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Pensioni, un gioco ad incastro. Che ne sarà delle nuove generazioni?

L'esperto di diritto del lavoro: “Il sistema ha problemi di sostenibilità”. Come e perché le decisioni politiche sul sistema pensionistico influenzano l’oggi e il domani

di ELEONORA ROSI -
3 gennaio 2024
mani-in-possesso-di-un-barattolo-pieno-di-monete

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Ormai da più di un decennio e oltre in Italia non si fa altro che parlare di pensioni. La legge Fornero, tra chi vuole abolirla (almeno a parole) e chi ampliarla, Quota103, il sistema retributivo, il sistema contributivo. Da un lato non ci sarebbe nemmeno nulla di strano, visto che siamo uno dei Paesi più vecchi d’Europa. Eppure è sempre più probabile che alla fine quelli che dovranno lavorare fino a vecchiaia inoltrata sono i giovani di oggi, per questo nel dibattito pubblico si è arrivati addirittura a parlare di furto intergenerazionale. Il problema è che non sempre sono chiari i meccanismi che reggono la struttura pensionistica italiana e spesso si fa gran confusione. L’attuale Governo nella prossima legge di bilancio andrà a toccare anche questo tema, ma è sempre più difficile capire quali sono le ripercussioni per chi la pensione forse non la vedrà mai. Bisogna allora consultare chi questa materia la mastica, come il dottor Giovanni Calvellini, professore di Diritto del lavoro all’Università degli studi di Siena. pensioni-contributi-giovani

Navigare nel labirinto pensionistico

Per prima cosa cerchiamo di capire come funziona il sistema pensionistico: “Ci sono due forme di pensione: la pensione di vecchiaia e la pensione di vecchiaia anticipata. Così a partire dalla riforma Fornero del dicembre 2011 – ha spiegato Calvellini -. Alla pensione di vecchiaia si accede secondo due canali”. “Il primo canale prevede un misto tra età anagrafica (67 anni) e anzianità contributiva (almeno 20 anni di contributi versati), e un requisito di importo della pensione (che deve essere pari ad almeno una volta e mezzo l’assegno sociale). Il secondo canale prevede 71 anni di età più 5 di contributi”. Semplice? Non proprio: “Si tratta di una materia particolarmente tecnica, dove ogni regola ha un’eccezione e ogni eccezione genera a sua volta più eccezioni” ha avvertito Calvellini. E infatti: “Oltre alle due strade messe a disposizione dal meccanismo generale c’è la cosiddetta ‘pensione anticipata’, che si ottiene con un requisito di anzianità contributiva, a prescindere dall’età anagrafica. Ad esempio, un uomo che lavora da 43 anni, può andare in pensione anche se ne ha 63. Poi – ha spiegato il professore -, ci sarebbe la cosiddetta Quota 103 cioè 62 anni di età più 41 di contributi”. Fin qui alcuni problemi sono già evidenti: 71 anni di età sono molti, ma anche 63 a seconda del lavoro che si svolge e che forse si è svolto per tutta la vita. Per un operaio, un camionista o chi, ad esempio, lavora sempre di notte, i problemi fisici rischiano di aggravarsi molto con l’età. Oltre questo c’è il fatto che il mercato del lavoro si rigenera tramite gli accessi alle pensioni, anche se non ci sono dimostrazioni di una corrispondenza diretta fra numero dei pensionamenti e numero degli accessi al lavoro, un briciolo di turnover in un’azienda che sconta dei pensionamenti c’è sempre.

Passato e presente, le radici del problema

Per capire invece quali possono essere le problematiche relative all’importo si deve prima considerare che a partire dalla legge Fornero del 2011 la pensione in Italia si calcola secondo il sistema contributivo. “La riforma Fornero, ha accelerato un processo che era già in corso – ha spiegato Calvellini -; il vero cambio di logica c’è stato nei primi anni Novanta e la prima svolta nel 1995 con la riforma Dini, che ha previsto un superamento graduale del sistema retributivo di calcolo della pensione, com’era precedentemente”. Significa che dal 1995 la pensione non si è più calcolata sull’importo degli ultimi stipendi percepiti, ma sul totale dei contributi versati, generando un abbassamento generale degli importi. Calcolando la pensione sugli ultimi 5 anni di lavoro l’importo medio dello stipendio è più alto che calcolandola sulla media di tutti gli stipendi percepiti. Ma come ci siamo arrivati a questo? A monte c’è un problema di vecchia data e ben lontano dall’essere risolto. pensioni-contributi-giovani

Demografia e pensioni, un’equazione complessa

Considerando che a pagare le pensioni sono i pochi lavoratori, spesso in difficoltà, si può dire che la base del problema è di tipo demografico. “La logica del sistema contributivo è in linea con una situazione sociale mutata, pensiamo ad esempio al calo demografico: le pensioni con un sistema retributivo sarebbero insostenibili per un paese come il nostro, con più pensionati che lavoratori – ha detto il professore -. Il sistema contributivo per il calcolo della pensione, con delle correzioni, degli alleggerimenti, ha una sua logica”. Il problema demografico non è un’esclusiva italiana, anzi è comune alla maggior parte dei paesi occidentali, in Italia la situazione però è peggiore perché più grave è il calo demografico (sul perché di questo si potrebbe parlare all’infinito) e questo rende ancora più incerto il futuro, oltre che il presente, dei giovani. “Il sistema va ancora oggi incontro a problemi di sostenibilità – ha spiegato Calvellini -. Per il futuro questioni più grosse sono legate al calo demografico e al cambio del mercato del lavoro, che si è evoluto con delle carriere più discontinue. Con un sistema contributivo in un mercato del lavoro in cui il lavoro è discontinuo, anche se la vita lavorativa dura quarant’anni si rischia di arrivare ad un’età anche avanzata senza aver ottenuto i requisiti necessari alla pensione”.

Ripensare il futuro, uno sforzo politico

Se insomma vogliamo garantire un pensionamento dignitoso a tempi dignitosi alle generazioni attuali, e soprattutto a quelle future, bisogna rivedere il sistema. “Decisivo sarebbe invertire la tendenza demografica – ha ribadito Calvellini -. Mentre il sistema previdenziale ha bisogno di essere ripensato alla radice e in un’ottica più complessiva. Si sta continuando ad intervenire di anno in anno, nel 2019 hanno fatto quota100, nel 2020 è spuntata quota 102, confermata nel 2021, nel 2022 è diventata quota103, riconfermata nel 2023, l’hanno prossimo dovrebbe restare 103 anche se con delle modifiche”. Le decisioni politiche riguardanti il sistema pensionistico sono un nodo determinante da sciogliere per il futuro. Futuro che appare ai più tutt’altro che roseo, in un presente segnato da dubbi e incertezze. I giovani si sentono abbandonati, i pensionati derubati, i lavoratori sconfortati. Serve il coraggio di prendere scelte politiche in grado di favorire i molti e non i pochi, dobbiamo guardare la luna, non il dito, con lungimiranza, consapevolezza e determinazione.