Willy gridava “Non respiro più”, ma i picchiatori non si fermarono. “Al processo tutta l’Italia sarà dalla sua parte”

Fu una morte che in alcuni particolari evoca quella di George Floyd. Sta per iniziare il processo per l'uccisione di Willy Duarte a Colleferro. Lui col volto da bimbo, studente e lavoratore, gli assassini ostentatori di muscoli e suv, col reddito di cittadinanza. Il legale della famiglia ha una certezza: "In aula si avvertirà lo strazio della società"

Willy Monteiro Duarte, il 21enne picchiato a morte nella notte a Colleferro, in un’immagine presa dal suo profilo Facebook

Il volto gentile, la pelle scura. Aveva solo 21 anni, era un ragazzo italiano originario di Capo Verde. Nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020 è stato massacrato di botte. Ucciso a calci e pugni. Una testimone l’ha sentito gridare: “Basta, vi prego, non respiro più”. “I can’t breathe”: con le stesse parole da brivido George Floyd implorava i poliziotti un anno fa. Ma questa non è Minneapolis, è una strada di Colleferro (Roma). La tomba di Willy Monteiro Duarte. Solo Willy, nel cuore degli italiani. Pestato a sangue da un branco di ventenni. Abitava a Paliano, nel Frusinate, lavorava come aiuto cuoco. Quel sabato notte voleva solo aiutare un amico in difficoltà.

Per il suo omicidio sono finiti subito in carcere i fratelli Marco e Gabriele Bianchi con Mario Pincarelli; ai domiciliari Francesco Belleggia. Per dirla con le parole del gip: “I quattro indagati infierendo con crudeltà su un ragazzo inerme, erano animati semplicemente dalla volontà di dimostrare la forza del proprio gruppo”. Quattro contro uno. “Violenza inaudita”, racconta chi c’era.

 

Due mondi agli antipodi

Gabriele Bianchi in una immagine tratta da Facebook.

Vi ricordate i volti, le foto? Due mondi agli antipodi. Il sorriso da bambino di Willy, la sua dolcezza; gli sguardi di sfida e l’esibizione di muscoli dei fratelli Bianchi, cultori delle arti marziali e del lusso. Suv, barche e vacanze da sogno ostentati sui social, eppure percepivano il reddito di cittadinanza. Il caso finì in Parlamento con un’interrogazione al ministro del Lavoro. Il capogruppo di FdI alla Camera, Francesco Lollobrigida, non si raccapezzava come fosse possibile “se è vero che i giovani erano già segnalati alle forze dell’ordine, avendo numerosi precedenti per aggressioni e spaccio di stupefacenti”.

Dopo quella notte di follia, si è scritto che i fratelli erano indagati da anni ma l’arresto non era mai scattato. Ancora polemiche. Spadroneggiavano, picchiavano, terrorizzavano. Ma servivano altre prove per incastrarli. La sera del 13 aprile 2019 pestarono un indiano. Gli aveva detto “state attenti”, perché erano sfrecciati in auto. Sono tornati indietro e hanno vendicato l’affronto. Anche quella volta erano in quattro. I colpi sono costati alla vittima un mese di prognosi. E’ stato portato all’ospedale con il volto massacrato ma si è salvato. Willy no. Botte e droga. Uno stile di vita appena confermato dalla condanna a 5 anni e 4 mesi per spaccio e lesioni inflitta ai Bianchi dal tribunale di Velletri. Un condanna che servirà  a tenerli in carcere in attesa del processo per Willy

 

L’avvocato:  “La famiglia chiede giustizia, non vendetta”

Domenico Marzi, avvocato della famiglia di Willy, si prepara alla prima udienza in Corte d’Assise, il 10 giugno, e prevede: “Questa vicenda dovrà essere affrontata anche per il dramma di un paese dove la gente esce di casa la sera e uccide con disinvoltura”. Avvocato, sta dicendo che il processo ha un risvolto sociale importante quanto quello giudiziario? “Io penso di sì. Va affrontato anche lo strazio della società, non solo quello delle vittime”. Il legale non ha dubbi, “l’Italia sta dalla parte di Willy. Perché davvero ha colpito tutti la fragilità di questo ragazzo, la compostezza dei familiari. Non hanno mai cercato vendetta. Chiedono una sentenza che assegni le responsabilità. Sono persone equilibratissime. Sono persone perbene”.

 

Tutti contro tutti, fra imputati

Gli imputati rischiano l’ergastolo?“La contestazione a tutti e quattro è di omicidio volontario – ricorda -. Aggravato dai futili motivi e dalla volontà di affermare il predominio sul loro territorio di riferimento con l’uso della forza brutale. L’accusa è suscettibile di una condanna all’ergastolo”.  Al processo si preannuncia un tutti contro tutti. L’avvocato Marzi guarda alle novità degli ultimi giorni e prevede: “Avremo sicuramente una conflittualità tra gli imputati non indifferente”. Pensa a Belleggia, “la cui posizione si è alleggerita fin dall’inizio, infatti è stato posto ai domiciliari. Ha denunciato per false informazioni al pubblico ministero i testimoni indicati dalla difesa dei Bianchi. Quelle persone hanno dichiarato che a picchiare sarebbe stato lui e non i fratelli. Ma obiettivamente è difficile sfuggire alla prova del fatto. Ci sono anche delle riprese: la macchina arriva, questi scendono, scappano dopo un minuto e mezzo… Tutto conclamato. L’unica difesa è provare a scaricarsi le colpe a vicenda”.