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Migrante 21enne suicida nei Cpr: “Leggi disumane, portato all’estrema disperazione”

Il gambiano si è tolto la vita nel centro di Ponte Galeria a Roma. Protestano gli altri trattenuti e da più parti si chiede la chiusura di certe strutture

di CLAUDIA CANGEMI -
7 febbraio 2024
Migranti in un Cpr

Migranti in un Cpr

La morte di un ragazzo gambiano di 21 anni, che si è impiccato all’alba del 4 febbraio nel Cpr di Ponte Galeria a Roma, ha provocato una rivolta e l’apertura di un’inchiesta per istigazione al suicidio e suscitato un acceso dibattito sull’utilità e opportunità dei centri per il rimpatrio.

Le proteste nei Cpr

La protesta contro le condizioni di vita all’interno del Cpr teatro del suicidio, che ha coinvolto una quarantina di migranti, ha causato il ferimento di due carabinieri e di un militare dell’esercito e portato all’arresto di 14 persone per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, danneggiamento, devastazione e saccheggio, incendio doloso.

Un’analoga rivolta si era già registrata sabato nel Cpr di Gradisca, dopo che un migrante era precipitato dal tetto, restando gravemente ferito, un altro episodio di devastazione del Cpr di Milo (Trapani) risale a due settimane fa.

Senza dimenticare che due dei nove centri per il rimpatrio italiani (Milano e Palazzo San Gervasio) sono oggetto di inchieste giudiziarie. Su quello di via Corelli la giustizia si è mossa anche in seguito alla pubblicazione del libro-inchiesta “Aldilà di quella porta” del Naga, sulla sistematica violazione dei diritti dei trattenuti.

Il 21enne suicida “portato alla disperazione”

Sul caso del ragazzo suicida è intervenuto Soumaila Diawara, scrittore e attivista politico maliano rifugiato in Italia: “È disumano quello che è accaduto a Ousmane Sylla, un ragazzino di 21 anni che non ha commesso alcun reato ed è stato portato alla disperazione fino al suicidio.

È arrivato in un Paese dove sperava di trovare una via d’uscita e invece ha conosciuto solo dolore. Leggendo quello che ha scritto si capisce che non soffriva di un disturbo mentale, la sua era disperazione e il responsabile è uno solo: il governo e le sue leggi propagandistiche che mettono tanti migranti in difficoltà nel momento in cui la permanenza nei Centri per i rimpatrio va dai tre ai 18 mesi.

Il suicidio è l’evidenza che la legge che ha portato la permanenza a 18 mesi è sbagliata”.

Il 21enne della Guinea (nato il 3 marzo 2002) si è tolto la vita impiccandosi alle sbarre della sua cella. Era arrivato nel Cpr romano lo scorso 27 gennaio dopo otto mesi di reclusione in quello di Trapani: si chiama detenzione amministrativa e riguarda i giovani irregolari come lui in attesa di rimpatrio.

Per Ousmane, però, il ritorno a casa non è stato possibile. “Non ci sono accordi tra l’Italia e la Guinea e il rimpatrio in questo caso è impossibile” spiega Diawara. “Prima in Italia c’era almeno la protezione umanitaria per le persone tra i 18 e i 22 anni, un’età considerata fragile, ma è stata tolta dal governo giallo-verde”.

Il testamento di Ousmane: “Riportate il mio corpo a mia madre”

Ousmane aveva lasciato scritto un testamento su una parete della sua cella: “Mia madre non fa altro che piangere per me. Mi manca molto, come mi manca l’Africa. Se dovessi morire riportate il mio corpo in Africa, mia madre ne sarà lieta. Possa la mia anima riposare in pace”.

Parole che rimbombano nel cuore di Diawara con diverse domande: “Perché lo Stato italiano non si è rivolto all’Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite (Oim), che si occupa anche di rimpatrio volontario assistito?

Questa organizzazione può aiutare facilmente e in sicurezza i ragazzi fragili a tornare a casa. Perché lo Stato decide di mantenerli nei Cpr? Oltre alla disumanità mi sembra una speculazione sulla pelle di persone che non hanno fatto nulla e vengono abbandonate”.

L’appello: chiudere i centri per il rimpatrio

Numerose le voci che si sono alzate in queste ore per chiedere di chiudere i centri per il rimpatrio e di destinare invece i più fondi a un sistema efficace di integrazione dei migranti.

Scrive per esempio la Cgil di Roma e del Lazio: “Al Cpr di Ponte Galeria l’ennesima tragedia annunciata. Il sistema dei centri di permanenza per il rimpatrio ancora una volta dimostra tutta la sua inumanità, ingiustizia ed inefficacia.

Dal 2017 si continua ad investire importanti risorse nella detenzione amministrativa come politica per la gestione dei rimpatri con il risultato di far aumentare vertiginosamente i tempi di detenzione”.

“Fino a 18 mesi di detenzione passati in condizioni di scarsa igiene e pochi servizi – aggiungono i sindacalisti – nove minuti di assistenza legale e sociale assicurati mediamente ogni settimana a ciascun trattenuto e 28 minuti di mediazione linguistica, come fotografato dall’ultimo rapporto di Action Aid.

Superare i Cpr e un modello basato sulla privazione dei diritti basilari delle persone deve essere la priorità, così come è fondamentale superare la logica punitiva e colpevolizzante che il Governo mette in campo non solo verso i migranti. Continueremo a mobilitarci – conclude la Cgil – per un nuovo modello di accoglienza e gestione dei flussi migratori che rimetta al centro la dignità e i diritti delle persone”.

Non meno critici i partiti del centrosinistra: “Il sistema detentivo è al collasso” con “un numero di suicidi crescente” e con “una vita quotidiana martoriata” e una “disperazione” che “una democrazia non può tollerare”. I Cpr sono “luoghi di afflizione che non aiutano ad aumentare il numero dei rimpatri” e che “vanno chiusi”.

Lo ha detto il segretario di Più Europa, Riccardo Magi, durante una conferenza stampa alla Camera con esponenti di Pd e Avs in Parlamento. Magi ha parlato di un “sistema che non esitiamo a chiamare illegale”: quando si entra nei Cpr “si prova vergogna per la loro esistenza”, ha continuato il segretario di +E puntando il dito contro “la somministrazione di psicofarmaci e sedativi al di fuori dei piani terapeutici”.

Per Ilaria Cucchi (Avs) se “le carceri sono luoghi terribili, i Cpr sono ancora peggiori”. Per il Pd è intervenuta Cecilia D’Elia che ha annunciato un’iniziativa nazionale sul tema della detenzione l’8 febbraio con la segretaria.

Sistema precario, serve l’aiuto delle associazioni

Non meno preoccupati esponenti della Chiesa e della società civile. Il vescovo della diocesi di Porto-Santa Rufina, Gianrico Ruzza, esprime “turbamento e preoccupazione per quanto accaduto” nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Ponte Galeria a Roma.

“La morte drammatica di un giovane – afferma Ruzza in una nota – la rivolta delle persone ristrette, il ferimento del personale pongono domande improrogabili sulle condizioni di vita e di lavoro all’interno della struttura. Auspico risposte risolute e urgenti per tutelare la dignità delle persone che la tradizione civile del nostro Paese deve garantire”, conclude.

“Sì all’abolizione dei Cpr visto che non danno risultati effettivi. Dal nostro punto di vista sarebbe molto più opportuno fare accoglienze più adeguate e investire risorse sull’integrazione. O in alternativa rendere i Cpr dei luoghi accessibili alle associazioni, in cui vengono rispettati i diritti delle persone”, aggiunge padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli.

“I fatti accaduti mettono in evidenza la fragilità delle persone che sono dentro i Cpr, che vedono il fallimento del loro progetto migratorio e come unica soluzione il rimpatrio – osserva padre Ripamonti -. Le persone possono essere trattenute lì fino a 180 giorni ma i rimpatri effettivi sono molto bassi. Quindi, alla fine è una detenzione senza nessun motivo. Questo evidenzia un sistema molto precario“.

Associazione Naga: “Chiarezza sulla vicenda”

Amarezza e sgomento esprime l’associazione Naga, da sempre in prima linea per la tutela dei diritti dei migranti, per “l’ennesima morte annunciata” in un centro di detenzione amministrativa. “A Ousmane Sylla non è stato risparmiato nulla del girone infernale descritto solo pochi mesi fa nel nostro report ‘Al di là di quella porta’.

Gli ultimi quattro mesi della sua vita li ha passati in due distinti Cpr: prima in quello di Milo a Trapani, dove era entrato lo scorso ottobre e dal quale, a seguito della rivolta scoppiata a gennaio a causa delle condizioni di vita inaccettabili, era stato trasferito in quello di Ponte Galeria a Roma.

Ritroviamo, tragicamente concentrati nella storia di una sola persona, molti degli elementi che da anni stigmatizziamo come criticità strutturali e irrimediabili nella gestione dei Cpr: le visite di idoneità che non si occupano di verificare la fragilità delle persone che vengono rinchiuse; i passaggi da una struttura all’altra e l’inutilità del prolungato trattenimento; l’abbandono delle persone a sé stesse senza alcune tutela della loro salute.

Per onorare la memoria di questa ennesima vittima, restituendole la dignità che le hanno sottratto, le Istituzioni non possono che fare completa chiarezza sulla sua vicenda e, soprattutto, devono chiudere il prima possibile tutti i Cpr e gli altri luoghi di detenzione amministrativa sempre più diffusi sul territorio. Quando ciò accadrà, non sarà mai troppo presto”.

Aumentano i suicidi in carcere

Il dibattito si allarga all’allarmante aumento di suicidi anche nelle carceri: “Le tragiche notizie che continuano quotidianamente a giungere dagli istituti penitenziari italiani, e anche dai centri per il rimpatrio degli extracomunitari, mostrano come il fenomeno dei suicidi delle persone private della libertà si risolva in una inarrestabile strage, che impone da parte del Governo e della politica tutta l’assunzione di rimedi efficaci e immediati.

Un bollettino di guerra terrificante. Un suicidio ogni due giorni!”, sottolinea l’Osservatorio sul carcere dell’Unione delle Camere penali. La popolazione detenuta presente è superiore alle 60mila unità con una capienza consentita e tollerata pari a poco più di 47mila posti.

Si sollecitano dunque interventi straordinari – “un atto di clemenza generalizzato, Concessione della liberazione speciale anticipata per ogni semestre detentivo espiato. Misure detentive extramurarie straordinarie per detenuti in espiazione breve e per detenuti ultra settantenni” – in grado di incidere sulla sovrappopolazione delle carceri.

L’Unione Camere penali italiane ha già deliberato tre giorni di astensione per il 7, 8 e 9 febbraio anche per promuovere “una forte sensibilizzazione su tutto il territorio nazionale dinanzi alle vergognose e ingiuste condizioni di detenzione” e “siamo pronti però a ulteriori e più incisive forme di mobilitazione dell’avvocatura penalistica perché si adottino, in tempi brevi, tutti i rimedi volti alla realizzazione di una pena costituzionalmente orientata, in grado di rispettare la vita e la dignità”, concludono i penalisti.