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Videogiochi e AI: rischi e possibilità "socialmente utili" nel mondo del gaming

In futuro (speriamo prossimo) ci sarà la possibilità di sperimentare e combattere condizioni emotive come l’ansia e affrontare tematiche di interesse sociale

di CATERINA CECCUTI -
17 gennaio 2024
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Se già adesso molti giovani e giovanissimi preferiscono la realtà virtuale dei videogiochi alla compagnia di amici e familiari, cosa succederà quando l’Intelligenza artificiale affonderà il pedale dell’acceleratore fino ad offrire ai giocatori esperienze ancora più immersive? Certo l’impatto sociale ed etico che si nasconde dietro al fenomeno tecnologico più sconvolgente degli ultimi anni non deve essere sottovalutato.
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Quasi 100mila studenti italiani presentano caratteristiche tipiche della dipendenza da social e il 12% (circa 480.000) rischia sviluppare un disturbo da uso di videogiochi

Anche perché, secondo uno studio promosso dal Dipartimento delle Politiche antidroga della presidenza del Consiglio dei ministri e dal Centro Nazionale Dipendenze e doping dell’Istituto Superiore di Sanità su un campione di più di 8.700 ragazzi e ragazze tra 11 e 17 anni, circa 99.600 studenti italiani presenta caratteristiche compatibili con una dipendenza da social media e il 12% (circa 480.000) è a rischio di sviluppare un disturbo da uso di videogiochi. Sarebbero addirittura 35.700 i giovanissimi arrivati a vivere una condizione di isolamento sociale volontario nella loro camera (i famosi hikikomori), con prevalenza inaspettatamente più alta tra le ragazze.

La dottoressa Claudia Molinari

Abbiamo fatto alcune domande a Claudia Molinari - creative director e producer delle opere di We Are Muesli, ossia uno studio di videogiochi indipendente che ha sviluppato pluripremiati giochi narrativi -, con l’intento di commentare insieme la complessa ascesa del fenomeno nel settore del gaming, con tutti i suoi limiti e le problematiche annesse e connesse. Ma anche sulle eventuali, non scontate, possibilità che potrà offrire, se indirizzato nel modo corretto. "Il modo in cui l’intelligenza artificiale sta influenzando il gaming è un argomento vasto, sensibile e stimolante – spiega Molinari -, poiché spinge a riprogettare i processi organizzativi e lavorativi".
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La dottoressa Claudia Molinari

La dottoressa Molinari è anche docente al SAE Institute di Milano per i corsi di Art Theory e Visual Design, oltre che relatrice su temi legati all’arte e alla narrativa nel game design e parte del gruppo di lavoro Video Game Culture per il progetto Digital Citizenship Education del Consiglio d’Europa e Women in Games Ambassador. Tra le sue realizzazioni personali Molinari può vantare “The Great Palermo”, un gioco interattivo dedicato al folklore e alla cultura del capoluogo siciliano, e “WER IST WER”, un’escape room cross-mediale ispirata al trentennale della caduta del Muro di Berlino, che abbraccia i temi della conformità, della non-conformità e della paranoia.

Il futuro dell'intelligenza artificiale applicata ai videogiochi

Con il suo lavoro, dunque, è in grado di dimostrare le potenzialità socialmente utili del gaming, amplificate e amplificabili proprio da quella intelligenza artificiale che solitamente ci spaventa tanto. "Senza dubbio l'AI interviene positivamente nel settore del gaming sotto molteplici punti di vista, a partire dal gameplay, che diventa più realistico ed immersivo: l’AI consente lo sviluppo di esperienze che rispondono al linguaggio naturale, in grado quindi di interpretare le emozioni degli utenti per adattarsi al loro gioco. L’intelligenza artificiale detiene inoltre un ruolo fondamentale a livello di personalizzazione e adattabilità, dal momento che fa sì che un gioco si adatti perfettamente alle esigenze e alle abilità di chi gioca, offrendo esperienze personalizzate senza precedenti, ma anche a livello ecologico. Di fatto, l’AI viene spesso usata per migliorare la grafica dei giochi e la risoluzione delle texture che, a causa del loro peso, rischiano di appesantire il gioco stesso, surriscaldando ed usurando il computer. Ci sono poi una serie di pratiche che l’AI può mettere in campo per il team di sviluppo, legate all’anti-cheat e alla moderazione. L’intelligenza artificiale può essere impiegata per rilevare comportamenti di cheating (imbroglio) nei giochi online o per moderare le interazioni tra le persone giocanti, contribuendo a mantenere un ambiente di gioco sicuro".
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L'intelligenza artificiale permette all'utente di personalizzare la propria esperienza di gioco

Dottoressa, non dovrebbe spaventarci la rapidità con cui l'intelligenza artificiale sta dilagando in tanti ambiti della nostra vita? Dalla musica al cinema, dalla scrittura al gaming ecc.? "Non è la prima GPT che l’umanità ha conosciuto. Tuttavia, se le tecnologie e i progressi che l’hanno preceduta avevano un periodo di acquisizione molto più lungo, dando tempo agli utenti di raddrizzare il tiro per capirne la profondità, per legiferare e comprendere come sfruttarli al meglio, nel caso dell’AI le tempistiche si sono ridotte a causa della sua rapidissima evoluzione. La GPT che usiamo oggi potrebbe essere completamente diversa rispetto a quella della settimana prossima. Il fatto è che, se tutti i progressi tecnologici compiuti in passato avevano lo scopo di sollevare l’uomo dal lavoro fisico, l’intelligenza artificiale solleva l’umanità dal lavoro mentale e di pensiero. E questa rivelazione deve spingerci a prendere una serie di provvedimenti - come ripensare e ri-normare il settore educational in accordo con l’avvento dell’AI - e a porci degli interrogativi. Cosa succederà quando la persona giocante sarà in grado di prodursi in maniera automatica i suoi giochi? Quali saranno i giochi di domani e chi ci giocherà?". A quale scenario sta pensando, per esempio? "Esistono tecnologie ed editor molto performanti, come ad esempio MetaHuman, capace di unire due volti per crearne un terzo ad altissima risoluzione. E se l’AI potesse ricostruire una persona cara all’utente, permettendogli di interagire con lei per sempre? Assisteremmo al cambiamento radicale di un modello narrativo dove non esisterebbe più una fine. Oppure, proprio perché super intelligente, il rischio è che l’AI sviluppi giochi abbastanza difficili da arrivare a frustrare la persona giocante. Di qui il necessario intervento dell’uomo. Tendiamo a parlare dell’AI come se fosse un membro del team di sviluppo, ma in realtà è uno strumento in mano ad una persona, che funge da pilota. L’AI è un tool abilissimo, che impara velocemente, ma non è un mostro e, soprattutto, l’input viene sempre dato da un umano. L’intelligenza artificiale non conosce tutto quello che è al di fuori di Internet e non è in grado di replicare tutte quelle che sono le relazioni all’interno del piano di realtà fatto di scambi fisici: c’è sempre un essere umano dietro che nutre e governa l’AI, e non potrà mai essere altrimenti". Parliamo del potenziale educativo dell’AI, che certamente lei, con i suoi video giochi, è stata capace di esprimere… "È importante che i videogiochi si basino su impatti sociali più che su impatti commerciali: il videogioco è uno strumento di esagerato potere e non possiamo permetterci di sviluppare a cuor leggero personaggi che non sono rappresentativi di una reale pluralità o di sponsorizzare un’egemonia che prevede determinati modelli.
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L'AI ha un grande potenziale educativo applicabile al mondo dei videogames

In quanto strumento, il videogioco non dovrebbe essere buonista: è necessario piuttosto creare giochi accessibili, inclusivi e rappresentativi di una pluralità. Si tratta di un obiettivo ambizioso che, secondo me, un’AI non è in grado di raggiungere. Sicuramente può fornire al team di sviluppo un canovaccio da cui partire, un setting ideale; poi è necessario un lavoro umano per riuscire a rendere i giochi più vicini alle Persone con la P maiuscola, poiché intese nella loro pluralità. Ai miei alunni e alunne di SAE Institute, dove insegna anche Matteo Pozzi, co-fondatore di We Are Muesli, cerchiamo di far capire che, al di là delle skill tecniche, un game designer è tale quando assorbe competenze dalla filosofia, antropologia, psicologia e soprattutto dal femminismo, che è essenziale per rendere i giochi più integrati. E non parliamo di un femminismo a caso, ma di quello intersezionale". Insomma, l’AI applicata al gaming può dimostrarsi una risorsa per approfondire argomenti e tematiche di rilevanza sociale che consentano di ampliare l’orizzonte dei giocatori.   A suo parere, Dottoressa, quale potrebbe essere il futuro del gaming e l’apporto dell’AI alla sua evoluzione? "Mi piacerebbe, un domani, vedere più giochi che utilizzano l’AI per interrogare l’etica, per poter mettere le persone giocanti in situazioni che possono davvero far crescere la loro curva di apprendimento rispetto a tematiche sociali. Non smetterò mai di dire che per me l’avanguardia del videogioco è il videogioco applicato, che adesso, rispetto al gioco convenzionale, ha pochissimi fondi e una ridotta fetta di mercato, ma ha una matrice sociale molto interessante: viene usato per raccontare tematiche che solitamente non vengono affrontate con un videogioco normale. Un videogame applicato può, ad esempio, parlare di che cos’è l’ansia, mostrando alla persona giocante cosa prova una persona che vive questa condizione. Un videogioco applicato non si muove seguendo logiche commerciali, ma parte dal presupposto che il suo contenuto debba avere un impatto sociale e culturale sugli utenti. L’AI cambierà i nostri approcci e i modi di gestire la socialità. Ma tutto quello che ne verrà fuori, per scopi di miglioramento culturale e sociale, sarà solo positivo".