Una Cristoforetti non fa primavera: studio e professioni legate a scienza e tecnologia sono ancora tabù per le donne

Antichi pregiudizi, presupposte "vocazioni" per le materie umanistiche relegano le studentesse ai margini degli indirizzi tecnico-scientifici e le donne a minoranza nel lavoro. Costanza Turrini guida Girls code it better: "Bimbe, giocate col Lego e da ragazze uscite dalla zona comfort: tentate ciò che dicono non sia adatto a voi"

Samantha Cristoforetti astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea – foto Torres

Gli esempi straordinari non mancano. Il doodle di Google del 26 aprile ce ne ha ricordato uno, fissando nella mente dei navigatori della Rete il compleanno della genetista britannica Anne McLaren. Un omaggio virtuale, dall’inconfondibile stile pop, per la donna che è tuttora considerata una delle più brillanti scienziate del Ventesimo secolo in biologia dello sviluppo. Estremizzando per sintesi, la mamma delle tecnologie che si sono rivelate vitali per la fecondazione in vitro. Un esempio straordinario, appunto, che si staglia sull’orizzonte di una ordinarietà che invece sembra faticare a delinearsi. Una ordinarietà da costruire con le (di certo ben più piccole) storie di ragazze che scelgono di studiare materie scientifiche o di formarsi per una professione nel settore scientifico. Molti dei vecchi tabù sono superati, intendiamoci, però residua un misterioso  inghippo che continua a bloccare l’ingranaggio di un sistema che potrebbe/dovrebbe essere naturale. Le ragioni sono tante, e non tutte ragionevoli. A scalfirne alcune è riuscita tempo fa, ‘banalmente’ lavorando, Samantha Cristoforetti. Astronauta, aviatrice e ingegnere, è stata la prima donna italiana negli equipaggi dell’Agenzia spaziale europea. AstroSamantha ci ha davvero fatto sognare tra le stelle e oltre. Con il suo record femminile ha regalato a bambini, bambine e adulti l’immagine di un mondo senza limiti e senza pregiudizi. Si è conquistata anche un posto d’onore tra le Barbie dedicate al Dream gap project: un traguardo da non sottovalutare perché metafora di un’evoluzione culturale ed educativa in corso.

I dati in Europa e in Italia

proporzione le donne in Europa hanno un titolo di studio più elevato degli uomini. Nessuna sostanziale differenza di genere per la scuola inferiore, mentre andando avanti il divario si amplia. Secondo l’ultimo ritratto statistico Istat Eurostat “La vita delle donne e degli uomini in Europa”, nel 2019 nell’Ue sono quasi uguali le quote per le donne e gli uomini tra i 25 e i 64 anni (22 per cento in entrambi i casi) che hanno completato solo il ciclo d’istruzione inferiore ovvero l’istruzione secondaria di primo grado. Il balzo è successivo. Sul fronte dell’istruzione terziaria: in media il 34 per cento delle donne dell’Ue si è diplomato, contro il 29 per cento dei colleghi.  Le differenze più evidenti tra i due sessi si registrano negli Stati membri del Baltico, in Finlandia, Svezia e Slovenia. Un trend simile ma assai meno marcato invece in Italia dove comunque l’università continua a essere prerogativa soprattutto femminile.

 

Scientifico e istituti tecnici, roba da uomini

C’è un però. E riguarda il curriculum e quindi le scelte di percorso sin dalla più giovane età. Tra i diplomati nei licei scientifici italiani prevalgono i ragazzi (il 26 per cento, contro il 19 per cento femminile), mentre soltanto il 22 per cento delle ragazze si diploma in istituti tecnici, quasi la metà rispetto ai maschi (42 per cento). Un andamento che si traduce nel cosiddetto divario di genere all’interno delle materie Stem ovvero dell’area Science, technology, engineering and mathematics che è ancora piuttosto alto tanto nel Belpaese. Secondo un’indagine di Save the children soltanto il 20 per cento delle donne tenta una carriera scientifica, 17 punti percentuali in meno rispetto alla media maschile. Nel resto d’Europa non va granché meglio. Problema culturale, problema di opportunità o entrambi? La risposta viene da lontano.

 

Gender gap (anche) nelle Stem: le istituzioni stanno a guardare?

Apparentemente no. Il tentativo di abbattere gli stereotipi di genere e di educare alle pari opportunità ha pure prodotto una legge, la 107 del 2015. Ma anche una serie di programmi che vorrebbero essere strategici. ‘Il mese delle Stem’ è una delle iniziative avviate dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca proprio per promuovere le discipline nelle scuole di ogni ordine e grado. Da qui il concorso ‘Stem: femminile plurale’, lanciato in occasione della festa della donna. L’obiettivo fondamentale? Scardinare dal sistema formativo in primis l’idea di una presunta (addirittura naturale, sigh!) scarsa attitudine delle studentesse verso le scienze e quindi incoraggiarle allo studio di materie spesso accantonate. “Perché è così da sempre… per natura!”

Costanza Turrini, project manager del progetto Girls code it better

L’esperienza di ‘Girls code it better’ nelle scuole

Il messaggio della La project manager Costanza Turrini è: “Ragazze, non abbiate paura dei numeri. Sperimentate”
‘Girls code it better’ è entrato nelle scuole italiane sette anni fa per favorire l’incontro delle studentesse con numeri e tecnologia. Un volo a planare che richiede uno sforzo innanzitutto culturale.  Costanza Turrini ne è l’ideatrice e la project manager.

‘Girls code it better’ suona quasi come un grido di battaglia, che cos’è?
“Si tratta di un progetto ideato e sviluppato da Officina futuro Fondazione Maw. È nato sette anni fa con l’obiettivo di avvicinare alla tecnologia le alunne delle scuole secondarie di primo e secondo grado attraverso laboratori di progettazione, programmazione informatica e fabbricazione digitale organizzati su percorsi di 45 ore. I laboratori, o meglio i club, sono formati da gruppi eterogenei di sole ragazze di tutte le classi dell’istituto: venti sorteggiate in maniera casuale tra le candidate, senza quindi seguire le indicazioni degli adulti…”.

Curioso. Perché sorteggiare le partecipanti?
“Per evitare che nel laboratorio confluiscano le più brave o le più fragili, le ‘più portate per…’ o le meno. Insomma, la volontà è quella di uscire da certe logiche di selezione che sono in parte alla base proprio del divario e del pregiudizio che vogliamo combattere. Nei laboratori le ragazze affrontano un tema e l’elaborazione di un progetto che prevede anche lo sviluppo di un’area tecnica strumentale. Entrare nel club, infatti, significa imparare a creare siti web, programmare schede elettroniche, sviluppare App e videogame, costruire robot, progettare manufatti e stamparli con la stampante 3D, scoprire l’intelligenza artificiale o immergersi nella realtà aumentata, ad esempio. Ma significa anche imparare a imparare, superare i limiti che l’ambiente circostante impone alle donne, da sempre. Gli effetti benefici dell’attività di ‘Girls code it better’ si riscontrano anche sul fronte del contrasto alla dispersione scolastica. Finora abbiamo formato 4.500 ragazze su 117 scuole attraverso 227 club. Al progetto, che è gratuito, possono iscriversi entro il 31 maggio 2021 le scuole di tutta Italia su https://girlscodeitbetter.it ”.

Qual è il principio ispiratore del progetto?

“Tutto nasce da una semplice domanda. Le donne hanno titoli di studio più alti (rappresentano oltre il 59 per cento dei laureati), sono spesso più preparate e più brave già dalle superiori, ma trovano ostacoli maggiori al momento di entrare nel mondo del lavoro. È occupata una donna su due: perché? Il punto è che mancano nei settori attualmente e in futuro più strategici e sui quali aziende, istituzioni tendono a investire. Il gender gap nelle materie Stem è considerevole. Il loro ruolo è marginale in ingegneria, fisica e informatica: le studentesse che scelgono quei percorsi in genere però si laureano prima e con voti più alti proprio perché poche, molto motivate e bravissime. Va molto meglio a livello di partecipazione per matematica, chimica e medicina. Il cammino però è ancora lungo”.

Quando le donne iniziano ad autoescludersi da certi temi?

“Sin da piccole. Da quando ‘rinunciano’ a giocare con la Lego per costruire, ad esempio. Ricerche scientifiche hanno dimostrato che già alle scuole elementari le bambine iniziano a credere di essere meno brave dei compagni in determinate attività. Affiora, inoltre, in quella fase lo stereotipo della bambina ‘bella, posata e carina’ e del maschio ‘intelligente’. In Italia, anzi nel mondo, alle femmine non si chiede di essere sfidanti e così anche a scuola spesso faticano, hanno più paura ad accettare la competizione”.

C’è un momento-chiave di questo aspetto?

“La differenza tra generi esplode all’ultimo anno delle medie. Se in prima si dimostrano ancora piuttosto aperte e predisposte agli stimoli nuovi, in terza la loro percezione è già influenzata dai retaggi culturali che le vogliono, generalmente, impegnate in studi umanistici e quindi poi in professioni che permettano loro di conciliare la carriera con i futuri impegni familiari. Qualcosa sta cambiando, ma guardando alle iscrizioni al liceo scientifico scopriamo che metà delle ragazze opta per l’indirizzo linguistico, mentre il percorso delle scienze applicate resta appannaggio dei maschi. In più esistono ancora genitori e docenti che distinguono tra materie ‘da maschi’ e materie ‘più da femmina’. Ecco perché l’evoluzione deve essere in primis educativa e culturale”.

Una t-shirt con il motto che dà il nome al progetto Girls code it better

Qual è l’insegnamento di ‘Girls code it better’ dunque?

“Le ragazze devono essere davvero libere di scegliere e devono avere gli strumenti per individuare aspirazioni, percorsi ideali, valorizzando la propria diversità. La scuola, in primis, dovrebbe essere il luogo dove si combattono l’esposizione a modelli preconfezionati e il peso degli stereotipi anche inconsci. Perché non esistono intelligenze di serie A e di serie B, ogni intelligenza trova la sua collocazione, così come la matematica non è una materia impossibile”.

Il problema dunque non è dei giovani ma degli adulti.

“Le ragazze sono già pronte a superare gli schemi, a ribaltare i ruoli pensati per loro dalla società. E i ragazzi sono molto più accoglienti di quanto si voglia immaginare. Il nostro obiettivo quindi è entrare in classe per proporre qualcosa di divertente, stimolante. Lo facciamo per le ragazze, per aumentare il loro interesse verso la scienza e la tecnologia. Lo facciamo per la società intera, perché una studentessa iscritta a un istituto tecnico fa alzare gli standard qualitativi generali. Ci devono essere più donne nell’intelligenza artificiale, nella programmazione perché il futuro passa da lì. Non farsi trovare preparate significa rimanere indietro, tagliarsi fuori dall’economia globale”.

Ha un messaggio per le ragazze?

“Suggerisco di uscire dalla zona comfort, di provare, di sperimentare qualcosa che credono non sia adatto a loro solo perché qualcuno le ha spinte a pensarlo. Il segreto è conoscere, andare in profondità, impegnarsi. I giovani sono bombardati da un’informazione che corre velocissima. Non accontentarsi di stare in superficie significa divertirsi davvero. Lo stesso messaggio vale anche per i ragazzi, ovviamente”.