The Danish Girl, simbolo transgender dal cinema al carcere: l’identità tra le sbarre dell’autenticità

Nel film del 2015 Einar si scopre Lili e riesce a liberare il suo corpo dalle catene di un'identità di genere che sente diversa. Nella realtà, in California, 300 detenuti chiedono di poter scontare la pena nella sezione femminile, perché si sentono donne. Ma i rischi per le detenute non mancano, e scoprire le autentiche necessità diventa fondamentale

Chi ha visto il film The Danish Girl, tratto dal romanzo La danese di David Ebershoff, non può essere rimasto indifferente di fronte alla bellezza stilistica della regia di Tom Hooper, alla magia di una fotografia impeccabile e soprattutto all’intensità commovente di una storia che non è frutto di fantasia, ma ispirata a un personaggio realmente esistito.

Eddie Redmayne nei panni di Lili Elbe nel film The Danish Girl

The Danish Girl

Siamo nella Danimarca dei primi del Novecento quando Einar Wegener e Gerda Gottileb, entrambi pittori di successo, si conoscono e innamorano. La loro felicità è assoluta e presto decidono di sposarsi: i due si amano moltissimo e sono complici nelle loro fantasie più nascoste, come accade per ogni coppia davvero affiatata. Un giorno Gerda suggerisce al marito di posare per lei in abiti femminili: un gioco nato per caso, solo perché l’abituale modella sua amica quel giorno non si è presentata. Einar, all’inizio, avverte tutto il comprensibile imbarazzo dell’inconsueta situazione, ma presto scopre di essere irresistibilmente attratto da quel sorprendente mutamento di cui si invaghisce così tanto da iniziare a pensare a sé stesso soltanto come donna. Si fa chiamare Lili e ogni giorno che passa comprende quanto la sua autentica personalità sia stata da sempre quella di una femmina, imprigionata solo per capriccio della natura nel corpo di un uomo.

 

Nel film Einar posa in abiti femminili per la moglie: quel gesto fa scattare in lui la molla che lo porterà alla transizione di genere

La cosa gli crea non pochi scompensi e turbamenti, viene trattato da pazzo e sottoposto a trattamenti crudeli. Ma Gerda è una donna intelligente e nonostante tutto continua ad essere innamorata di Einar/Lili. Con estrema lucidità è ben consapevole di essere stata in qualche misura catalizzatrice di quella metamorfosi, anzi colei che, sulla spinta sinergica di cause efficienti, aveva messo in luce la vera natura del marito. Un marito che non avrebbe mai più potuto essere tale, perché Lili decide di recarsi in Germania allo scopo di sottoporsi a un intervento chirurgico assolutamente audace per i tempi, quello del cambiamento di sesso. Quando nel 1931 Lili Elbe, in cui era stata individuata addirittura la presenza di un abbozzo di ovaie, viene finalmente operata per un trapianto di utero e la creazione della vagina, il suo cuore non regge e lei muore.

Lili Elbe, protagonista del film, è stata la seconda persona nella storia a essere identificata come transessuale e a essersi sottoposta a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale

Le ragazze danesi nella realtà

La ragazza danese è il simbolo per eccellenza del dramma delle tante persone amaramente consapevoli di essere intrappolate in un involucro fisico che non riescono a sentire affatto loro, perché estraneo, e che anzi arrivano a vivere alla stregua di un ingombro fastidioso. Uomini che hanno la netta percezione di sentirsi donne e viceversa, drammi psicologici ed esistenziali che spesso non trovano soluzione ma portano impressi tutti i segni dell’esclusione, del peso di una vita difficile e senza sbocco se non nel nascondersi, nella vergogna o peggio nell’autoannientamento.

In The Danish Girl la moglie di Einar non lo abbandonerà quando questi diventerà Lili

Oltre le sbarre

È di pochi mesi fa la notizia di un numero rilevante di detenuti rinchiusi in una prigione della California che, invocando il proprio diritto all’identità di genere, chiedono il trasferimento nella sezione carceraria femminile. Le domande dello spostamento in questione sono quasi trecento e questo da quando è entrata in vigore, nel gennaio di due anni, fa una legge specifica tesa a regolamentare il diritto di poter scegliere la propria identità di genere percepita, indipendentemente dalla struttura anatomico-biologica. Purtroppo se da un lato questa norma è stato sancita proprio a difesa di transgender e intersessuali, dall’altro ci sono le donne prigioniere che, non a torto, temono una invasione nelle loro celle di uomini che potrebbero usare quale pretesto della percezione di genere esclusivamente al fine di ottenere un trasferimento. Che potrebbe essere potenzialmente pericoloso per le detenute.

Circa 300 detenuti di un carcere della California chiedono il trasferimento nella sezione carceraria femminile invocando il proprio diritto all’identità di genere

Diritto o pretesto?

I tentativi di stupro e le gravidanze che si sono verificati negli istituti di pena canadesi, dove una simile normativa transgender è da tempo in atto, hanno creato allarme e pongono i presupposti per un nodo gordiano, sul piano etico e legale, difficile da sciogliere. Alle donne va garantita tutta la incolumità possibile, ma allo stesso tempo non possono essere ignorate le esigenze di uomini che si sentono in tutto e per tutto realmente appartenenti al sesso femminile. Una donna transgender ha raccontato l’inferno della sua vita quotidiana all’interno di una cella riservata ai maschi, dove solo andare in giro in reggiseno e mutandine per lavarsi significava essere oggetto di abusi di ogni tipo. Kelly, questo il nome della detenuta, è diventata donna dopo vent’anni di terapia ormonale e spera di terminare presto nella sezione femminile la propria reclusione: “Non ne posso più: quando ho reagito di fronte all’ennesima richiesta di prestazioni di sesso orale, per tutta risposta sono stata pesantemente redarguita dallo stesso personale della prigione. Non mi piace affatto condividere gli spazi con gente convinta che noi trans siamo soltanto oggetti fatti apposta per il loro divertimento. Io esigo il massimo rispetto per me e per tutte quelle come me.”

Il problema per le carceri Usa è distinguere le autentiche necessità delle persone transgender da fale autocertificazioni che portano ad abusi e violenze sulle detenute

Intanto le detenute di sesso biologicamente femminile sono in allarme e tra di loro ricorre questa domanda dalla difficile risposta: quanti sono gli autentici transgender e quanti invece quelli che ‘se la ridono’ presentando false autocertificazioni in cui si dichiara in modo fraudolento una diversa identità di genere solo per commettere soprusi e violenza? Per legge, da ben sette anni, i detenuti transgender californiani possono decidere di affermare il loro orientamento sessuale in modo radicale mediante la richiesta di un intervento chirurgico pagato dallo stato. Da allora i casi di cambiamento di sesso sono stati una settantina. A riguardo, l’avvocato statunitense che difende i diritti dei detenuti transgender sottolinea, dal canto suo, come la strada appena tracciata sia, nei fatti, ancora molto lunga e tortuosa perché la maggior parte di loro difficilmente potrà concretamente avere accesso alla terapia ormonale o a quella chirurgica. E non fa mistero sulla situazione esplosiva in atto: esibire tratti intrinsecamente femminili in un carcere maschile comporta rischi incalcolabili e nel contempo inibisce il diritto di sentirsi donna fino in fondo. Di vivere la propria vita, costi quel che costi. Di avere la gioia di amare e magari, un giorno, sentirsi così completamente donna da voler essere madre. Esattamente come la mitica Danish Girl, come tutte le Lili, le ragazze danesi del mondo.