Vite congelate tra leggi, cavilli e attese. E la cittadinanza che non arriva mai. Storie di italiani di seconda generazione “stranieri in casa propria”

Italiani di fatto ma non di diritto: alcuni ci sono nati, tutti ci sono cresciuti e ne sono diventati 'cittadini' nella sostanza. Quella che manca è la forma, ossia il riconoscimento ufficiale della cittadinanza. Per loro -e da loro- è nato il movimento che su Facebook conta circa 30 mila seguaci: "Serve lo Ius culturae. Non considerateci solo manodopera"

Sono nati in Italia o ci abitano fin da piccoli. Parlano italiano, pensano in italiano, lavorano, pagano le tasse e si sono laureati in Italia. Ma, per lo Stato, non sono italiani. Sono gli under 35 cresciuti nel nostro Paese, ma nati all’estero. Tutti in attesa di cittadinanza e alla prese con una legge nata tre anni dopo il crollo del Muro di Berlino. Non chiedono lo “Ius soli”, ma qualcosa che va oltre. Le loro storie sono state raccolte con l’aiuto del movimento “Italiani senza cittadinanza”. Ecco chi sono gli italiani stranieri in casa propria.

 

Ihsane e quella Canossa lunga 30 anni: “Studiavo giurisprudenza, ma lo stato mi ha obbligata a lavorare”

“Il primo ricordo dell’Italia? Le curve della strada”. Erano quelle con cui la Provinciale 54 si arrampica tra i faggi, sotto i ruderi del Castello di Canossa. Era il 1999, Ihsane Ait Yahia aveva 6 anni. Nei suoi occhi c’erano ancora le palme di Casablanca, ritte come guardie alla cattedrale del Sacro Cuore in Marocco, dove è nata. Oggi ha 28 anni e abita a Reggio Emilia. All’epoca le curve che sgomitano sull’Appennino, erano roba mai vista. Ma anche un presagio. Le percorse pure Enrico IV di Franconia, a gennaio del 1077. Anche lui puntava al Castello. Voleva chiedere la revoca della scomunica a Papa Gregorio VII che lo attendeva dentro, sul trono. Ma il pontefice lo fece aspettare tre notti e tre giorni fuori, mentre infuriava una bufera di neve. Passò alla storia come l’umiliazione di Canossa. Anche Ihsane è rimasta fuori da qualcosa. La sua Canossa deve ancora finire.
“Sono un’italiana, ma senza cittadinanza. Sono arrivata in Italia a 6 anni, grazie alla richiesta di ricongiungimento familiare fatta dai miei genitori. Mio padre, che a Casablanca faceva il fornaio, è arrivato qui nel 1993. Appena è riuscito a sistemarsi ha chiesto il ricongiungimento per me, mia madre e le mie quattro sorelle”. Trovò casa lì, a Canossa, a piedi del castello. “All’epoca era difficile per degli arabi farsi affittare casa in città”. Ma la richiesta di cittadinanza di Ihsane, avanzata dopo 10 anni di residenza continuativa in Italia, è stata respinta. Lei conosce quattro lingue: arabo, italiano, inglese e francese. Vive a Reggio da 22 anni dove ha studiato, è avvocato praticante, ha una partita Iva come interprete. “Sono dipendente dell’Asl di Reggio per la programmazione e la gestione della campagna vaccinale. Ma per lo Stato non è abbastanza“. L’iter per la richiesta è iniziato nel 2012, quando aveva 19 anni. Il Ministero 5 anni dopo le ha risposto picche. “La richiesta è stata respinta per un requisito legato al reddito familiare. Quando la domanda è stata presentata mio padre aveva perso il lavoro”.
La legge del 5 febbraio 1992, per nuclei numerosi come il suo, pretende un reddito familiare di almeno 15mila euro l’anno, negli ultimi 36 mesi. Nessuno però, al Caf dove si fece aiutare per le pratiche, glielo aveva spiegato. E il requisito saltò. “All’epoca mi ero appena iscritta all’università, studiavo Giurisprudenza. Non lavoravo come molti altri 19enni”.
I risparmi però in famiglia c’erano, messi da parte dall’impresa edile aperta dal papà. Ma per la legge non bastò. Ihsane a quel punto non ha avuto scelta: “Ho dovuto interrompere gli studi e mettermi a lavorare“. Il suo obiettivo era quello di presentare almeno tre Cud che attestassero tre anni di redditi personali superiori a 8.200 euro l’anno. “Che significano tre anni di studio persi all’università”. Così ha fatto prima la donna delle pulizie, poi la hostess. Finché non ha trovato lavoro in una cooperativa sociale. Oggi quel requisito del reddito da 8.200 euro lo ha addirittura doppiato. “Ho integrato la documentazione e ora sono in attesa di risposta”. Ma i mesi passano e dal Ministero non arrivano segnali.
Intanto Ihsane riflette sulle beffe di una legge vecchia di 30 anni. “Mio padre ha ottenuto la cittadinanza italiana una settimana dopo il compimento dei miei 18 anni”. Sarebbe bastato che la notifica fosse arrivata al padre otto giorni prima, per estendere in automatico la cittadinanza anche a lei. “Se i genitori infatti sono già italiani, i figli minorenni diventano italiani”. Ma la lista dei paradossi è lunga. “Se mi facessi adottare da qualcuno, anche se sono maggiorenne, avrei diritto alla cittadinanza senza dover dimostrare più niente. Vi sembra normale?”. Ma quel che fa più male è altro. “Ho sacrificato tre anni della mia vita e del percorso di istruzione per dimostrare di ‘meritarmi’ di essere italiana. Oggi avrei potuto essere già laureata e aver partecipato a molti concorsi che premiano un laureato in Giurisprudenza. È la riprova che questa legge invece di favorire all’integrazione, spinge alla separazione”.
Ihsane è praticante nello studio legale di Angelo Russo, presidente della Camera Penale di Reggio. E da qui prova ad aiutare chi, come lei, sbatte nel muro di burocrazia. “Una donna marocchina ci ha chiesto aiuto. La sua richiesta di cittadinanza è stata respinta perché l’ex marito aveva un precedente penale: violenza domestica verso di lei. Questa donna paga due volte: non può diventare italiana per colpa del marito del quale è stata anche vittima”. A ferire Ihsane è che la cittadinanza venga trattata come una concessione, non un diritto. “Dovrebbe esistere almeno uno Ius culturae: un diritto alla cittadinanza per gli stranieri che hanno studiato in questo Paese e sono a tutti gli effetti cittadini italiani. Invece questa legge vede i richiedenti solo come forza lavoro”.
Intanto dal Ministero non è arrivata risposta. Né un sì, né un no. Ihsane, lassù dopo tutte quelle curve, si sente ancora tra i faggi, fuori dalle mura di Canossa. Aspetta che il sovrano la riceva nel castello. Lì fuori, gli anni passano senza tornare. E feriscono più di ogni una bufera di neve.

Kyare parla tre lingue e ha una laurea. Ma per il Ministero non ‘conosce’ l’italiano

È nata in Italia. Parla italiano, pensa in italiano, paga le tasse in Italia, si è laureata in Italia. Ma non è italiana. Colpa di un certificato che non ha allegato alla richiesta di cittadinanza. “Non sapevo che fosse necessario. La mia pratica è stata inviata nel 2019 dopo l’entrata in vigore del Decreto Salvini e questo è il risultato”. Kyare Khaled, ha 30 anni. È nata a Formia da padre egiziano e madre tunisina. Quella disavventura burocratica la racconta mentre le esse scivolano sul palato e le vocali atone sfioriscono: è italiano coccolato dall’accento napoletano. Quello di Eduardo De Filippo e Sofia Loren. Ma lei di lingue ne conosce tre: italiano, arabo e inglese. Eppure il Ministero, inizialmente, ha bocciato la sua richiesta. “Il rigetto si è basato sulla mancata presentazione del certificato di conoscenza della lingua italiana“.
Per Kyare, che in Italia ci si è laureata in Scienze delle lingue, storia e cultura del Mediterraneo e dei Paesi islamici all’Orientale di Napoli, quel pezzo di carata sembrava superfluo. “Sono nata qui e mi sono laureata qui. Devo dimostrare di conoscere la lingua?”. Ma con quella certificazione mancante non voleva lanciare nessuna sfida. “Semplicemente non sapevo che servisse”. Il requisito introdotto dal Decreto Salvini è un attestato di conoscenza dell’italiano non inferiore al livello B1. In pratica un livello di conoscenza poco sopra quello scolastico. Aria fresca per una madrelingua italiana come lei. “Il Decreto però era entrato in vigore da poco e, quando ho inviato la domanda, i siti di Ministero e Prefettura non erano aggiornati ancora con i nuovi requisiti”. Il risultato: richiesta respinta. Kyare però non si è arresa.
“Mi sono rivolta a un avvocato e chiesto, dopo aver integrato la documentazione, che la domanda sia di nuovo esaminata“. Per la 30enne si tratta di un’occasione d’oro. Specie a livello lavorativo. “Ci sono compagnie aeree che assumono solo persone con cittadinanza italiana o europea. Lo stesso vale per diventare insegnante o partecipare a un bando pubblico: serve il permesso di soggiorno a lungo termine che ho ottenuto solo quest’anno”. Kyare, nell’attesa, ha trovato lavoro in un azienda a Monte di Procida che si occupa di automazione e robotica. Cura le relazioni con i clienti internazionali. Quella cittadinanza che non c’è le ha già tarpato le ali troppe volte.
“Come all’università: alcuni programmi per l’Erasmus prevedono solo la cittadinanza italiana. Spesso ho pensato, dopo gli studi, di tornare in Egitto dove, forse, avrei avuto più possibilità di lavorare”. A impedirle di presentare la richiesta a 18 anni, invece, è stata l’altra legge, quella del 5 febbraio 1992, in vigore prima dell’archiviazione del Decreto Salvini. “Prevede che dopo 10 anni in Italia scatti la cittadinanza italiana per naturalizzazione“. Ma gli anni di residenza devono essere continuativi. “Invece dopo il divorzio dei miei genitori, sono tornata in Egitto, rientrando poi in Italia quando avevo 19 anni”. E per la domanda ha dovuto attendere un altro decennio. La sua richiesta, formalmente, è stata integrata nel 2020.
Kyare è in attesa di una risposta ufficiale, ma i tempi previsti dalla legge sono lunghi. Nonostante il Decreto Salvini non si applichi più, è prevista comunque una durata massima di esame di 2 anni. Prorogabile a tre in caso di complicazioni. “E nel frattempo non si viene a sapere niente”. Le vite di Kyare e di quelli come lei, italiani di seconda generazione nati e cresciuti qui, restano congelate. “Tempi così lunghi minano il concetto stesso di sicurezza. Paradossalmente, nell’attesa, una persona potrebbe essersi messa a delinquere e aver commesso reati. Ma il Ministero valuterà comunque la domanda di due o tre anni prima, quando la fedina penale era pulita”. La sua come centinaia di altre domande restano parcheggiate al Ministero. Dietro ognuno di quei pezzi di carta si nascondono vite in carne e ossa. Quelle dei bambini di ieri, gli italiani di oggi. Con un futuro da stranieri in casa propria.

Marwa e quella rivoluzione mancata: “Se potesse parlare, questa legge chiederebbe di essere riformata. Senza queste regole Saman avrebbe potuto salvarsi”

“Nel 2022 la legge 91 del 1992 compirà 30 anni. Sono sicura che se potesse parlare, anche la legge stessa chiederebbe di essere riformata”. Marwa Mahmoud ha 35 anni ed è nata ad Alessandria d’Egitto. Quando ne aveva 18 ha fatto richiesta di cittadinanza italiana. La sua è stata accolta. Si è laureata in Lingue e letterature straniere. Oggi, dopo essere stata eletta nella liste Pd, è consigliera comunale a Reggio Emilia e presidente della Commissione diritti umani. Nel 2015 è stata tra i fondatori del movimento “Italiani senza cittadinanza” che su Facebook conta quasi 30mila seguaci. Pensa che tragedie come quella di Saman Abbas, la 18enne pachistana che, per la Procura di Reggio, è stata uccisa dai familiari dopo aver rifiutato un matrimonio forzato, siano anche figlie di una legge ormai vecchia.
“Saman dal punto di vista normativo era sicuramente una donna più vulnerabile di altre. Era ancora subordinata alle volontà della famiglia anche a causa di un limite formale imposto dalla legge”. Un esempio? “Se fosse stata italiana, sarebbe potuta andare in anagrafe a duplicare i documenti che erano conservati dal padre. Poi andare in Questura a fare il passaporto. E poi andarsene dove voleva”. Ma non era italiana e, per avere quei documenti, è stata costretta ad abbandonare la casa-famiglia che la proteggeva, tornando dai genitori. Dopo l’incontro è sparita.
“Purtroppo era rimasta vincolata ai genitori. Quel vincolo agisce anche a livello psicologico e mentale oltre che pratico”. Per Marwa questa è una condizione vissuta da almeno un milione di giovani come Saman. “Era italiana di fatto, ma non di diritto. Come tantissime persone nate o cresciute in Italia, molte delle quali arrivate in tenera età per il ricongiungimento familiare”. Per questo, secondo Marwa, l’obiettivo di riforma della legge del 1992 non si può esaurire nel passaggio da Ius sanguinis a Ius soli, il diritto cioè di cittadinanza per chi nasce sul suolo italiano. “La frontiera da raggiungere è uno Ius culturae: si diventa italiani dopo aver portato a termine un percorso di studi in Italia. La legge del 1992 è stata creata per migranti economici ed è inadeguata per le nuove generazioni che hanno studiato, come quella di Saman. Giovani cioè che a 18 anni vogliono essere padroni della loro vita e andare all’università“. E che invece si trovano obbligati a dimostrare di avere già un lavoro per chiedere la cittadinanza.
“La legge invece vuole, in un certo senso, che esistano solo come manodopera. Questo è un grande paradosso. Quella legge era figlia del suo tempo. I trentenni italiani di oggi hanno avuto compagni di scuola di origine straniera, sono abituati culturalmente a frequentarli e la ritengono una cosa del tutto naturale. La loro è un’esperienza che la classe politica di trent’anni fa non aveva fatto”. E oggi molti restano parcheggiati in un limbo burocratico. Ma anche culturale. “Qualsiasi donna potrebbe essere Saman. La pratica del matrimonio forzato si presenta sotto altre vesti per molte giovani vittime di dinamiche patriarcali: costrette a non uscire con i propri amici, a non avere i social o a non andare in palestra. Molte vengono anche sottratte al percorso scolastico”. Destini che il riconoscimento della cittadinanza invece potrebbe cambiare.
Le loro storie sono raccolte da “Italiani Senza Cittadinanza”, il movimento fondato anche da Marwa, che ora compie 6 anni. “È un movimento informale, non siamo strutturati. Cerchiamo di raccogliere le richieste di aiuto che ci arrivano, indirizziamo le persone sui percorsi da fare per andare in Prefettura e li aiutiamo a presentare i documenti correttamente per richiedere la cittadinanza. Soprattutto cerchiamo di fargli evitare gli errori vissuti sulla nostra pelle”. Ma nell’accogliere o respingere le richieste regna ancora la discrezionalità. “Quando una domanda viene respinta, il Ministero non è tenuto nemmeno a spiegarne il motivo e la risposta può arrivare anche dopo tre anni”. Un diritto di vita o di morte quasi inappellabile. Come quello che la famiglia di Saman aveva su di lei.