“Vorrei incontrare Mustafa e suo padre e dire loro: fidatevi della scienza, faranno miracoli com’è stato per noi”

Aladin e suo padre Abdullah Hodzic, insieme a Sanja, figlia di un amico, sono arrivati in Italia nel 1995 per fuggire dalla guerra in Bosnia. I due bambini avevano entrambi una gamba amputata. Oggi Aladin si è costruito una famiglia e vive mille passioni e, come suo padre gli ha insegnato, ha imparato a "non odiare"

“Sì, mi piacerebbe incontrare Mustafa e suo padre. Dopo 30 anni non è cambiato niente sulla guerra. Dopo 30 anni continuiamo a non capire, a ripetere gli stessi errori. Io vorrei dire a questo padre e a questo bambino siriano: fidatevi della medicina. Perché qui in Italia, nel centro protesi di Budrio, faranno sicuramente il miracolo. Come è stato per Aladin e Sanja, la figlia di un amico che nel ’95 portai con me. Il pensiero è sempre per i bambini, devi partire per loro”.

Aladin Hodzic è arrivato in Italia dalla Bosnia nel 1995, con la gamba destra amputata per una granata dei serbi (foto Paladini e Sentinelli)

Abdullah Hodzic, 53 anni, bosniaco, musicista di Bihac, oggi operaio metalmeccanico nel Ferrarese, è il papà di Aladin. Il suo figlioletto non aveva ancora 5 anni quando arrivò a Bologna, la gamba destra amputata per una granata dei serbi, le stampelle per camminare, un caschetto biondo e uno sguardo serio che andavano al cuore. E per la cronista che c’era, in quel caldo giorno d’agosto del 1995, confusa nella platea di giornalisti e cameramen che occupavano la piazza di Budrio, alle porte di Bologna, che emozione sentire al telefono dopo una vita quella voce calma. Ascoltare un giovane uomo che, in un italiano perfetto, con calata emiliana, cerca i ricordi di allora e rivede “l’aeroporto di Bologna, io sono in braccio a papà, tutti i fotografi attorno, Sanja è con noi”. L’amica che aveva due anni in più, un’altra vittima della guerra, amputata alla gamba sinistra. Rinata, in Italia, oggi fa la psicologa e lavora in Germania.

Aladin e suo padre, fuggiti dalla guerra in Bosnia, ricordano quello che è recentemente avvenuto a Mustafà el Nazzal, il bambino di 4 anni arrivato con la famiglia dalla Siria

In quell’estate di 27 anni fa, la storia commosse l’Italia. Oggi Aladin è padre di Daria, 3 anni e mezzo, lui aveva la stessa età quando la guerra gli tolse l’innocenza. Eppure ascoltarlo parlare per un’ora al telefono lascia un’impressione forte, colpisce l’assenza di odio o risentimento nelle parole. “Chi ha fatto del male prima o poi pagherà il suo conto con la giustizia. E, come dicono sempre dalle mie parti, se non ci pensa la legge, ci penserà Dio”, è la sua regola. Quando gli fanno notare che quello che gli è capitato è terribile, lui spiazza l’interlocutore: “Vero. Ma io penso anche alla fortuna che ho avuto. Se non avessi perso la gamba, magari adesso vivrei ancora in Bosnia e magari avrei una vita non così tranquilla. Allora concludo: alla fine, mi è andata anche bene”.
Le foto sui social raccontano le sue passioni, il trekking in montagna, qualche esperimento ardito con il bungee jumping, il matrimonio con Adisa, “ci siamo conosciuti quando sono tornato a Bihac, in Bosnia, ci siamo frequentati e innamorati”. Al piccolo Mustafà el Nazzal, nato senza gambe e senza braccia per gli effetti delle armi chimiche, augura “soprattutto di potersi distinguere, di riuscire a fare qualcosa in più degli altri. Perché i bambini che hanno vissuto un trauma così sviluppano capacità che altri non hanno. Sì, un giorno mi piacerebbe incontrarlo. Ma adesso penso abbia cose più urgenti da fare”.

Oggi Aladin è sposato con Adisa e ha una bambina, Daria, di 3 anni e mezzo

Abdullah è fiero di Aladin e degli altri due figli più piccoli, Azra e Mohammed. Gli ha insegnato a non odiare nessuno. Ha un ricordo indelebile di Luciano Masi, l’operatore Rai che lo riprese con il figlioletto nella sua Bihac, era l’agosto del 1995, “pochi giorni dopo siamo partiti per l’Italia”. Racconta: “Venne aggredito verbalmente dai miei amici e parenti. Gli ripetevano, ‘non ti vergogni a riprendere questo bambino che ha bisogno d’aiuto?’ Allora sono intervenuto, ho detto a tutti, usate la testa. Lui deve filmarmi, solo così potrò aiutare mio figlio. Se sono stato coraggioso? Penso di aver fatto il mio dovere. Mi sono fidato di gente seria, come Marco Beci”, il cooperante poi morto nella strage di Nassiriya. Il babbo di Aladin, a Bihac, è stato soldato. “Ho combattutto per tre anni e mezzo – racconta –. L’ho fatto per la mia famiglia. Purtroppo da allora non è cambiato niente. E non importa che stavolta sia la Siria, allora la Bosnia. Il mondo è sempre lo stesso, è sempre la stessa storia”. Pensa “ai tanti bambini che non hanno avuto la ‘fortuna’ di Aladin e Mustafa, che non sono finiti in una foto. Bambini senza arti ma anche senza protesi, senza cure, bambini che neanche sono sopravvissuti. Questa è la tragedia”.

E poi sorride, mentre gli torna in mente la piazza piena di Budrio, “quel giorno di Ferragosto pensavo che fosse arrivata lì tutta Italia. Come prima cosa i giornalisti mi chiesero ‘ma dove sono le sue valigie?’ Beh, diciamo che non era quello il problema… Tutti credevano che anche Sanja fosse mia figlia. Sì, è stata una bella responsabilità partire con due bambini. Lei è rimasta con me, da sola, per tre mesi. Ma dovevo farlo, non vedevo l’ora”. Poi si rabbuia, mentre ricorda che ancora oggi in Bosnia “ai piccoli insegnano a odiare chi è diverso. Non abbiamo imparato la lezione. Poi è arrivato un virus e ci ha insegnato che si può morire anche senza bombe”.