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Brescia, maltratta la moglie ma il pm chiede l'assoluzione: "Viene dal Bangladesh. È la sua cultura"

Lo sfogo della donna: "Era un matrimonio combinato, mi trattava da schiava". Può una cultura diversa essere una giustificazione alle violenze in Italia?

di EDOARDO MARTINI -
12 settembre 2023
Il pubblico ministero di Brescia ha chiesto l'assoluzione per l'uomo che ha maltrattato la sua ex moglie per via della sua cultura (Instagram)

Il pubblico ministero di Brescia ha chiesto l'assoluzione per l'uomo che ha maltrattato la sua ex moglie per via della sua cultura (Instagram)

È polemica per la posizione del pm della Procura di Brescia che ha chiesto l'assoluzione per l'ex marito di una donna nata in Bangladesh, ma cresciuta in Italia, che nel 2019 ha trovato il coraggio di denunciare le violenze subite dall'ex coniuge.
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Secondo il giudice il marito non sarebbe da considerare colpevole in quanto il comportamento dell'imputato sarebbe frutto dell'impianto culturale (Instagram)

La motivazione del pm di Brescia

Secondo il pubblico ministero: "La compressione delle libertà morali e materiali della parte offesa da parte dell'imputato sono il frutto dell'impianto culturale e non della sua coscienza e volontà di annichilire e svilire la coniuge per conseguire la supremazia della medesima, atteso che la disparità tra l'uomo e la donna è un portato della sua cultura e che la medesima parte offesa aveva persino accettato in origine".

"Sono stata trattata da schiava, picchiata e umiliata"

A scagliarsi contro le parole del magistrato è stata prima di tutto la donna, vittima per anni di violenze, denunciate nel 2019. "Dove è la giustizia e la protezione tanto invocata per le donne, tra l'altro incoraggiate a denunciare al primo schiaffo? Oppure il fatto che io sia una bengalese tra le tante, mi rende di meno valore dinanzi a questo pm?". Ha raccontato: "Da quando avevo quattro anni ho vissuto a Brescia e nel 2013, dopo la morte di mio padre, i miei zii mi hanno costretta a sposare un cugino a cui sono stata venduta per 5mila euro. Avevo 17 anni, studiavo alle superiori, oppormi non è servito. Dopo il matrimonio siamo tornati in Italia - racconta sempre la donna - in casa di mia mamma fino alla nascita della prima figlia. Poi siamo andati a vivere da soli. Non potevo dire nulla, altrimenti ricevevo urla, insulti e botte. Con la bimba di circa un anno e mezzo mi ha portato in Bangladesh per una vacanza. Lui è tornato in Italia e mi ha costretto a restare là. Nel frattempo ho scoperto di aspettare la seconda figlia. Mi diceva che nessuno mi avrebbe voluta con due figli. Così con le botte, gli insulti. Ero una schiava".

Gli spunti di riflessione

Il punto è questo. È possibile giustificare i maltrattamenti declassandoli a mero frutto culturale? Ammesso pure che certe dinamiche appartengano ad altre culture, non dovrebbero essere giudicate in base alle leggi del paese in cui esse avvengono? In questo caso quelle italiane? Anche in Italia, dopotutto, la prevaricazione (fisica e morale) dell'uomo sulla donna è figlia di una cultura patriarcale. Eppure anni e anni di battaglie femministe, ancora in corso, hanno avuto e hanno tutt'ora l'obiettivo di cambiare questa cultura, di eliminare certi retaggi.
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"Sono stata trattata da schiava, picchiata, umiliata", lo sfogo della donna (Instagram)

La sentenza a ottobre

La Procura tra l'altro, dopo la denuncia della donna, aveva già chiesto l'archiviazione del caso, ma il gip aveva imposto l'imputazione coatta dell'ex marito. Il pm si è mostrato fermo sulle sue posizione anche in aula: "Le condotte dell'uomo sono maturate in un contesto inizialmente accettato dalla parte offesa, che l'ha trovato intollerabile proprio perché cresciuta in Italia e con la consapevolezza dei diritti che le appartengono, interrompendo il matrimonio e rifiutando il modo di vivere delle tradizioni bengalesi delle quali, invece, l'imputato si è fatto fieramente latore".
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La sentenza finale è prevista per ottobre, ma intanto la donna si è costituita parte civile contro il marito (Ansa)

La sentenza è prevista per ottobre e, intanto, la donna si è costituita parte civile contro il marito. "Aspetto con fiducia la sentenza perché non posso pensare e credere che in una nazione come l'Italia si possa permettere a chiunque di fare del male ad altri impunemente solo perché affezionato a una cultura nella quale la donna non conta nulla e l'uomo può su di lei tutto anche porre fine alla sua vita". "Solo per una questione di obbedienza culturale. Ciò in Italia non può accadere", questo lo sfogo della donna in un'intervista al Giornale di Brescia.

Le reazioni della politica

Intanto la politica si mobilita. La vicepresidente dell’Europarlamento, la dem Pina Picierno, che considera "assurda" la richiesta di archiviazione perché il magistrato considera la "mentalità abusante e schiavista un retaggio culturale" chiede al ministro della Giustizia Carlo Nordio di mandare gli ispettori in Procura. Mentre il ministro Roberto Calderoli bolla come "pericoloso" il messaggio del pm in un momento in cui "stiamo affrontando una battaglia culturale, oltre che normativa, per arginare questa strage". Per la collega alla Famiglia Eugenia Roccella "Da noi una donna non può avere meno diritti e tutele se nasce in una famiglia portatrice di una diversa cultura: l'appartenenza non può essere una condanna esistenziale".

I precedenti

Nel 2021 un telepredicatore islamico, arrestato nel 2019 per maltrattamenti e lesioni ai danni della moglie di 20 anni più giovane, fu assolto in primo grado, sempre a Brescia. In quel caso il pm chiese quattro anni, ma fu la corte a decidere di non punire l'imputato. Il tutto rimanda al 2007, quando in Germania furono riconosciute le attenuanti in un caso di violenza sessuale. In quella situazione l'imputato ebbe uno sconto di pena perché, dissero i giudici, "si deve tener conto delle sue impronte culturali ed etniche: è un sardo".