Vale Sejdic: “Io, maestra Rom, educo i figli degli italiani. Insegno i valori dell’unità, della diversità e della cooperazione”

Laureata in scienze dell'educazione e della formazione a Roma Tre, cresciuta tra due famiglie, quella del Campo e quella affidataria: "Sono stata fortunata. Ma solo da poco tempo dichiaro la mia identità Rom, prima avevo paure dei giudizi"

Vale Sejdic, 26 anni

Vale Sejdic è una giovane donna Rom di 26 anni, vissuta a cavallo tra il Campo di Tor dei Cenci e una famiglia affidataria. È laureata e da un anno insegna in una scuola dell’infanzia romana. Un esempio di inclusione e coesione di tradizioni diverse, che abbiamo voluto raccontare attraverso le sue parole qui su Luce. 

 

Ci racconti la tua storia?
“Sono cresciuta tra due famiglie, una Rom e una italiana. Entrambe molto belle, mi hanno dato valori importantissimi. Sono laureata in scienze dell’educazione e della formazione a Roma Tre. Ora sto facendo la specialistica e da un anno sono supplente in una scuola dell’infanzia. Sono nata Roma nel 1995, in un campo ‘tollerato’, quello di Tor di Valle. E da lì sono entrata nella mia prima casa (di affidamento), all’età di 5 mesi, quindi molto molto piccola. Ho avuto dunque la fortuna di crescere in due mondi molto diversi, ma uguali. Perché le cose che ci rendono diversi sono tante, ma altrettante quelle che ci rendono uguali. Due famiglie che mi hanno sempre seguito nella mia crescita personale e nei miei studi, con l’intenzione di non fami mai mancare nulla”.

Come mai sei stata data in affido?
“Quando sono nata la mia famiglia Rom era in gravissime condizioni economiche ed anche di salute, per cui, tramite l’associazione Opera Nomadi, hanno deciso di darmi in affidamento presso una famiglia italiana. Mi ricordo molto bene che, quando poi i miei genitori si sono trasferiti a Tor di Cenci, nel conteiner accanto al nostro c’era una bambina che viveva la mia stessa situazione. Era una pratica abbastanza diffusa, grazie alla mediazione tra le comunità, il Tribunale dei Minori e l’Opera Nomadi. Però non tutte le storie sono come la mia. Io ho avuto la fortuna di avere due genitori affidatari che non mi hanno mai nascosto le mie origini, né hanno frapposto ostacoli alla mia frequentazione con la famiglia naturale o con il Campo. Non sempre va così. Sono stata fortunata. Non mi hanno mai presa tutta per loro, come è capitato ad altri”.

Chi ha deciso di darti in affido?
“È stata una scelta che ha fatto principalmente mio papà, nella speranza, da un lato, di continuare a vedermi e che nessuno mi portasse mai via definitivamente da loro, cancellando le mie origini.  Dall’altro lato, per darmi la possibilità di studiare, di andare a scuola, di avere un luogo solo mio, cosa che al Campo ovviamente non potevo avere. E anche per avere una stabilità emotiva che, soprattutto durante l’infanzia, è molto importante. E così è stato”.

Tu come hai vissuta questa vicenda?
“Io il campo l’ho vissuto in una maniera molto diversa da come si vive di solito. Ero felice quando ci andavo. Sin da subito mi ricordo che andavo ogni fine settimana e poi tornavo a casa. Per cui sono cresciuta sempre con l’idea di avere due mamme e due papà. E i miei compleanni, le feste di Natale, di Pasqua, io le vivevo al campo, con le mie due famiglie e con i miei amichetti che venivano e si stava tutti insieme. Per cui alla fine le mie due famiglie sono diventate una sola. Mi piaceva il Campo  perché era un spazio all’aperto, dove giocavo con gli altri bambini, con i miei fratelli e le mie sorelle. Non c’è mai stato un momento di rifiuto. D’altra parte però ero consapevole del fatto che poi tornavo a casa, quindi lo vivevo in maniera ingenua come qualcosa di transitorio. Posso dire che che a me il Campo non ha tolto nulla, anzi, mi ha dato. Chiaramente sono consapevole che si tratta di una condizione privilegiata. Sarebbe stato molto diverso se avessi vissuto al Campo: non avendo la possibilità di andare a scuola perché magari era troppo lontana, con tutte le negazioni che la vita lì dentro comporta, con le ristrettezze economiche, senza la possibilità di lavarmi tutti i giorni ed andare a scuola senza pidocchi. In quel caso, ovviamente, la mia idea del Campo sarebbe stata completamente diversa. L’avrei vissuto più come segregazione che come sintomo di libertà”.

Quanti fratelli hai? Com’è stato il confronto con loro? Come l’hanno presa questa tua diversità?
“Io sono l’ultima di sette fratelli. Quindi sei sono rimasti nel Campo e ora hanno figli e figlie, i miei nipoti che sono nati e cresciuti lì. Senz’altro mi vedevano come quella fortunata, quella che una possibilità l’aveva avuta. Ma nessuna gelosia, anche perché avevo una famiglia alle spalle che, oltre a dare tanto a me, ha dato tanto anche a loro. Quindi non c’è stato mai un momento in cui siano stati gelosi, o me l’abbiano fatta pesare in qualche modo. Anzi mi hanno sempre detto: vai e raggiungi quello che non possiamo raggiungere”

C’è stato un momento in cui questa tua doppia identità ti ha pesato o l’hai sempre vissuta in maniera serena?
“Certo. In realtà è solo da pochi  anni che dico tranquillamente di essere  Rom. All’inizio era una cosa che rifiutavo, soprattutto in fase adolescenziale”.  

Perché?
“Perché sentivo che comunque a scuola, soprattutto tra i mei coetanei, era rifiutata. Non mi sentivo libera di dire questa cosa ed arricchirli con la mia identità. Per cui ho sempre evitato di entrare nel discorso per paura che non capissero. O anzi mi emarginassero. Le mie amicizie più intime ovviamente lo sapevano, ma con il resto del mondo preferivo tacere perché non ero serena e temevo di essere considerata ‘quella diversa’”.

E quando hai cominciato ad accettarla?
“Nel momento in cui io stessa ho capito che era una cosa che non mi toglieva nulla, ma mi dava qualcosa. Che era una cosa in più. È successo precisamente all’università, quando il mio professore di pedagogia interculturale parlò di Rom e Sinti. Lì scattò la molla. Pensai che potevo dirlo finalmente, potevo ‘confessarmi’. E devo dire che la reazione fu meravigliosa”.

La tua dimensione di donna Rom laureata è una dimensione particolare. Non sei la sola perché ce ne sono altre che preferiscono vivere nell’anonimato per sottrarsi ai pregiudizi. Tu hai fatto scelte diverse. Perché?
“Appartengo ad una generazione che ha deciso di impegnarsi in prima persona sul tema dell’identità e della lotta contro le discriminazioni. Mettendoci la faccia. Ma ci sono ancora tantissimi Rom che preferiscono starsene in disparte, addirittura che cercano di negare la propria identità per evitare problemi. Che si nascondono. È anche un fatto generazionale: i giovani hanno consapevolezza maggiore dei loro diritti. Stanno affrontando un percorso di crescita individuale e collettiva. Riguardo alla questione delle donne, posso solo dire che in generale le donne Rom sono una forza della natura. Sono quelle che hanno avuto una vita difficilissima, che hanno 4/5 bambini da crescere, che hanno subito discriminazioni da parte di tutti. Ma sono le più forti. E io sono orgogliosa di questo. Essere donna, del resto, è difficile anche per chi non è Rom. Io mi sento una donna Rom, una donna italiana, ed anche una maestra che insegna ai figli degli italiani. Pensa che cosa straordinaria: la maestra è una zingara. È una cosa abbastanza surreale se ci pensi”.

Parlaci della tua vita professionale
“Faccio supplenze in una scuola materna. Sono io che gestisco anche il rapporto con le famiglie e ‘educo’ i loro figli, bambini e bambine dai 3 ai 5 anni. Quest’anno ho un contratto fino a giugno, poi si vedrà. Sono in una classe bellissima, dove c’è anche una bambina Rom. Insegno valori come unità, diversità, cooperazione. Lavoro sulle sillabe, sull’arte, sulla metafonologia. Ho fatto persino vedere loro le opere di Frida Kalo”.

E i genitori che reazioni hanno? Lo sanno che sei Rom?
“Non lo so. Hanno letto il mio cognome quindi immagino che un’idea se la siano fatta. Io sono sempre stata molto serena su questo perché, anche se ci fossero dei problemi da parte loro, ma sono sicura di no, farei valere i miei diritti. Come dicevano al liceo, quando c’è da prendere la parola io la prendo, anche se magari a qualcuno non sta bene”.

Nel Campo, nelle comunità Rom, c’è maschilismo?
“No, non l’ho mai percepito. Con me mai. Il mio parere è sempre stato accettato e preso in considerazione. Forse vengo percepita come quella istruita che può portare qualcosa. Sanno che sono cresciuta in due mondi e quindi il mio parere vale. Ma in generale la donna nel mondo Rom ha il suo ruolo bene definito nella famiglia, sa benissimo di averlo e se lo gestisce a modo suo”.

Il rapporto tra i Rom e i Gagi (tutti i non Rom in lingua romanes) è sempre problematico. C’è molta diffidenza e una grande discriminazione, per non dire razzismo. Se dovessi lanciare un messaggio, su cosa punteresti?
“Direi che la chiave sta nell’ascoltarsi. Perché non basta sentire. Le mie due famiglie si sono unite perché si sono ascoltate e capite. Si sono messe in discussione e hanno trovato un punto di equilibrio”.

Se ti dico ‘luce’ cosa ti viene in mente?
“Speranza. Tirar fuori qualcosa. La verità”.