Una, nessuna, centomila: da donne a donne. Ma la violenza di genere è un problema degli uomini

"State attente", "Denunciate" e così via: quante volte le donne sentono ripetersi queste frasi, nella vita? Ma per non diventare un numero nella classifica delle vittime di aggressioni o di femminicidi a dover essere educati, allontanati, seguiti da esperti, anche sottoposti a coprifuoco, dovrebbero in realtà essere gli uomini

Oggi è quel giorno dell’anno in cui le donne parlano alle altre donne della violenza sulle donne. Come se non lo sapessimo già da sole, noi donne, che bisogna stare attente: attente a non farci menare dal marito, a non farci molestare per strada, a non farci molestare sul posto di lavoro. E, a proposito di lavoro, attente donne: fate in modo di non perderlo, se no poi come fate a lasciare il compagno violento? Come dite? Per stare dietro ai figli siete state costrette a stare a casa lasciando che fosse il padre a fare carriera? Brave fesse.
Insomma, oggi più che negli altri giorni, è tutto un “denunciate”, “andate via al primo schiaffo”, “siate indipendenti”. Ma la violenza di genere non cade dall’alto, non è un fatto della vita che capita a chi la sorte ha deciso di far nascere donna o a chi ci si sente. Anche se molti non vogliono sentirlo, la verità, molto banale, è che la violenza sulle donne è un problema degli uomini. Sono loro che il 25 novembre, ma anche il 26 e il 27 e tutti i giorni dell’anno, vanno educati.

Qualche passo, bisogna dirlo, si sta facendo. Per esempio non cedendo solo alla retorica della donna fragile, impotente vittima. Esiste un bel documentario datato 2016, “Un altro me”, che racconta chi sono, cosa pensano e quali sono le dinamiche profonde di chi ha commesso un reato sessuale. E questa sera in provincia di Milano, a Cesano Boscone, sarà trasmesso nel corso delle “celebrazioni” del 25 novembre. Ma siamo comunque nel campo del tragico, del definitivo. Per arrivare a quel punto ci sono tutte delle sfumature di comportamenti che potrebbero essere evitati o almeno limitati se ci fosse maggiore attenzione all’educazione dei maschi. In primis, in famiglia, aiutando i genitori a crescere bambini e ragazzi rispettosi. E poi a scuola: oltre a insegnare alle ragazze come difendersi dalle aggressioni a sfondo sessuale, perché non organizzare lezioni obbligatorie per i ragazzi sull’importanza del consenso e della sessualità consapevole?

Molto fanno i messaggi che arrivano dalle istituzioni. Le donne vittime dei compagni, quando va bene, vengono accolte in case protette. Devono lasciare la propria abitazione, la propria realtà, per colpa di un uomo violento. Perché invece non allontanare l’uomo? Ma allontanarlo davvero, controllato, affinché non possa fare più del male. Perché ci sono case accoglienza per le donne picchiate e non case “accoglienza” per gli uomini violenti? In Inghilterra, qualche mese fa, davanti ad alcuni omicidi di donne a sfondo sessuale, ammazzate per strada, la deputata Jenny Jones ha lanciato una provocazione: coprifuoco per gli uomini. Apriti cielo, è stata ricoperta di insulti misogini. Ma scommetto che nessuno avrebbe mosso obiezioni se si fosse proposto un coprifuoco delle donne, a loro tutela. Perché è più facile riproporre l’immagine della donna preda da difendere, che quello dell’uomo predatore da punire. Ma è ora di dire basta: la violenza sulle donne è un problema degli uomini, partiamo da loro.