Zerocalcare racconta Rebibbia: “Degrado o mito del buon selvaggio? Le periferie sono molto di più”

Il fumettista, attraverso i suoi lavori, porta avanti da anni una battaglia per cambiare la narrazione tradizionale delle periferie, basata su una visione dicotomia che appiattisce la realtà multiforme e variegata reale.

Ci sono quelle social, quelle geografiche, quelle nate spontaneamente e quelle create, volute, tenute a distanza. Le periferie, più facili da trovare che da definire. C’è chi le evita come peste e chi prova per questi ‘non luoghi’ un attaccamento quasi viscerale. È il caso, ad esempio, di Michele Rech, in arte Zerocalcare. Amato e acclamato fumettista romano, anzi di Rebibbia per la precisione. Perché “Rebibbia Regna”, come ha inculcato nella testa di tutti i suoi appassionati lettori fin dalle prime strisce pubblicate sul suo blog, antesignano di romanzi grafici di successo da oltre un milione di copie vendute (traguardo raggiunto a fine 2019).

Michele Rech, in arte Zerocalcare

Insomma Rebibbia, noto quartiere romano di borgata, famoso soprattutto per una cosa: il carcere. Quello che vediamo e leggiamo nei suoi fumetti e che abbiamo osservato fare da sfondo alla sua prima serie animata, “Strappare lungo i bordi“, in cima alla classifica dei contenuti più visti su Netflix Italia, è però qualcosa in più, è un mondo variegato e caleidoscopico, che dai luoghi comuni si avvicina e si allontana, come una molla. Zerocalcare non ha cambiato il modo di raccontare la periferia, in lui la descrizione è profondamente radicata nella realtà che vede e vive ogni giorno: “È il posto dove so nato, cresciuto, è il contesto di tutto e io mi so sempre trovato molto a disagio nella rappresentazione piatta di quel contesto”. Quella da cambiare, semmai, e sono anni che porta avanti questa battaglia non solo con i suoi libri ma anche nelle interviste e attraverso i canali di informazione, è la narrazione dominante portata avanti dai media mainstream. E lo fa partendo proprio dal caso che più gli sta a cuore.

La dicotomia tra Suburra e il mito del Buon Selvaggio

Una striscia di fumetti di Zerocalcare sulle periferie

A Rebibbia non succede mai niente praticamente ma quando accade qualcosa succede che i media raccontano queste cose sulla base delle veline delle questure. Per tutto quello che succede interviene il commissariato di San Basilio. Quindi in verità sui giornali troverai scritto che è successa a San Basilio. Questa cosa fa sì che a noi non ci si incula nessuno ma in più San Basilio si accolla il male di tutto quello che sta intorno, il quadrante intorno, perché ogni volta che uno spara, s’accoltella, è tutto San Basilio”, ha raccontato in un intervento del 2019 intitolato “Dialoghi su Roma”.  “Gli ultimi anni in generale si è parlato tantissimo di periferie nel cinema, nelle serie, ma io devo dire che quasi mai ho riconosciuto le zone mie all’interno di quel racconto là – aggiunge il fumettista – Perché di solito in realtà so sempre state raccontate o come er mondo der degrado assoluto oppure del mito del buon selvaggio“. Eccola. La visione dicotomica, mainstream, delle periferie: da una parte c’è o il mito, dove sono tutti buoni e puri, si vogliono tutti bene, luoghi di poverelli non raggiunti dal progresso o non ‘corrotti dal capitalismo’; dall’altra invece c’è la visione del degrado assoluto e della violenza, ‘il ferro in mano’ a 12 anni, dello spaccio ‘obbligato’.

Una scena tratta dalla serie Netflix “Strappare lungo i bordi”

“La riduzione de na complessità com’è quella dei quartieri nostri a questa dicotomia qua a me m’ammazza proprio, questa idea che magari nei posti ci stanno solamente o i boy scout o i narcotrafficanti. In realtà le periferie so luoghi complessi dove ci stanno persone belle, brutte, dove c’hai sullo stesso pianerottolo, alla porta di fronte o a volte nella stessa famiglia, quello che ‘spinge’ da quando ha 12 anni e quello che fa l’astrofisico o il dottorando”. Contraddizioni che hanno sempre affascinato Michele e che ha spesso tradotto in un linguaggio semplice, immediato ma tanto più efficace come quello dei fumetti. Dove non si limita a mostrare esempi virtuosi, ‘il buono’ che si trova anche ai lati estremi delle città, tra gli ‘esclusi’, ma fa un’analisi della marginalità urbana di Roma con una precisione laser, perché è vissuto a Rebibbia e la sa raccontare.

“Appunto nelle borgate spesso lo spaccio è una forma di sussistenza diffusissima e che non è che uno fa lo spacciatore perché non vuole lavorà o perché vive la ‘vida loca’ criminale. Uno magari lavora 8 ore e la sera spaccia pure perché comunque per arrivà alla fine del mese deve fa pure quello, e non è in antitesi con l’essere persone anche con un impegno sociale, anche generose, anche che fanno volontariato. Nun vor di che non è una contraddizione, vor dì che ce stanno tutte le cose. Le persone non so bidimensionali. Quindi in realtà raccontare quelle sfaccettature secondo me è il servizio migliore che si può fare in generale ai territori. Bisogna sempre contestualizzare le cose”.

“Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia”

L’ultimo libro di Zerocalcare “Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia”

“Io provo a raccontare qualcosa di un pochetto più sfumato che poi corrisponde a quello che ho vissuto io”, ha detto l’autore riferendosi alla graphic novel “Scheletri uscita nel 2020. Perché il mondo reale, fuori dalle strisce dei suoi romanzi che tanta presa hanno sul pubblico di oggi, che siano adolescenti o persone di mezza età (sì, anche i sessantenni leggono i fumetti e guardano la serie di Zerocalcare) non è tutto bianco o nero. Esistono sfumature, sfaccettature, punti di vista diversi della stessa cosa. E bisogna immergersi in quel mondo, entrarci in contatto, in connessione, comprenderlo o perlomeno chiedere a chi ne è parte integrante, chi è immerso nei gangli periferici e, nonostante il successo, non lascerà mai la sua borgata. “Io morirò a Rebibbia – dichiara il 38enne – è un quartiere che c’ha delle grosse forme di solidarietà interna, raccolta alimentare, raccolta dei pacchi, è un quartiere che c’ha due centri sociali… Insomma in qualche modo c’è una rete umana molto solida ma che non c’è soltanto da noi insomma, mi sembra che nell’ultimo lockdown un sacco di quartieri di Roma hanno riscoperto l’importanza di questi legami comunitari”.

Perché il covid è arrivato ovunque, al Colosseo come al parco del Pigneto, in Vaticano come al capoluogo della metro B, con il murales del mammut a troneggiare davanti all’ingresso. Nel suo ultimo romanzo “Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia“, Zerocalcare dedica un capitolo (“Romanzo sanitario. Una poco rocambolesca storia di sanità territoriale e periferia“) proprio alle periferie e all’effetto provocato dal coronavirus su luoghi in cui, inevitabilmente, i problemi sono spesso più numerosi e più radicati che altrove. Ma che comunque trovano il modo per uscirne, per creare una rete  “Da quando è iniziata sta cosa del covid mi è capitato di fare delle interviste per i cartoni scemi  che facevo (la serie animata prodotta dallo stesso Michele Rech, “Rebibbia Quarantine“, ndr), e ogni volta mi fanno questa domanda. ‘…E dicci Calcare… Com’è la pandemia a Rebibbia?'” scrive in una pagina del libro. E poco dopo aggiunge: “Ci metto sempre un po’ a capire cosa si aspettano. ‘Sì, ok, ma il disagio? La rabbia che cova? È la periferia cazzo, non c’hai aneddoti croccanti? Sul degrado , l’abbandono… Il sottoproletariato selvatico?? Lì dove cresce l’odio??'” (a parlare è un giornalista “roditore” affamato di scoop).

Il murale del Mammut fuori dalla fermata Rebibbia della metro B di Roma

Senza entrare nel dettaglio – e senza fare spoiler – nel corso del racconto l’autore prova a far comprendere che i problemi presenti e inevitabilmente aggravati dall’emergenza sanitaria sono reali, problemi di ogni giorno, sono problemi strutturali di un sistema che, al di là della rappresentazione mediatica, non funziona. Nel corso della prima fase della pandemia quello della sanità territoriale, ad esempio, è stato un tema onnipresente nella sfera del discorso pubblico. Nel campo pratico dei fatti, però, la questione è sempre stata lasciata in balia del disservizio, della burocrazia e del disinteresse politico. Una denuncia sociale di problematiche comuni ma che hanno una ricaduta locale immediata. Ma contemporaneamente Zerocalcare  torna a lanciare un’accusa contro lo sciacallaggio giornalistico, incapace di uscire dall’equazione stereotipata della periferia uguale degrado, legata al mondo della criminalità o alla retorica del volontariato.

Insomma, senza lasciarsi ingannare dall’uso del dialetto romanesco né dalla scelta del minimalismo ‘borgataro’ usato per le sue cronache minori, nelle strisce del fumettista di Rebibbia ci sono analisi psicologiche e antropologiche molto più credibili di quelle che fuoriescono, come esalazioni, dai convegni o dall’informazione ‘alta’ sul disagio urbano. Questo perché Michele Rech, prima di diventare un punto di riferimento intellettuale (e anticonvenzionale, in jeans e felpa) è un ragazzo di borgata, di quartiere, di periferia. Una persona che è nata immersa in ciò che racconta e che per questo riesce a rispecchiarne al meglio la complessità.