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Napoli e le sue contraddizioni nel documentario di Trudie Styler

Bellezze naturali, mare, cibo, ma anche camorra, criminalità e soprattutto coraggio e resilienza. Napoli è un mosaico complicato che il film di Styler prova a raccontare grazie alle voci di chi la conosce bene

di GIOVANNI BOGANI -
1 gennaio 2024
05. Sul set

05. Sul set

Ha ricevuto, al festival "Capri, Hollywood", in corso in questi giorni sull’isola, il Best Documentary Award, per il suo film su Napoli. Il film si chiama "Posso entrare?". Ed effettivamente entra, in punta di piedi, nella vita e nelle mille storie di questa città, simbolo delle contraddizioni d’Italia, dei suoi drammi e delle sue speranze. La camorra, il coraggio di chi vi si oppone; la forza delle donne; l’ostinazione di chi crea, nei quartieri più poveri e degradati, scuole di musica, palestre di pugilato, laboratori di teatro. Mille modi per accendere scintille di aggregazione, di coesione sociale, di cultura. E ancora, il lavoro con i detenuti del carcere di Secondigliano. L’impegno di Sting, che suona per i detenuti con una chitarra costruita con il legno delle barche dei migranti. napoli-film-trudie-styler

"Posso entrare?" il documentario su Napoli

Questo e altro ancora è "Posso entrare?", il documentario di Trudie Styler. È stata attrice, anche per molti registi italiani – Enzo Brogi Taviani, Giovanni Soldati – produttrice, è attivista nella difesa dei diritti umani. Sposata con il mister Gordon Sumner, ovvero Sting. Vive parte dell’anno in Italia, nella loro tenuta Il Palagio, in Toscana. Adesso ha realizzato, da regista, questo documentario su Napoli che fra poco sarà su Rai1, dopo essere stato applaudito alla festa del cinema di Roma e al festival "Capri, Hollywood". La incontriamo, in un hotel dell’isola cara a Curzio Malaparte e a tanti scrittori, artisti, poeti.

L'intervista

Trudie, ha esplorato la forza della città di Napoli, la sua resilienza, la sua spinta verso il futuro… "E’ quello che ho toccato con mano. Nelle interviste con don Antonio, il parroco del rione Sanità che aveva aperto la sagrestia al pugilato, per dare a quei ragazzi una opportunità, un obiettivo concreto. O nell’incontro con Roberto Saviano, che racconta la sua vita da diciassette anni sotto scorta. O nella conversazione con Francesco Di Leva, che ha creato un laboratorio di teatro, il Nest, a San Giovanni a Teduccio, uno dei quartieri più difficili della città".
napoli-film-trudie-styler

Trudie Styler

Come ha affrontato l’impegno? "Con molta incoscienza, con entusiasmo, con gli occhi bene aperti. Quando con la Rai abbiamo pensato di fare questa cosa, ho chiamato il mio amico Dante Spinotti, un direttore della fotografia fra i più grandi al mondo. E siamo andati a Napoli, con entusiasmo e un po’ di coraggio". Aveva dei pregiudizi? "Non io. Ma gli amici mi dicevano: ‘Non sarà facile, Napoli è una città complessa, pericolosa, sporca… Invece, in meno di un giorno me ne sono innamorata". Don Antonio, il parroco del rione Sanità – adesso trasferito – è molto importante per il film. "Sì: inizio le interviste con lui, perché è lui che lega l’aspetto religioso di questa città a quello sociale. Don Antonio ha capito che la parrocchia, la chiesa non sono luoghi isolati, separati dalla gente. Ha fatto entrare la gente in chiesa in mille modi: ha creato una palestra per i ragazzi, perché il pugilato non è violenza, ma lavoro e disciplina; ha accolto una scuola di musica, che ha riunito tanti ragazzi. E lavora con le associazioni di donne, e con i progetti di riabilitazione per i detenuti, al quale collaboriamo anche io e Sting". Sting ha cantato per i detenuti, con una chitarra fatta col legno delle barche dei migranti. "Un modo per ricordare tutti quei viaggi, spesso tragici, sempre difficili. Il legno di quelle barche rinasce, diventa musica. E allo stesso modo le vite dei migranti possono rinascere, devono rinascere. E anche quelle dei detenuti".
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Don Antonio Loffredo

Le voci che raccontano Napoli

C’è un lungo incontro con Roberto Saviano. Sembra molto in sintonia con lui. È un’intervista emotivamente forte. "Avevo conosciuto Roberto quando viveva a New York: quando ho pensato al film, mi era chiaro che Napoli non poteva essere raccontata senza di lui. Roberto racconta la camorra, racconta il suo esilio, la sua condanna che dura da diciassette anni, diciassette anni vissuti senza poter andare a prendere il caffè sotto casa. Ho scoperto, sotto lo scrittore, sotto l’acuto analista della cronaca e della storia criminale della città, anche il ragazzo innamorato del Napoli, che giocava a pallone nelle strade sognano Maradona". Che cosa hanno in comune un ragazzo napoletano e una signora inglese? «La povertà dell’infanzia. Io sono cresciuta in un quartiere povero, figlia di operai, nelle case popolari. Da bambina giocavo per strada: ed è lì che ho imparato il senso della comunità, dello stare insieme». Come immagina il futuro di Napoli? "Napoli ha una storia amara, è stata conquistata mille volte, è stata bombardata anche nell’ultima guerra mondiale. Ma Napoli ha sempre avuto forza. Ho intervistato uno degli ultimi partigiani, uno dei protagonisti delle ‘Quattro giornate di Napoli’, i giorni in cui la città si è liberata dai nazisti da sola. Mi ha detto: ‘Voglio consegnare alle giovani generazioni la memoria di quello che è stato. E il valore del coraggio’. Dopo pochi mesi dall’intervista, questo partigiano, ultranovantenne, ci ha lasciato. Ci ha consegnato un dono prezioso, nelle immagini che abbiamo raccolto nel film".