“Una missione per conto di Dio”: la ‘crociata’ di una giudice del Tennessee contro i bambini neri

Nella contea di Rutherford il caso di 11 bambini arrestati in una scuola elementare per "aver assistito a un litigio senza essere intervenuti" ha portato alla luce una pratica abituale e sconvolgente di discriminazione. Portata avanti per anni dalla giudice Donna Scott Davenport e dai funzionari locali

Al razzismo sembra non esserci fine ma quando questo si rivolge ai bambini desta ancora più scalpore. Bambini che per il solo fatto di avere la pelle scura sono stati vittima di atteggiamenti gravissimi, addirittura arrestati e rinchiusi in carcere prima ancora di aver compiuto 10 anni. È quanto accaduto, ad esempio, in una scuola elementare della contea di Rutherford, vicino a Nashville, nel Tennessee. A raccontare l’accaduto è stata ProPublica, la nota organizzazione statunitense di giornalismo investigativo. I fatti risalgono al 2016 quando, nella Hogbood Elementary School di Murfeesboro, capoluogo della contea, 11 bambini afroamericani sono stati arrestati per un crimine che nello Stato del Tennessee nemmeno esiste. Sei di loro sono stati ammanettati e quattro addirittura rinchiusi in prigione. Secondo la giudice locale, che ha emesso il mandato, sarebbe loro la “responsabilità penale per la condotta di un altro”. Ken Armstrong, uno dei giornalisti che ha ricostruito l’accaduto, ha riassunto la vicenda: “Tre agenti di polizia sono andati in una scuola elementare nel Tennessee e hanno arrestato quattro bambine nere. Una è caduta in ginocchio. Un’altra ha vomitato. La polizia ha ammanettato la più piccola, una bambina di 8 anni con le treccine. Il loro presunto crimine? Aver guardato dei ragazzi litigare e non averli fermati“. Una di loro non era nemmeno presente durante la rissa: era a una festa in onore del campionato di basket della scuola.

Mark Harris for ProPublica

Una storia assurda, perfino negli Stati Uniti, dove le discriminazioni verso la comunità nera non sono certo casi eccezionali: per un afroamericano è 5,9 volte più probabile essere arrestato rispetto a un bianco americano, ha maggiori probabilità di essere condannato e, dopo la condanna, di subire lunghe pene detentive. Questo è quanto emerso –non a sorpresa– nel report delle Nazioni Unite del 2018. “La fonte di tali disparità è più profonda e più sistemica della discriminazione razziale esplicita. Gli Stati Uniti in effetti gestiscono due distinti sistemi di giustizia penale: uno per i ricchi e un altro per i poveri e le persone di colore”, si legge.

Ma nella vicenda nella contea di Rutherford la volontà di sorvegliare e punire in modo esemplare fin dalla più giovane età gli appartenenti delle comunità povere, ghettizzate e discriminate emerge con evidenza eclatante. Qui dove, secondo un censimento dello scorso anno circa il 40% della popolazione non si identifica come bianca e il 13% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, a partire dal 2008 era stato attivato un sistema di filtraggio, del tutto illegale, che permetteva ai carcerieri di decidere se un minore arrestato e rinchiuso nel centro di detenzione minorile dovesse essere rilasciato o meno in vista dell’udienza. Un sistema tale che qualsiasi bambino arrestato, senza che ci fosse una definizione della minaccia, indiscriminatamente, è stato tenuto dietro le sbarre. Dagli ultimi dati disponibili, del 2014, la percentuale di giovani e giovanissimi incarcerati nella contea dopo che i loro casi sono stati deferiti al tribunale per i minori è del 48%, quasi dieci volte la media statale (5%).

La spiegazione di queste percentuali è altrettanto terribile: i funzionari locali sostengono che la struttura di detenzione sarebbe un modo di fare soldi facili. Per ognuno dei 64 posti letto disponibili che vengono riempiti, sarebbero infatti riusciti a guadagnare 175 dollari al giorno. Soldi, insomma, fatti a scapito, sulla pelle, di bambini. Al vertice di questa piramide della (in)giustizia c’è un’unica persona, Donna Scott Davenport, giudice del tribunale dei minori della contea. È lai a nominare tutti i magistrati e ad approvare le politiche del centro di detenzione. Secondo ProPublica, la sua crociata contro i bambini locali sarebbe “una missione per conto di Dio”, per compensare l’incapacità dei genitori di impartire la giusta disciplina e insegnare ai piccoli che le azioni hanno delle conseguenze.

La stima parla di circa 1.500 bambini imprigionati illegalmente nella contea di Rutherford sotto la giurisdizione di Davenport. Il caso della Hobgood Elementary School è stata però la scintilla che ha acceso il fuoco della rivolta: sono state indette due class action, una che ha posto fine al sistema di filtraggio, l’altra che ha visto la contea risarcire gli 11 bambini coinvolti. I loro avvocati hanno inoltre ottenuto dei documenti che mostrano come i minori potessero fare la doccia soltanto osservati da un membro adulto dello staff, tutte le treccine dovevano essere rimosse e ogni cicatrice, segno o tatuaggio fotografato. ProPublica, dopo aver ripercorso la vicenda, ricorda che diverse ricerche mostrano come l’arresto e la detenzione di minori danneggino non solo questi, ma l’intera comunità, dato che i bambini incarcerati hanno una probabilità molto più alta di commettere crimini in futuro, di sviluppare tendenze autolesionistiche e di avere difficoltà a trovare un lavoro e integrarsi nella società.