È possibile un dibattito libero sulla questione israelo-palestinese? L'esperimento di un docente

Steven David, docente di relazioni internazionali della Johns Hopkins University di Baltimora, dal 2016 tiene un corso libero da vincoli dal titolo “Israele ha un futuro?”. Un percorso che getta le basi sulla sacrosanta verità secondo la quale non è mai una questione di giusto o sbagliato, piaccia o no a Columbia e simili.

di MARGHERITA AMBROGETTI DAMIANI -
19 maggio 2024
Progetto senza titolo - 1

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L'esercizio al dibattito è un allenamento prioritario nella formazione di studenti e studenti statunitensi. La pratica delle discussioni più o meno accese su temi di varia natura è stata importata dai coloni britannici e non ha mai visto la via del tramonto. Nati come dialoghi sulla retorica , i confronti nel tempo hanno spostato il focus su filosofia, attualità e politica.

Un training che ha come obiettivo il potenziamento della capacità di sostenere ogni genere di posizione su qualsiasi tipo di argomento. Un addestramento del pensiero utile per affrontare sfide professionali e sfide quotidiane. Una tradizione che, sul finire dell'Ottocento, aprì addirittura la strada all'istituzione di campionati locali e nazionali ancora oggi rinomati.

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L'evoluzione del dibattito

Negli ultimi anni, il made in USA di allenare abitudine e pensiero si è trasformata in uno scontro principalmente ideologico . Quello che fino a qualche decennio fa era un palcoscenico calcato da ragazze e ragazzi bianchi e benestanti è diventato megafono delle minoranze . Le studentisse e gli studenti afroamericani sono riusciti a farsi largo e, oltre a vincere più di qualche concorso, hanno letteralmente stravolto l'impostazione dell'attività, spingendo i più conservatori a rivederne le regole. Per vincere un dibattito oggi non serve più puntare sugli argomenti, ma su elementi come l'utilizzo di argomentazioni accettabili e il diritto di parlare . Norme su cui, all'indomani delle proteste a sostegno del popolo palestinese in molte università statunitensi, i manifestanti non hanno fatto venire meno il loro dissenso , facendo presente che tali regole contribuiscono a non costruire una discussione franca e libera negli atenei.

La scelta delle parole

Quello del rapporto tra israeliani e palestinesi è una delle questioni più spinose, essendo dominata dagli shibboleth . In buona sostanza, in ogni dibattito che riguarda il conflitto israelo-palestinese esistono espressioni che non si possono usare o, al contrario, che si devono usare. Come per ogni regola che si rispetti, però, anche in questo caso è da menzionare un'eccezione degna di nota.

Il modello della Hopkins

Steven David , docente di relazioni internazionali della Johns Hopkins University di Baltimora , dal 2016 tiene un corso libero da vincoli dal titolo “Israele ha un futuro?” . Il meccanismo è semplice: gli studenti e le studentesse si siedono intorno a un tavolo, il professore si posiziona a capotavola e dà il via al dibattito che deve procedere rigorosamente in ordine cronologico . Ciò vuol dire che le argomentazioni dovranno muoversi i primi passi dalla storia antica, procedendo fino alla nascita dello Stato di Israele, all'esodo di centinaia di migliaia di palestinesi, ai negoziati per giungere alla cosiddetta “Soluzione a due Stati”. Al centro anche il complesso legame tra USA e Israele e la minaccia nucleare da parte dell'Iran. La lezione inizia con due studenti che, a partire da una sentenza, avviano il confronto . A scegliere i temi da affrontare sono sempre loro durante l'inizio semestre, consapevoli che, durante le esercitazioni , dovranno sostenere la tesi opposta . In occasione della penultima lezione del semestre dell'anno in corso, le studentesse e gli studenti si sono occupati della risposta di Israele agli attacchi del 7 ottobre . Dopo un confronto e un approfondimento storico, il professore ha posto un quesito assai complesso: “Israele era giustificato a rispondere come ha fatto?” . Alla domanda sono seguite molte argomentazioni, ma ad ogni tesi il docente apriva con la tesi opposta, portando entrambi ad abbandonare la propria posizione. Per esempio:  a uno studente secondo cui Israele avrebbe dovuto entrare a Rafah per sradicare Hamas il docente ha chiesto se, secondo lui, fosse giusto uccidere migliaia di persone per questa ragione. Oppure all'argomentazione di uno studente che sosteneva la tesi del cessate il fuoco in cambio del rilascio degli ostaggi ha invece chiesto se sarebbe disposto ad accettare di vedere Hamas esultare per la vittoria.

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Un percorso che getta le basi sulla sacrosanta verità secondo la quale non è mai una questione di giusto o sbagliato, ma di argomentazioni più o meno convincenti. L'invito dell'insegnante è, pertanto, a leggere e approfondire la discussione in modo tale da riuscire a sostenere con solidità le proprie affermazioni. Il risultato è la comprensione della necessità di ascoltare sempre il punto di vista dell'altro e la progressiva presentata dell'intensità dello scontro. Un percorso all'indietro che permette di capire in maniera nitida quanto i radicalismi possano essere pericolosi nell'interpretazione del reale.

In Italia è replicabile?

Mettiamo in chiaro una cosa: quello della John Hopkins è un contesto particolarmente accogliente per simili iniziative. Lo stesso non si potrebbe certamente affermare per altri campus. La Columbia , ad esempio, difficilmente accoglierebbe di buon grado una simile iniziativa. Ma cosa succederebbe se un esperimento del genere si trovasse casa, oggi, nelle università d'Italia ? Di sicuro, la corsa all'ideologia che tiene in ostaggio il dibattito politico non tarderebbe a spaccare in due l'opinione pubblica. Favorevoli e contrari si affronterebbero a volto rigorosamente coperto, possibilmente a mezzo social, e il corso correrebbe il serio rischio di naufragare tra il politicamente corretto e l'incapacità di costruire un pensiero davvero libero dall'urgenza di parteggiare. Potrebbe anche accadere il contrario, certo. A giudicare, però, dalla mancanza di capacità dialettica profonda anche nei consessi più politicamente altolocati, la seconda appare un'opzione su cui non scommettere.