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Fondali a rischio: ogni anno estratti sei miliardi di tonnellate di sabbia

Nei fondali italiani vengono estratti tra i 9,8 e i 15,7 milioni di tonnellate l’anno di materiali. Quali sono i rischi e le conseguenze?

di DOMENICO GUARINO -
13 settembre 2023
Fondali-sabbia

Fondali-sabbia

Di come le attività umane stiano mettendo in crisi l’ecosistema marino, sappiamo oramai molto. Del fatto invece che anche i fondali siano oggetto di sfruttamento eccessivo e attacchi vari, mettendo ulteriore pressione sulla biodiversità e sui delicatissimi equilibri del mondo subacqueo e sulle comunità costiere, si parla invece molto meno. Eppure la situazione è gravissima, se si pensa che ogni anno l'industria globale del dragaggio estrae sei miliardi di tonnellate di sabbia e sedimenti. In pratica lo stesso peso di 750mila Tour Eiffel.

I dati dell'Unep

La stima è stata fatta dall’UNEP, l’Agenzia ONU per la protezione ambientale, presentando la nuova piattaforma Marine Sand Watch ideata per monitorare i prelievi in tutto il mondo. Attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e dei segnali automatici delle navi, traccia e monitora l’estrazione di sabbia, argilla, limo, ghiaia e roccia negli ambienti marini di tutto il mondo, mettendo a disposizione degli ricercatori informazioni dettagliate sulle zone di estrazione dove vigono concessioni, sui siti di dragaggio, sugli hub di commercio della sabbia, sul numero di navi e sugli operatori che si trovano in mare..
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Dragaggio in un porto (Ansa)

Dallo studio emerge che, a livello globale, la forchetta del drenaggio oscilla tra i 4 e gli 8 miliardi di tonnellate, in un trend ascendente dal 2012 ad oggi.  Un valore “pericolosamente” vicino al tasso di rifornimento naturale di 10-16 miliardi di tonnellate all’anno necessario per sostenere gli ecosistemi costieri e marini. Per quando riguarda più propriamente il nostro Paese, il dato che emerge è che, nella zona entro le 200 miglia nautiche dalle coste italiane, nel 2019 (ultimo anno disponibile) venivano dragate tra i 9,8 e i 15,7 milioni di tonnellate l’anno di materiali. Un’enormità!

Le conseguenze per i fondali marini

Ma quali sono le conseguenze di questo sfruttamento intensivo? Innanzitutto va considerato che l’estrazione mette a rischio gli ecosistemi costieri e dei fondali marini, compresa la biodiversità marina colpita dai cambiamenti nella disponibilità dei nutrienti, dalla torbidità dell’acqua, e dall’inquinamento acustico. Inoltre l’estrazione costiera o vicino alla costa può influenzare la salinizzazione delle falde acquifere e il futuro sviluppo turistico. Mentre è certo che la diminuzione di sabbia, limo e ghiaia vicino alle coste va a determinare una maggiore pericolosità dell’innalzamento del livello dei mari ed un’incrementi dell’esposizione all’impatto delle tempeste.
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I rischi e le conseguenze

L'allarme sfruttamento

Ad allarmare ulteriormente c’è poi la questione dello sfruttamento a grandi profondità, attraverso il E il futuro si chiama deep sea mining, cioè lo sfruttamento delle ricchezze minerarie depositate in fondo ai mari: cobalto o nichel che servono per molte delle tecnologie legate alle rinnovabili, e il rame che è letteralmente il pilastro di tutte le nostre infrastrutture elettriche. Il fatto è che i fondali sono letteralmente una terra di nessuno sul piano giuridico e le aziende, approfittando di questo vuoto, stanno mettendo a punto i prototipi di macchinari in grado di compiere l’estrazione a 5000 metri sotto il mare. Pratiche di cui non è possibile prevedere gli impatti sugli ecosistemi marini. L’ONU sta preparando un regolamento per porre rimedio alla carenza di normative e, attraverso la sua agenzia per la regolamentazione, l’ISA (International Seabed Authority), ha fatto delle regole per il deep sea mining una priorità, promettendo un accordo globale entro due anni. Ma bisogna fare presto, anche perché, secondo alcuni studiosi, si potrebbe andare incontro a danni molto seri se non catastrofici, o addirittura irreversibili.

La campagna contro il deep sea mining

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Campagna contro il deep sea mining di Green Peace

Secondo Natalie Lowrey, portavoce della campagna internazionale contro il deep sea mining, in realtà sappiamo infatti ancora molto poco del fondale oceanico, tanto che alcuni scienziati pensano che abbiamo più informazioni sulla superficie lunare. Diversi studi ipotizzano che il deep sea mining causerebbe sulla fauna marina un impatto da rumore. Altre ricerche teorizzano inquinamento luminoso, disturbi creati dalle vibrazioni. Tra le ripercussioni più preoccupanti c’è quella del sollevamento di nubi di sedimenti dovuto all’operazione di grattamento, che contribuirebbe al degrado di ecosistemi con bassissima resilienza, con il rischio di trasportare in superficie anche alcuni dei metalli pesanti, trascinati dalle correnti. Tutti ciò avrebbe un impatto anche sull’intera colonna d’acqua. Inclusi gli organismi che svolgono la funzione di filtro degli oceani, come spugne e coralli ma anche grandi mammiferi come le balene.