Vieni, c’è un asilo nel bosco: dalla yurta, casa degli gnomi misteriosa e accogliente, parte un nuovo modello di scuola

Sul terreno coltivato dal nonno Anna, reduce da anni trascorsi fra New York, Barcellona e Milano costituì una comunità che guardava alla campagna come base per esperienze. Esaurito lo slancio iniziale ha creato una scuola per bimbi, basata sulla biofilia, l'amore per tutto ciò che riguarda la vita. E ora, il coinvolgimento degli adulti

L’associazione la Via di Trecento nasce a Montespertoli, in provincia di Firenze, per riunire gli abitanti di una strada rurale in un progetto di agricoltura collettiva. Oggi è un centro all’avanguardia per la formazione di docenti interessati al modello di scuola ed asilo nel bosco. E nell’immediato futuro sarà un centro di formazione per famiglie, aiutandole nella riscoperta della natura. “L’esperienza dell’associazione – dice Anna che ne è l’ideatrice – nasce nel 2012 un po’ per caso. Ero arrivata qui dopo aver lavorato molto all’estero. Questa era la terra dei miei nonni. Trovandomi da sola in un posto dove avevo vissuto da piccola ma che mi era sostanzialmente estraneo, ho cercato di sviluppare dei rapporti di comunità, e così è nata l’idea dell’associazione, con l’intento di coinvolgere le persone che abitavano lungo la via di Trecento, una strada che percorre la periferia del comune di Montespertoli sul versante verso Certaldo. Originariamente il progetto si basava sul concetto di permacultura. Nei terreni della mia famiglia c’era infatti questo campo che era stata la prima vigna di mio nonno e che mi piaceva immaginare come un punto di partenza per una nuova esperienza”.

 

Come si passa dalla permacultura alla scuola nel bosco?

“All’inizio il progetto dell’associazione ha coinvolto tantissime persone e per qualche anno c’è stato un vero fermento, con un fiorire di esperienze, le più varie: abbiamo cerato un orto, abbiamo fatto manifestazioni ed eventi pubblici. Con il passare del tempo però mi sono accorta che l’esperienza iniziale andava scemando, stava perdendo energia, e allora abbiamo trasformato la mission dell’associazione, il cui progetto non è più solo quella della permacultura, ma, partendo da quei principi, mira a valorizzare la natura e a creare una sinergia tra l’essere umano e l’ambiente in cui vive. Da qui, grazie all’incontro con Raffaella Cataldo e Christian Mancini, il passaggio sulla scuola nel bosco, con un percorso di educazione esperienziale e di educazione in natura, e la formazione dei docenti”.

 

In cosa consiste?

“Si parte dal concetto che non si sta in natura per intrattenimento, per fare uno sport o semplicemente stare all’aria aperta. L’approccio è stare in natura come apprendimento esperienziale. Servire un processo che è intimamente connesso al vivere, ovvero quello di imparare. Qui l’apprendimento riguarda tutto l’essere in maniera integrale. La mente, l’emozione e le azioni, che funzionano in maniera associata interattiva e non dissociata. La formazione ha lo scopo innanzitutto di imparare a riconoscere questo processo e ad accompagnarlo anziché ostacolarlo. Quindi lasciare che l’esperienza di imparare rimanga connessa con la gioia di imparare, che è quello che avviene naturalmente nella vita. Se l’apprendimento non è gioia infatti non è a servizio della vita. Naturalmente servono alcune abilità, che potremmo riassumente nel concetto di pensiero ecologico che non significa semplicemente raccogliere i rifiuti per terra e non sporcare, ma è uno stato di coscienza di interconnessione, la consapevolezza che tutta la vita è interconnessa. “Non si può cogliere un fiore senza che sia turbata una stella” diceva Galileo Galilei. Quindi coltivare tutta una serie di capacità, le percezioni, il silenzio, la lentezza, saper muoversi in maniera non concitata, in armonia con l’ambiente in cui si entra. Passare dal toccare al percepire, dal sentire all’ascoltare, dal guardare al vedere, dal capire al sentire. Queste abilità si imparano dalla natura stessa, ovvero stando in natura con l’atteggiamento ed il modo giusto che parte dal rispetto ed dalla connessione profonda e intima con la vita. Tutta la vita, indipendentemente da quanto a noi sembri lontana o estranea”.

 

Come nasce il tuo interesse e il tuo approccio alla natura?

“Nasce da quando ero piccola. Venivo qua con i miei nonni e il mio sogno era di tornarci a vivere, cosa che ho fatto sia pure dopo mille giri. Quando ero bambina uscivo alle prime luci del giorno e tornavo al buio immaginando un’infinità di giochi, incontrando mille animali ed facendo mille avventure. Ho sempre amato questa terra in maniera molto forte, viscerale, e me la sono portata dietro dovunque sia andata. Non c’è niente di più bello he rimanere nell’ascolto di quello che ti vibra intorno e sentire come tutto questo mondo ti risuona dentro. Io ho vissuto in grandi città a New York a Barcellona sono nata e cresciuta a Milano eppure questa è la mia terra, questa è casa mia”.

 

Parlaci della Yurta.

“La yurta è un regalo di Christian e Raffaella che hanno dovuto smontare il loro campo in provincia di Pisa e mi hanno proposto di adottarlo. Per me si trattava del completamento del cerchio. Qui da noi i bambini hanno sempre fatto esperienza diretta del bosco, ma dormire insieme nella yurta è una cosa diversa. La yurta è la casa nel bosco, la casa degli gnomi, il luogo misterioso ed allo stesso tempo accogliente. L’apertura verso il mondo con un nuovo progetto. Dalla yurta parte il futuro dell’associazione, la sua terza vita, che prevede il coinvolgimento adulti e lo sviluppo di progetti che mettano al centro il concetto di biofilia , ovvero stare bene in natura e usare la natura come elemento di benessere anche attraverso il contatto con altre persone e altre attività: arte, musica, cultura teatro, corsi di pedagogia, sociologia. In futuro spero che davvero questo terreno diventi la casa di tutti quelli che ci vengono. Che sia curato e sentito come parte della vita di ciascuno. Anche per venirci semplicemente a passeggiare, a prendere fresco piantar alberi da frutto. Tutti abbiamo bisogno di piantare alberi”.