“Tutto quello che devo e posso fare è legato a un uomo”. Le libertà negate alle donne in Qatar

Hanno infranto le barriere e raggiunto progressi significativi nell'istruzione, come medici, avvocati e imprenditrici, eppure continuano ad affrontare profonde discriminazioni in quasi tutti gli aspetti della loro vita. Il dossier di Human Right Watch rivela le pratiche della tutela maschile

Essere donna significa essere costantemente in quarantena. Quello che il mondo intero sperimenta con il Covid è la vita normale per le ragazze in Qatar. Asma, 40 anni: “Volevo studiare all’estero ma i miei genitori mi hanno detto di no, anche se avevo una borsa di studio”. Invece Noof Al Maadeed, 21 anni, è riuscita a lasciare il suo paese d’origine dopo anni di abusi domestici e restrizioni: “Mi è stato permesso solo di andare a scuola e tornare”. A un certo punto ha capito che la sua vita e la sua integrità fisica erano in pericolo, ma non poteva semplicemente andarsene. 

Le regole del governo di uno dei Paesi più ricchi al mondo proibiscono alle donne non sposate e sotto i 25 anni di viaggiare fuori dallo stato senza il permesso del loro tutore maschile: tipicamente, il padre, il fratello, lo zio o il nonno. Dopo il matrimonio, il marito. Se sposata, una ragazza può viaggiare all’estero senza chiedere il consenso del coniuge, ma questo può rivolgersi a un tribunale per vietarlo.

A novembre 2019 Noof ha preso segretamente il telefono di suo padre, si è collegata all’app del governo Metrash e ha ottenuto il permesso di uscita che le avrebbe permesso di lasciare il paese. Poi si è arrampicata dalla finestra della sua camera da letto per andare all’aeroporto ed è volata prima in Ucraina e poi nel Regno Unito dove ha chiesto asilo

Ma non sono solo i viaggi ad essere limitati. Le donne devono ottenere il permesso dai loro tutori maschi per esercitare molti dei loro diritti fondamentali, tra cui sposarsi, ottenere una borsa di studio per perseguire l’istruzione, lavorare in gran parte dei settori pubblici e ottenere cure sanitarie. Inoltre non possono fare scelte sulla vita dei loro figli, anche quando ne ottengono la custodia legale in seguito al divorzio. “Le donne in Qatar hanno superato molte barriere e fatto notevoli progressi in molti campi. Tuttavia, devono ancora subire un sistema oppressivo che impedisce loro di avere vite indipendenti, piene”, dichiara Rothna Begum, ricercatrice esperta di diritti delle donne presso Human Rights Watch.

In Qatar, secondo la legge, una donna deve avere il permesso di un tutore maschile per potersi sposare, a prescindere dall’età o da precedenti situazioni coniugali. Da sposata, può essere accusata di “disobbedienza” qualora non ottenga il permesso del marito per svolgere alcune attività o se si rifiuta di avere rapporti sessuali senza una ragione “legittima”. E per poter accedere alle cure legate alla salute riproduttiva come pap-test, check-up ginecologici, visite prenatali, una donna deve attestare di essere sposata. Ovviamente, per aborto e sterilizzazione c’è bisogno del consenso del marito.

Alla base di queste regole discriminatorie ci sono leggi, politiche e pratiche che considerano gli uomini come capifamiglia e come tutori legali e sociali delle donne.

Un sistema che ha un impatto enorme sulla loro salute mentale. Le persone intervistate da HRW  hanno parlato di stati di depressione acuta, autolesionismo, pensieri suicidi. Per aiutarle sono nati molti movimenti femministi, soprattutto online, ma il governo del Qatar limita molto la libertà di espressione e di associazione. Molestie online e intimidazioni da parte degli stessi esponenti dello stato rimangono seri ostacoli ad una piena espressione, e non esistono organizzazioni indipendenti all’interno del Paese.