Virginia Stagni, l’italiana del Financial Times: “Ecco come trasformo i giornali, nel nome della diversità e dell’inclusione”

Per la tesi di laurea incontrò il direttore commerciale del prestigioso quotidiano, nel quale dopo una breve gavetta è diventata manager a 24 anni. "Applico diversità e inclusione non solo nei contenuti ma anche nei processi interni, con giovani forze. Alle quali dico: non diventate automi, cercate il lato emozionale, anche nel lavoro"

Virginia Stagni è una ragazza bolognese di 27 anni. Ha in tasca una laurea in Bocconi, a Milano, e un master in Media&Communication alla prestigiosa London School of Economics di Londra. Da qualche anno è una delle manager di punta del prestigioso quotidiano economico Financial Times dove si occupa di strategia di Business development e cerca di innovare un prodotto con una storia lunga ben 133 anni. Il suo obiettivo in azienda è individuare nuove fonti di ricavi correlate alle tradizionali vendite del quotidiano e lei cerca di raggiungerlo passando anche da iniziative che hanno come obiettivo il superamento del divario di genere e il recupero di nuove audience, come ad esempio le lettrici, che tradizionalmente il Financial Times non ha mai avuto perché è considerato un prodotto editoriale elitario e soprattutto destinato ad un pubblico prettamente maschile.

Virginia Stagni

Virginia, come sei arrivata al Financial Times?

“Bisogna dire che io ho il DNA del giornalismo nel sangue. Mio padre lavorava in quest’ambito e io sono sempre cresciuta con l’odore dell’inchiostro nelle narici. Sono sincera, mi ha sempre affascinato l’idea di essere una giornalista “pura”. Scrivo anche io, ma pensando a difficoltà e modalità di accesso alla professione ho deciso di cercare spazio nelle posizioni intermedie, dove ci sono più opportunità. Alla Bocconi ho frequentato un master di economia e management per la comunicazione. Poi alla London School of Economics ho smesso di concentrarmi su economia e storia per dedicarmi alla sociologia: i giornali sono la voce della democrazia. Per la mia tesi su come salvare il giornalismo di qualità nell’epoca della rivoluzione digitale ho chiesto via LinkedIn un’intervista a Jon Slade, capo dell’ufficio commerciale del Ft.  Lui non solo mi ha detto di sì ma mi ha invitato in redazione. L’intervista si è conclusa con un’appassionante discussione sul futuro e sul ruolo delle nuove generazioni nei media. Mi suggerì di pensare al Financial Times immaginandomi il suo futuro. Qualche application e qualche colloquio e più tardi sono entrata. Un anno e mezzo di gavetta durante il quale ho imparato tantissimo e mi sono confrontata con le dinamiche ed i processi aziendali e poi mi hanno detto: “Ok, ora sei pronta a fare la manager e camminare con le tue gambe”. Ed eccomi qui”.

Giovanissima e donna: queste due caratteristiche ti hanno creato qualche problema?

“Da un punto di vista di gender qui a Londra ho trovato davvero una situazione ottima rispetto ad alcune storie che sento in giro o che io stessa ho incontrato in altre realtà o paesi dove mi sono trovata a lavorare. Da un punto di vista interno, ad esempio, al momento i ruoli dirigenziali sono equamente distribuiti tra uomini e donne, un perfetto fifty-fifty e la situazione è destinata a migliorare ancora nei prossimi anni. In questa azienda posso tranquillamente dire che essere donna non è assolutamente un problema, anzi. Questo discorso però non vale se invece considero quello che mi accade quando vado all’esterno della mia azienda. Il mio ruolo, ad esempio, mi richiede spesso di andare ad incontrare direttamente i nostri clienti e parlare con loro. Non ti nascondo che quando mi trovo a parlare con alcuni manager  percepisco ancora in maniera molto forte un atteggiamento discriminatorio nei miei confronti proprio perché donna giovane. Ma poi basta cominciare a parlare di lavoro e quando percepiscono la mia competenza e preparazione, tutto si ridimensiona. Però non è bello che nel 2021 accadano ancora queste cose”.

Tra le strategie per innovare il giornale hai sempre previsto un approccio molto inclusivo per superare il divario di genere ed anche per provare un po’ ad acquisire lettrici, convincendole che il tuo giornale non era elitario, solo per uomini ricchi e impegnati nel mondo della finanza ma che poteva essere qualcosa di interessante anche per donne piccole risparmiatrici. Come ci sei riuscita?

“Ho cercato prima di tutto di lavorare sui contenuti in modo da offrire anche a queste nuove e diverse audience qualcosa di interessante e adatto a loro. E poi ho cercato di avere in azienda persone giovani e fresche che potessero avere una visione diversa, e diffondere in azienda quella mentalità nuova e che è fondamentale per far cambiare un prodotto. Per funzionare i principi di diversità e inclusione devono essere applicati anche nei processi decisionali interni all’azienda, altrimenti non ci si riesce. E’ un processo complicato e a volte lungo, ma se si cerca di cambiare è l’unica strada da intraprendere. E poi è essenziale coinvolgere gli altri nei tuoi processi di trasformazione, raccontandogli le idee, facendogliele capire e facendoli diventare protagonisti del cambiamento stesso. Solo così si riesce a cambiare, dev’essere un lavoro corale e tutti devono comprendere cosa sta accadendo per poter contribuire, ognuno nel proprio ruolo e per la propria parte”.

Virginia tu probabilmente rappresenti un bell’esempio per altre giovani donne che vorrebbero intraprendere una carriera come la tua. Che consigli ti senti di dare?

“Non smettete mai di ascoltare e di imparare. Non sentitevi mai arrivate, anche dopo anni di esperienza siate sempre umili e ammettete che c’è comunque, sempre, qualcosa che ancora non sapete fare al meglio. Provate sempre a capire, parlando con gli altri, cosa possono darvi per crescere e seguite i loro consigli. Allo stesso tempo, mettetevi a disposizione degli altri e cercate di avere sempre ben presente nella vostra testa il perché state facendo quello che fate. Riconnettetevi con il vostro lato umano, non diventate automi, ma cercate sempre il lato emozionale delle cose, anche sul lavoro. Allo stesso tempo, però, non sentitevi mai inadeguati per il ruolo a cui siete stati assegnati. Il fatto che siate giovani, e magari donne, non vuol dire che non siete capaci. Dimostrate coi fatti di avere conoscenze e capacità per fare bene. Perché è vero che non si finisce mai di imparare, ma è anche vero che il nostro livello di conoscenza, qualunque esso sia, è comunque qualcosa che gli altri devono riconoscerci e che ha un suo valore. Quindi umili, ma ben consapevoli del contributo che si può dare”.