“Via quella pubblicità con la magrezza malsana della modella anoressica”: l’authority inglese boccia Max Mara

Un "esempio irresponsabile": così l'agenzia che controlla l'editoria britannica ha definito l'inserzione della casa di moda italiana, ordinandone il ritiro e vietandone la riproduzione. La pagine della linea SportMax era comparsa sul del domenicale Sunday Times. Quando dall'arte alla pubbilictà un modello estetico sconfina nella patologia

La pubblicità Max Mara al centro della controversia, con la modella filiforme

Una buona notizia sul fronte della secolare lotta alla magrezza patologica, una ’tiratina d’orecchie’ a un brand italiano. Nei giorni scorsi un annuncio pubblicitario della casa di moda Max Mara è stato vietato nel Regno Unito, perché aveva come protagonista una modella di “una magrezza malsana“.  Secondo l’Advertising Standards Authority (Asa), l’organo regolatore dell’industria pubblicitaria britannica, a far risaltare le forme quasi anoressiche della giovane donna ha contribuito la scelta di fotografarla di lato, attirando l’attenzione sulla sporgenza delle ossa, visibili anche attraverso l’abito. A seguito di tre denunce presentate al riguardo, l’authority ha deciso di ordinarne il ritiro e vietarne la riproduzione. L’inserzione pubblicitaria della linea SportMax era comparsa sul supplemento di moda del domenicale Sunday Times, il 28 febbraio scorso.

“Esempio irresponsabile”

«Riteniamo che la modella appaia sottopeso e dunque abbiamo concluso che fosse irresponsabile additarla ad esempio. Abbiamo chiesto a Max Mara di utilizzare solo immagini congrue nelle sue campagne pubblicitarie», il commento dell’ente britannico. Dal canto suo Max Mara ha spiegato come non fosse intenzione del brand “indugiare sulla magrezza della modella, né promuovere ideali irrealistici o malsani, quanto piuttosto esaltare l’eleganza e lo stile degli abiti”. Comunque sia, la pubblicità è sparita: dopo anni di molti annunci e pochi fatti, nell’universo del fashion qualcuno ha preso posizione. I precedenti non mancano: nel 2017 due grandi colossi francesi della moda di lusso, Lvmh e Kering avevano detto basta a ragazzi e ragazze eccessivamente filiformi ma anche troppo giovani. Nel marzo dello scorso anno anche Elisa D’Ospina, modella curvy impegnata da anni in una battaglia contro i disturbi alimentari (di cui per altro anche lei ha sofferto), ha lanciato una petizione su Change.org capace di raccogliere migliaia di firme in poche ore, dopo che sulle passerelle della Milano Fashion Week erano apparse giovanissime donne dalle braccia scheletriche, super magre, filiformi. Sempre di più… fino a scomparire

Modelle nude nell’opera di Vanessa Beecroft, artista specializzata in tableau vivant

 

Extrasmall, un traguardo

Un ideale di fisicità che dalle passerelle internazionali ha contagiato – non da oggi – la popolazione femminile italiana, facendo della taglia extra small un traguardo, sinonimo di forza e di successo. Magro è dunque ancora bello, e non riesce a decollare il millantato ritorno delle forme morbide, sinonimo di salute e benessere psicofisico. L’immagine di perfezione continua a esaltare ossa evidenti e guance scavate anche nella Rete, dove sbocciano continuamente nuovi blog ’pro-ana’ a favore dell’anoressia, pieni di consigli per non mangiare e fare ricorso a purghe e vomito, chat chiuse, dove i partecipanti si spalleggiano a vicenda. Anche la magrezza ha una sua storia testimoniata da documenti, quadri e sculture, come racconta nel libro “Storia della magrezza. Corpo, Mente e Anoressia” (Explora, 2009) un pool di esperti di storia della medicina, sociologia e psichiatria.

Mal d’amore e digiuno sacro

Donatella Lippi, professore associato di Storia della medicina all’Università di Firenze, e Laura Verdi, docente di sociologia della conoscenza e arte e società della facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova – curatrici del volume – propongono un punto di vista diverso, affrontando l’evoluzione iconografica della magrezza per spiegare “come e perché l’esasperazione dell’ideale estetico possa trasformarsi in patologia”. Le prime figure sottilissime – assicurano gli studiosi – compaiono già all’epoca degli Etruschi; basta guardare le statuette arrivate a noi. Ma è il passaggio dell’ideale di femminilità greco-romano alle linee ‘purificate’ del gotico, la vera svolta. Nei secoli scorsi la civiltà occidentale ha già conosciuto il rapporto tra il corpo femminile e la magrezza estrema nel Medioevo, al tempo delle sante ascetiche, il cui digiuno mistico si tramutava in un’anoressia non diversa da quella attuale, ma lo stesso si potrebbe dire per epoche ancora precedenti. Fra le cause si spazia dalla consunzione del mal d’amore alle fanciulle miracolose, dal digiuno sacro al corpo dei santi. Tante le ragioni che hanno guidato l’arte figurativa di venti secoli verso strade diverse nella rappresentazione di un corpo rifinito e il rapporto che lega l’immagine alle aspettative socio-culturali evidenziano come sia sempre implicita la proiezione di un modello. Un significato sociale oltre che un’esigenza artistica.

“Puberty” di Puberty (1894-95) di Edvard Munch

Da Munch a Picasso

La magrezza è diventata non solo una tendenza diffusa, ma addirittura si è imposta come il modello prevalente di una nuova femminilità, di un modo nuovo di essere donna che s’illude di trovare nel corpo pelle e ossa un plusvalore.
Da qui il corpo deformato nell’arte, come nelle immagini choc di Oliviero Toscani. Nel secolo scorso Munch è stato uno dei primi a ritrarre nudi di donne in tutta la loro sofferenza: ‘La pubertà’ arriva a esplorare quella zona di confine tra l’organico e lo psichico che è alla base del pensiero freudiano.
Anche Picasso nel suo ‘periodo blu’ ha realizzato opere di grande realismo proponendo soggetti evidentemente sottopeso. E poi le sculture minimaliste di Alberto Giacometti, che richiamano alle memoria l’annullamento ascetico dell’anoressia, le figure allungate di Amadeo Modigliani, le filiformi silhouette di Lorenzo Viani, fino a Vanessa Beecroft: negli scatti dell’artista specializzata in tableau vivant compaiono modelle nude, esposte come statue e la loro magrezza è resa ancor più evidente dalla mancanza di qualsiasi difesa. Un’esaltazione del distacco, della capacità di digiunare letti come superamento di qualsiasi bisogno, prova tangibile di autosufficienza e autonomia.

Boom di casi (anche maschili) durante il lockdown

É esattamente l’errore che stanno commettendo ragazzi e adolescenti in questi mesi difficili. La prova? Il preoccupante aumento dei casi di disturbi alimentari registrati nel nostro Paese, a partire dalle fasce di età più giovani. La chiusura delle scuole e l’assenza di contatto con gli amici presentano il conto agli under 18: la percentuale è lievitata del 30%. Senza contare che l’interruzione delle terapie nel lockdown ha azzerato molti percorsi di cura. Dai dati di un’indagine Survey diffusi dal ministero della Salute risulta che nel primo semestre del 2020 sono stati rilevati 230.458 nuovi casi (contro i 163.547 registrati nello stesso periodo dell’anno precedente) con un picco in negativo: i soggetti di sesso maschile che si sono presentati al pronto soccorso nell’arco temporale preso in esame, sono aumentati di ben quattro volte. Numeri provvisori. Il prolungarsi dall’emergenza Coronavirus è destinato ad allontanare l’uscita dal tunnel. Un ’dettaglio’ che tutti, signori della moda compresi, dovrebbero tener ben presente.