The Dwarf Artist: “Con la mia vita e la mia arte voglio lasciare qualcosa. Quello che appare non determina ciò che sei”

La storia di rinascita del pittore pisano Luca Fagioli. La sua carriera da attore, prima col teatro di strada, "dove la risata è stata l'adrenalina, è stata catartica" poi su palchi importanti. Da non avere niente ad avere tutto, qualcosa si è rotto: l’incidente e il ritorno alla tela, dove giocare tra figure mostruose e colori sgargianti

In una cucina di Putignano Pisano (Pi), c’è un uomo che dipinge centinaia di quadri e completa stampe dai colori vivacissimi. Luca Fagioli, in arte the Dwarf Artist, è l’autore di queste opere che ricordano i pittori moderni come Picasso e Dalì, ma anche i più contemporanei, come il writer Banksy.
The dwarf artist, come suggerisce il nome da lui scelto, è un uomo affetto da nanismo, ma questo non lo ha mai fermato.

Com’è stata la sua infanzia?
Da piccolo avevo paura di scendere per strada perché non avevo ancora accettato me stesso. Ho imparato a farlo grazie a mia madre, che mi ha spinto a uscire per farmi affrontare gli altri da subito. Voleva che mi rendessi conto di com’è fatto il mondo, così sarei stato pronto da grande. Da adolescente, poi, ho fatto il liceo artistico, dove ho imparato che l’arte non ha pareti. Oltre ha questo, ho iniziato a fare teatro di strada.

Cosa ha significato per lei il teatro?
La mia vita da lì è cambiata, solitamente le persone ridevano di me mentre, da quel momento, ero io a permetterglielo, facendo il clown. Questo è stato catartico, come se fosse adrenalina. Mi sono iscritto a delle scuole di teatro e sono entrato in una compagnia con cui ho fatto i primi spettacoli. La pittura, però, stava diventando pian piano un hobby.

E poi?
E poi è capitata un’occasione grossa: andare a Roma per fare un provino per i film. Mi presero e da lì è cominciato il boom. Ho iniziato a lavorare con compagnie piuttosto grosse, fino ad arrivare a Gabriele Lavia, che un giorno mi vide a Torino e mi disse: “Un giorno io lavorerò con te” e per cinque anni lo feci. Ho lavorato al teatro di Parma, in cui ho fatto dodici episodi del Don Chisciotte interpretando Sancho Panza, ho lavorato con la compagnia di Torino. Ho fatto uno spettacolo da solo chiamato “Questione di Centimetri”, un monologo con tre anni di repliche. Non ero più il nano classico da film, messo lì solo come ninnolo, ma facevo parti grandi. Ma chi troppo ha, troppo vuole.

Cos’è successo?
Era un momento in cui non tornava più niente, i rapporti andavano male. Il lavoro c’era ma non la concentrazione. Chi è che ne risente di più in queste situazioni? Il fisico: stavo lavorando con Lavia e non mi ero accorto di essermi rotto due vertebre. Una notte sono stato male e mi hanno operato, solo lì se ne sono resi conto. È come se una forza divina mi abbia fatto fermare, perché io non ci riuscivo. I miei arti si sono bloccati, a cinquant’anni mi sono ritrovato immobile a letto. Da lì, la mia vita è ricominciata. Ho ripreso a dipingere, così, nel 2012.

Com’è stato ritornare all’arte dopo tanto tempo?
Buttavo tutta la mia rabbia dentro, tutte le mie fissazioni. Con l’arrivo di Sabrina, la mia fidanzata, le cose si sono sbloccate piano piano. Anche lei ama l’arte e mi ha spronato tantissimo. Siamo come due bambini mai cresciuti su certi aspetti e troppo cresciuti sotto altri. Mi sono messo a leggere e a studiare, mi sono avvicinato agli artisti contemporanei e moderni, anche ai graffiti americani e tedeschi.

I suoi dipinti sono vivacissimi e pieni di oggetti, persone, animali. Come mai?
Mi piace frantumare e deformare le figure. Forse è un fatto personale, con la perfezione è tutto scontato. Lavorando in questo modo analizzo quello che vedo, vado in profondità, spacco ciò che vedo e spio cosa c’è dentro. Mi piace giocare con i colori che sono l’anima dei miei dipinti. Le mie figure sono quasi mostruose, mai perfette. Fare fisioterapia con persone focomeliche (affette da una grave malformazione per cui gli arti superiori e/o inferiori non sono sviluppati in parte o in toto, ndr). mi ha aiutato ad arrivarci: all’inizio fanno paura e poi, quando ci sei dentro, ti accorgi che non è niente, è solo un fatto estetico che non determina la persona. Un albero sradicato è un’opera d’arte, perché racconta di una cosa che era e che poi si è trasformata”.

Da dove viene il suo bisogno di esprimersi dipingendo?
Secondo me, c’è sempre una sorta di disperazione di fondo, che porta a un’esplosione: la forma d’arte. Gli artisti hanno quasi tutti una vita caotica o sregolata. Forse, noi non siamo reali, non siamo quotidiani: o siamo due giorni indietro o due avanti. Siamo controcorrente e felici di esserlo.

Che progetti ha per il suo futuro?
Quattro mesi fa, mi sono ripetuto una citazione di Michel Petrucciani “Se non sono normale, allora voglio essere un’eccezione, un artista eccezionale”. Io voglio lasciare questa vita (il più tardi possibile), essendo stato qualcosa, per un fatto di attaccamento. Io ringrazio la mia vita, perché per due volte mi ha dato la possibilità di fare ciò che mi piace. Le voglio provare tutte, voglio fare una mostra investendo tutto, anima e corpo. Sto facendo stampare delle magliette da Versidiversi. Voglio lasciare qualcosa a tutti”.