Un canestro per la libertà: otto ragazze di Chatila (Libano) sognano un futuro grazie al basket

Hanno tra i 16 e i 20 anni, sono nate e vivono nel Campo profughi a Beirut: grazie alla polisportiva Real Palestine Youth F.C. hanno iniziato a praticare sport e, con l'aiuto di Basket Beats Borders, sono potute uscire dai confini del Libano. Ora vogliono conquistarsi un posto nel mondo

Il campo profughi di Chatila fu creato nel 1949 a Beirut, in Libano, per offrire rifugio a 3000 palestinesi in fuga dal loro paese e dalle violenze della guerra e dell’occupazione. Molte di loro non avrebbero mai più rivisto la loro terra. Col passare degli anni, anche a causa dell’alto numero di rifugiati in fuga dalla guerra in Siria, la popolazione del campo è cresciuta a dismisura, al punto che oggi Chatila è una cittadina di 25000 persone, letteralmente ammassate in un’area di appena un chilometro quadrato.

Nel Campo, dove le condizioni di vita sono malsane, spesso senza accesso all’acqua potabile e all’elettricità, sognare di uscire appare come un lusso che nessuno può permettersi. L’orizzonte della vita, soprattutto per una giovane donna, è spesso tragicamente angusto: matrimonio, famiglia e poco altro. In questo contesto otto ragazze tra i 16 e i 20 anni, nate e cresciute a Chatila, sono riuscite a conquistarsi  un proprio spazio di libertà giocando a basket. L’opportunità gliel’ha fornita la polisportiva Real Palestine Youth F.C. fondata da Coach Majdi, a sua volta rifugiato palestinese nato nel campo.

Basket Beats Borders (BBB) è un progetto italiano lanciato 5 anni fa a Roma e a Beirut, nell’intento di dare visibilità a questa bella storia, aiutando le ragazze ad uscire dal Campo, a fare nuove esperienze e a rendersi protagoniste, attraverso l’acquisizione di una consapevolezza personale e sociale, del proprio destino. In questi anni BBB ha organizzato 3 viaggi, 2 in Italia ed uno in Spagna, ed ha portato due volte squadre giovanili italiane e spagnole al campo di Chatila.

Responsabile del progetto è David Ruggini. “In un ambiente come quello di Chatila lo sport assume un ruolo fondamentale, aiutando gli adolescenti ad adottare uno stile di vita sano e positivo, fornendo loro gli strumenti necessari a prendere il controllo delle loro vite e incoraggiandoli ad analizzare con occhio critico le questioni sociali che li riguardano” dice.

 

Come nasce il progetto?

“L’idea di Basket Beats Borders è nata principalmente da un incontro che ho fatto con l’allenatore Coach Majdi durante il mio primo viaggio in Libano, nel 2016. Ho chiamato lui per visitare i campo di Chatila, e mi ha  fatto conoscere sia le squadre di calcio sia la squadra di basket femminile. Una sera, a cena, mi ha raccontato con emozione di quando erano riusciti ad organizzare un viaggio in Irlanda, e da lì è nata l’idea di provare a farlo anche in Italia. Ed eccoci qua”.

Cosa rappresenta per le ragazze della squadra questa esperienza, il fatto di poter uscire dal Campo, di confrontarsi con altri stili di vita, con altri mondi che difficilmente avrebbero potuto avvicinare?

“La possibilità di giocare a basket dà loro il modo di affermarsi prima all’interno della cerchia familiare ed amicale, e poi a livello più generale di società. Le aiuta a trovare un posto nel contesto dove vivono. Una cosa che mi colpisce sempre, quando vado al Campo, è che loro si allenano in un campetto pubblico e sono le uniche ragazze che lo fanno. Quando stanno giocando, intorno, ci sono campi di calcio e di basket dove gli atleti sono tutti uomini. Per loro dunque il fatto stesso di poter praticare uno sport equivale alla possibilità di riaffermare il proprio ruolo e la propria identità nel contesto in cui vivono. I viaggi aggiungono a questo la possibilità di vedere e conoscere qualcosa di diverso. Di entrare in contatto con realtà differenti, di avere rapporto con l’altro, scrutare nuovi orizzonti, sperimentare nuove connessioni e nuove conoscenze. Alla fine significa una cosa importantissima nella sua apparente semplicità: capire che oltre al Campo c’è una tutto un mondo da conoscere. Una cosa che a noi può apparire banale ma che, vi garantisco, per chi abita a Chatila, non è per nulla scontato”.

 

Da quanto tempo esiste BBB?

“Il progetto esiste da 4 anni, durante i quali abbiamo fatto 3 viaggi verso l’Europa con la squadra femminile, ed abbiamo organizzato un viaggio con una delegazione di squadre spagnole e italiane a Beirut. Nel 2017 e nel 2018 abbiamo portato le ragazze della polisportiva Real Palestine Youth F.C a Roma. Nel 2019 siano andati nei Paesi Baschi. E a fine 2019, in Libano, proprio durante il deflagrare delle proteste, è venuta la delegazione delle squadre romane che avevano ospitato le ragazze.  Nel 2020 era invece previsto un viaggio a Madrid, ma ovviamente stiamo aspettando ancora che la situazione si stabilizzi. Nel frattempo quello che stiamo facendo è sfruttare al massimo il centro che abbiamo all’interno del campo di Chatila,  soprattutto per cercare di intervenire sull’abbandono scolastico che in questi mesi è stato particolarmente grave, spingendo molti bambini e bambine verso il lavoro minorile. Attraverso lo sport cerchiamo di avvicinarli e riportarli tra i banchi. Inoltre prestiamo la nostra struttura all’associazione italiana che si occupa di servizi medici, per un ambulatorio gratuito una volta al mese, per circa  15 pazienti”.

Cosa raccontano le ragazze dei loro viaggi? Che impressioni ne ricavano? Che cambiamenti vedete in loro?

“Quello che è evidente è il cambio di  prospettiva. Molte di loro in questi anni hanno  deciso di frequentare l’università, di conseguire una  specializzazione, si sono laureate. Altre hanno conquistato una loro indipendenza attraverso il lavoro. Poi c’è anche chi ha deciso di sposarsi e metter su famiglia. Ma in tutte loro quello che è cambiato è  il fatto di voler  scegliere in autonomia quando, come e perché agire: se andare avanti con gli studi, se lavorare, se sposarsi. Trovano il loro posto e lo riaffermano autonomamente con una maggiore consapevolezza della propria emancipazione”.

Come si può aiutare il progetto?

“Si può fare una donazione all’associazione Sport against Violence cui ci appoggiamo. SAV opera anche in Iraq, dove ha organizzato recentemente la maratona di Baghdad. Oppure si può andare sulla nostra pagina per partecipare alle nostre campagne di fund raising. O ancora destinare il 5×1000 a SAV”.