista, in quella circostanza, di non indagare a fondo perché ero troppo presa dalla gioia di diventare mamma. Quindi bisogna sempre verificare fino in fondo per capire con chi si ha a che fare”.

 

La tua più grande paura, oggi,  qual è?

“Che Stella non riesca a sfruttare al meglio tutte le occasioni che le si presentano nella vita. Vorrei che lei trovasse sempre la forza in se stessa per realizzare i suoi sogni, anche e soprattutto quando ritornano certi fantasmi dal passato che la intristiscono”.

Spesso capita di sentir dire che essere madre con l’adozione non è lo stesso di quando lo sei naturalmente. Come ti sentiresti di rispondere a questo?

“Parlando per me, posso dirti che già dopo alcuni mesi che Stella era a casa mia la consideravo mia figlia. Non stavo a rimuginare sul fatto che io non fossi la madre biologica. L’ho cresciuta ed educata non come se fosse stata adottata, ma come avrebbe fatto qualunque genitore, punendola e premiandola quando se lo meritava. Poi ho visto come si relazionavano le altre mamme e i compagni di scuola e l’hanno sempre considerata mia figlia e basta”.

 

Susanna Petruni e il marito Massimo dal Papa

L’incontro con il Papa è stato illuminante.

“Ricordo ancora quando un giorno dissi a Massimo che volevo andare in udienza con il Papa perché sentivo che dovevo chiedere la sua benedizione e lui mi guardò attonito. È successo quando volevamo adottare quel bambino etiope che non è mai esistito. Eravamo scoraggiati ma quel ‘pregherò per voi’ di Papa Francesco fu un balsamo”.

 

C’è ancora il rischio che il padre biologico di Stella possa farle del male?

“Fino a tre anni fa sapevamo che stava indagando per capire dove fosse finita la figlia, come ci informavano le assistenti sociali. Ora è un po’ che non sappiamo più nulla, ma ciò non toglie che resti una presenza pericolosa e il rischio concreto è sempre quello che possano rapirla“.

 

Tra l’altro, quella di Stella non è proprio la tua prima adozione perché prima di Stella hai deciso di far entrare nella tua famiglia altre due persone: una coppia di anziani che si erano ritrovati da soli e che hai conosciuto per caso.

“È successo dopo un servizio del telegiornale sui pensionati che facevano fatica ad arrivare a fine mese e non potevano permettersi neanche di fare una spesa decente. La mia collegi ncontrò  Maria e Marcello, che avevano perso tutti e tre i figli e vivevano in condizioni precarie. Una tragedia immane. Intanto mio zio era appena venuto a mancare, per me era stato il padre che non avevo mai avuto e dopo questo lutto è stato naturale far entrare Maria e Marcello nella mia famiglia, invitarli a tutte le festività, aiutarli perché la loro vita non era facile. Posso solo dirti che da questa esperienza ho capito che fare del bene ti fa tanto bene, semplicemente”.