
Carol Maltesi
Carol fu “uccisa per un costante filo rosso, quasi un denominatore comune di delitti omologhi e della stessa indole: perché non era un uomo ma una donna” e venne quindi punita con “intento vendicativo” perché cercava “la sua indipendenza, economica e personale”. È quanto si legge nelle 95 pagine con cui la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha motivato la condanna all’ergastolo per Davide Fontana, il bancario quarantacinquenne che l’11 gennaio di due anni fa, a Rescaldina nel Milanese, uccise Carol Maltesi.
Una vera e propria «barbarie» in cui i giudici di secondo grado hanno riconosciuto le aggravanti della premeditazione e della crudeltà. Fontana, reo confesso, era stato condannato, tra moltissime polemiche, in primo grado a 30 anni di reclusione. La Corte non ha riconosciuto le attenuanti generiche come equivalenti alle aggravanti – come avvenne invece in primo grado – cosa che avrebbe portato comunque all'ergastolo la pena per Fontana, autore di una "brutale violenza di genere”.
Invece di lasciare "andare” la donna o di impegnarsi “a coltivare e a valorizzare il legame con lei”, scrivono i giudici, il bancario ha scatenato la sua “furia omicida verso un fin troppo facile ed inerme bersaglio”.

La polemica sul primo grado
In primo grado Fontana era stato appunto condannato dal tribunale di Busto Arsizio a 30 anni: i giudici, all’epoca, avevano escluso le aggravanti della premeditazione, dei motivi abbietti e delle sevizie. Le motivazioni di quella sentenza, così come la sentenza in sé, avevano suscitato numerose polemiche, soprattutto per il passaggio in cui Carol Maltesi veniva definita «disinibita».
Come ricordato dagli avvocati di parte civile, Anna Maria Rago e Manuela Scalia, in primo grado "c'era stata la vittimizzazione secondaria di una ragazza normale come tante”.
Quel fenomeno, così frequente, ogni volta che sentiamo parlare di violenza di genere e, nei casi più gravi, di femminicidio.
Non è colpa nostra. Non sono gli atteggiamenti o le decisioni che prendiamo a ‘giustificare’ le botte, l’oppressione, la paura, le minacce e infine la morte. Non dipende da noi, non è mai dipeso da noi. E siamo davvero stanche di doverlo ripetere.