Una carezza agli anziani delle rsa, da un anno reclusi senza visite, senza amici, senza abbracci

Legati al mondo attraverso la tv o i social per chi è pratico, salutano in videochiamata nipotini che forse non hanno mai tenuto in braccio. Trascorrono giornate sempre uguali, nell'attesa dei piccoli riti della sopravvivenza quotidiana

Quando la sera si spegne la luce sella stanza, si accende quella della memoria. E il popolo delle Rsa, più di centomila in Italia, spezza le catene di un’altra giornata senza fine. A volte senza un domani. Il Covid li ha reclusi da un anno più di quello che l’età o.la malattia avevano già fatto. Una clausura forzata, senza tempo per chi ne ha perso la cognizione, ma ben scandita ora per ora per quelli che hanno subito l’aggressione di una malattia che non li ha resi autosufficienti, e non quella della vecchiaia. Un anno, salvo rarissime parentesi, senza figli, nipoti, senza amici, senza abbracci, senza un contatto con il mondo se non attraverso la televisione, il cellulare, che Dio forse ha voluto proprio perché fossero meno soli. Molti di loro sono morti dal marzo scorso, più di diecimila stando alle statistiche, forse benevole.

Gli altri aspettano. Di essere accuditi, di trovare una cosa divertente in internet da condividere via whatsapp, del bagno settimanale, sollevati con una imbracatura e calati nella vasca per qualche minuto di ristoro. Aspettano il pranzo a metà mattina e la cena a metà pomeriggio. Aspettano le amiche che riescono a farsi vedere dalla finestra sventolardo un drappo rosso dal giardino, per dire… ehi noi ci siamo, non sei sola. Aspettano la videochiamata della sera, non tutte, con la nipote che dice ‘ciao nonno, o ciao nonna’, che manda un bacio a un vecchio signore o a una vecchia signora a cui forse non sono mai stati in braccio perché sono chiusi là dentro da prima che loro nascessero. Quando si spegne la luce, tornano le immagini della vita, i volti, le nostalgie di capelli neri, di bagni di mare, di sentieri di montagna, di momenti di amore.

A questo popolo tutti noi dobbiamo qualcosa. Perché la loro zona è sempre rossa, il loro lockdown è sempre totale. Gli dobbiamo un pensiero, un fiore, un cioccolatino lasciato sulla porta della rsa perché il personale possa darne uno a ognuno. Perché sappiano che là fuori qualcuno li ama, tutti li amano, tutti fanno il tifo per loro. Tutti vorrebbero avere la chiave che apre la loro porta, il vaccino che gli restituisce sicurezza e un po’ di libertà.

Tutti vorrebbero allungare la mano e spingere l’interruttore che accende per loro la luce di una vita migliore.