Riconoscere i titoli di studio stranieri: la crisi ucraina accelera un percorso che l’Italia snobba

Il centro studi Cimea ha creato una sezione del proprio sito intitolata “Focus Ucraina” per agevolare i profughi nell’effettuare la domanda e gli atenei nel riconoscere le carriere degli studenti

“Oggi lo studente straniero non esiste più. Ci sono solo studenti internazionali. La cittadinanza non va di pari passo con il titolo di studio. Io potrei essere un cittadino italiano laureato in Irlanda”. Luca Lantero, direttore del centro studi Cimea, è molto chiaro nel dare risposta a un quesito che migliaia di persone si sono poste: “Come posso far riconoscere in Italia una laurea conseguita all’estero?”. Il Centro di Informazione sulla Mobilità e le Equivalenze Accademiche, dal 1984, svolge la propria attività di consulenza sulle procedure di riconoscimento dei titoli di studio. Il suo scopo è fare sì che tutti coloro che hanno conseguito una laurea o stiano svolgendo un percorso universitario in un altro Paese, possano vedere riconosciuti il proprio studio e le proprie qualifiche in Italia. 

Cimea si occupa di consulenza sulle procedure di riconoscimento dei titoli di studio

Studenti e professionisti in fuga

Il ruolo di Cimea acquisisce particolare importanza in questo frangente storico: tra le migliaia di persone che stanno scappando dall’Ucraina a causa della guerra ci sono ingegneri, avvocati, professori e studenti universitari. Tutte figure che, nel caso in cui il conflitto dovesse proseguire, avranno bisogno di trovare un impiego o proseguire gli studi nei Paesi ospitanti, tra cui c’è anche l’Italia. Per fare questo dovranno chiedere il riconoscimento dei propri titoli, cosa tutt’altro che scontata. Il Centro, infatti, ha creato una sezione del proprio sito internet intitolata “Focus Ucraina per cercare di agevolare i profughi nell’effettuare la domanda e gli atenei nel riconoscere le carriere degli studenti. Un’azione lungimirante che anticipa una crisi che potrebbe esplodere a breve: “Ad oggi abbiamo preparato il campo per ricevere molte qualifiche dall’Ucraina – spiega Lantero –.  I profughi arrivati in Italia sono moltissimi, ma il boom delle domande di riconoscimento non è ancora scoppiato. Le motivazioni sono due: da un lato le persone non si sono ancora messe nell’ottica di studiare o lavorare, perché sono dovute fuggire all’improvviso e non sanno se e quando faranno ritorno in patria. Ci troviamo ancora in una fase di prima accoglienza. Dall’altra parte figure come i medici sono rimaste in patria per la guerra, così come molti altri lavoratori specializzati. Tuttavia, le università stanno iniziando ad accogliere studenti ucraini. Non potendoli ammettere nei corsi di laurea, li inseriscono in corsi singoli, in modo da farli subito partecipi di una comunità accademica. Normalmente Cimea valuta 2800 posizioni di rifugiati all’anno”.

Attestazioni per tutti i profughi, non solo ucraini

Luca Lantero

Luca Lantero, presidente Cimea

Le attestazioni rilasciate sono di due tipi: quella di comparabilità, che permette di confrontare un titolo straniere con uno nostrano, e quella di verifica, che serve ad dimostrare che la persona ha effettivamente conseguito un diploma di laurea riconosciuto. Normalmente, la prima ha un costo 150 euro, mentre la seconda di 65, ma queste spese sono state abbonate per tutti i profughi, non solo quelli ucraini. Oltre alla pagina dedicata e alle agevolazioni, Cimea si è anche impegnata in un incontro di formazione gratuito rivolto agli atenei, per aiutarli a riconoscere al meglio e nel minore tempo possibile i titoli ucraini.

La mancata specializzazione: un falso mito

Quella della “mancata specializzazione” degli immigrati è una vexata quaestio che dura da anni. Una retorica secondo la quale gli espatriati, privi di titoli e conoscenze, sarebbero costretti a svolgere solo lavori umili e di basso profilo, come manovali nei cantieri, addetti alle pulizie e lavoratori agricoli. Per quanto l’Italia non sia effettivamente un Paese attraente per i laureati, molto spesso, in realtà, le persone giungono nel nostro Paese con una laurea conseguita nel luogo di origine, ma questo titolo, per una ragione o per un’altra, non viene riconosciuto. Così un ingegnere civile può ritrovarsi a fare il muratore e una laureata in lettere la donna delle pulizie.

L’Italia non è un Paese che attrae studenti stranieri e c’è ancora la falsa credenza della “mancata specializzazione”

L’Italia uno Stato “equipollenzacentrico”

Secondo Lantero, il problema è anzitutto culturale: “C’è scarsa conoscenza delle regole a livello sistemico da parte della popolazione, dell’amministrazione e dei datori di lavoro. Le direttive in vigore sono state ratificate 20 anni fa, ma il Paese ha bisogno di tempo per digerire le innovazioni. Potremmo dire che l’Italia è uno Stato ‘equipollenzacentrico’, visto che la domanda che si fanno tutti è: ‘Ma il titolo è equipollente?’. Questa procedura in realtà è stata abrogata nel 2002. Una volta il titolo estero doveva essere trasformato in un titolo italiano. Oggi, se una persona ha un titolo accademico equivalente a uno italiano, può svolgere la professione anche da noi: può accedere ai concorsi, proseguire gli studi, fare richiesta di lavoro. Vale per tutti i Paesi del mondo”.
Lantero fa riferimento alla Convenzione di Lisbona, sul riconoscimento dei titoli di studio relativi all’insegnamento superiore nella regione europea, firmata dall’Italia l’11 aprile del 1997 e ratificata con la legge 146 dell’11 luglio 2002. La legge nazionale recepisce integralmente in testo della Convenzione, ribadendo che “la competenza per il riconoscimento dei cicli e dei periodi di studio svolti all’estero e dei titoli di studio stranieri, ai fini dell’accesso all’istruzione superiore, del proseguimento degli studi universitari e del conseguimento dei titoli universitari italiani, è attribuita alle Università ed agli Istituti di istruzione universitaria”.
L’idea alla base è che ogni studioso e laureato sia parte di una comunità che trascende i confini nazionali e supera anche i conflitti. Riconosce i titoli stranieri non è solo una forma di altruismo, ma è anche un investimento. Infatti, riconoscere i titoli significa diminuire il mismatch tra le qualifiche degli immigrati e il loro lavoro. Un modo per aiutare loro che arricchisce la società intera.