La Community 27 a Rimini: “Nel nostro stabilimento non c’è posto per i pregiudizi”

Sul bagnasciuga emiliano accoglienza e ospitalità si fondono con diritti umani e sociali, formando un connubio che si presenta come modello di uguaglianza

di MARCO PILI -
5 giugno 2024
Rimini, dipendenti dello stabilimento inclusivo La Community 27

Rimini, dipendenti dello stabilimento inclusivo La Community 27

Un cammino suddiviso in tappe, le quali testimoniano una dopo l’altra 30 lunghi anni di attività. È questo il periodo durante il quale Stefano Mazzotti, titolare dello stabilimento balneare La Community 7 di Rimini, ha scelto di saldare i valori di accoglienza, uguaglianza e lotta ai pregiudizi all’interno della realtà che ha tirato su, rendendola un unicum nel panorama imprenditoriale italiano, soprattutto nel settore. L’abbiamo contattato per approfondire con lui le caratteristiche principali del progetto

Ci racconta la realtà di La Community 27? Quali sono i valori che la caratterizzano?

“Ho rilevato lo stabilimento balneare nel 1994, questo è il trentesimo anno di attività. Siamo sempre stati uno stabilimento balneare che ha lavorato in maniera estremamente tradizionale, ma dal 2010 abbiamo creato, assieme ad un’associazione del territorio, un progetto che si chiamava Rimini Autism friendly beach, che prevedeva la possibilità di fare formazione dei titolari degli stabilimenti per formarli all’accoglienza consapevole di persone autistiche.

Dal 2016, inoltre, abbiamo cominciato ad accogliere non soltanto come clienti ma anche come lavoratori – grazie a tirocini offerti da Regione e varie associazioni – persone autistiche o con deficit cognitivi, ponendoli nelle condizioni di poter svolgere delle mansioni nel contesto di un ambiente estremamente relazionale. Un progetto volto a far acquisire loro un’indipendenza lavorativa. Non più un inserimento lavorativo fine a sé stesso, ma una vera e propria acquisizione di competenze”.

In questi ultimi anni come si è evoluto il progetto?

“Nel 2020 della pandemia ci siamo ritrovati in un contesto nel quale la situazione sociale è deflagrata. In una situazione surreale, parlando con mia moglie, ci siamo detti: ‘Quando riapriremo, dovremo dare una sterzata. Dobbiamo contribuire ad abbattere discriminazione e pregiudizi’.

È stato un lampo, dunque, comprendere il punto di vista di chi viene discriminato, soprattutto in virtù delle limitazioni che l’Italia stava subendo nelle prime fasi della pandemia. Lì mi sono reso conto che la discriminazione, a tutti i livelli, sia per quello che riguarda sesso, genere, orientamento sessuale, è davvero difficile da portarsi addosso, e che deve essere combattuta sotto ogni aspetto. Da lì l’idea di voler dare un segnale di apertura, tramite il quale far comprendere che nel nostro stabilimento balneare discriminazione e pregiudizio non sono ammessi”.

Lo passerella dello stabilimento, contraddistinta dai colori della bandiera arcobaleno (LC27)
Lo passerella dello stabilimento, contraddistinta dai colori della bandiera arcobaleno (LC27)

E quali sono stati i primi provvedimenti che avete preso per portare avanti questa volontà?

“Abbiamo deciso, in primis, di verniciare la passerella del nostro stabilimento balneare, con i colori della bandiera LGBTQ+, con la Rainbow flag. Mentre gli altri gestori ci guardavano straniti vedendoci intenti a dipingere distanziati e con le mascherine sotto al sole, io e tre dipendenti abbiamo lavorato per una settimana per completare il progetto.

Man mano che verniciavamo mi rendevo conto che stavamo facendo qualcosa che avrebbe lasciato il segno. Il nostro segnale era quello di testimoniare la nostra vicinanza a una delle comunità più frequentemente vittima del pregiudizio e della critica da parte degli altri. Stava diventando il nostro modo per dire ‘noi vogliamo essere liberi e aperti veramente con tutti, non vogliamo assolutamente essere discriminatori nei confronti di nessuno’.

Negli ultimi cinque anni, inoltre, abbiamo favorito gli inserimenti lavorativi di persone autistiche o di persone con deficit cognitivo all'interno dello stabilimento balneare tramite regolari contratti di lavoro, nel tentativo di trasformare quello che era un semplice bagno in un luogo libero, dove le persone potessero sentirsi a loro agio. Quella era la nostra idea, il nostro sogno. Ed è un sogno che piano piano si sta realizzando.

Essendo la nostra un’azienda profit, l’obiettivo è anche quello di dimostrare che seguendo un business etico si può lavorare meglio. Quindi, non spaventatevi se scegliete di adottare politiche di abbattimento dei pregiudizi. Le persone inizieranno unicamente a percepirvi come una persona aperta e progressista, che ha un'idea ben precisa di quello che deve essere il cambiamento in positivo della società”.

Qual è stata, nel 2010, la scintilla che ha dato il via alla collaborazione con l’associazione Rimini Autismo?

Rimini Autismo è un’associazione che già nel 2010 inseriva ragazzi nelle attività per fargli fare esperienze di lavoro ma in Italia, purtroppo la manodopera gratuita si è affermata come una brutta abitudine. Inoltre, avevo notato che, modificando alcune modalità lavorative, i ragazzi si sarebbero potuti perfettamente integrare nell’azienda. Da lì la decisione di assumerli continuativamente, evitando di lavorare con loro unicamente in occasione dei tirocini o delle stagioni balneari”.

Il titolare della Community 27 con due ragazzi che frequentano lo stabilimento
Il titolare della Community 27 con due ragazzi che frequentano lo stabilimento

Queste tematiche sono spesso trattate nell’ambito dell’associazionismo e delle no profit. Questo è un caso peculiare, perché stiamo parlando di un’azienda che ha fatto della sua linea di condotta etica il suo vessillo. È corretto?

“Il nostro obiettivo è proprio quello di assumere il 50% dello staff con disabilità, così da permettere a tutti i membri di interagire e scambiare idee ed esperienze. Lavorando con persone autistiche e con deficit cognitivi mi sono reso conto che ho adottato delle politiche lavorative estremamente elastiche nei confronti dei dipendenti, i quali sono liberi di gestirsi i turni di lavoro in assoluta autonomia. Per noi l'importante è che i turni siano sempre coperti, poi possono decidere quando possono fare i turni di riposo e quando sostituirsi.

Durante il nostro lavoro facciamo degli incontri con educatori e psicologi dedicati all'inserimento di questi ragazzi e ragazze ai quali partecipa tutto lo staff, perché vogliamo fare parte di un gruppo dove tutti ci sentiamo parte di un percorso di crescita condiviso.

Occorre rendersi conto che il problema degli inserimenti lavorativi di persone con disabilità è dovuto fondamentalmente ad una mancata conoscenza delle dinamiche verso le quali un’azienda può tendere per realizzare un futuro più inclusivo”.

La Community 27, dunque, è un’attività che presta molta attenzione sia ai valori della comunità LGBTQ+ che ai ragazzi autistici o con deficit cognitivi. Oltre che ai dipendenti, come viene rivolta questa attenzione verso i clienti?

“Avvicinarci al mondo della disabilità è stato un modo per cominciare ad abbattere dei pregiudizi che abbiamo nei confronti di una parte della società, ma poi ci siamo resi conto che fondamentalmente abbatterli per una parte e abbatterli per tutti richiedono esattamente lo stesso percorso. È stato un passaggio naturale.

La comunità LGBTQ+, inoltre, è purtroppo assuefatta dal vivere nella discriminazione e nel pregiudizio da sempre, e vede nella sensibilità aziendale non solo una passerella verniciata, ma il mettere in pratica una filosofia di lavoro che viene reputata un valore aggiunto considerevole. Per me è un enorme riconoscimento legato non solo al mondo lavorativo ma anche alla mia personale filosofia di vita e al modello sociale che sogno”.

Clienti sulla passerella arcobaleno dello stabilimento (LC27)
Clienti sulla passerella arcobaleno dello stabilimento (LC27)

Ci sono stati atti di discriminazione o momenti di difficoltà, così come di gioia e gratificazione durante tutti questi anni di attività?

“Episodi di discriminazione ci sono stati nel momento in cui sono comparse scritte sui muri contro la comunità LGBTQ+ nelle quali i nostri clienti venivano dileggiati. Purtroppo, anche le ultime uscite del Papa dimostrano che c’è tanto lavoro da fare in questo ambito. Fortunatamente, però, non abbiamo riscontrato altri episodi gravi di discriminazione. Molte persone non appartenenti alla comunità, inoltre, hanno iniziato a frequentare il nostro stabilimento proprio in virtù dei valori che abbiamo adottato, sapendo di vivere la loro vacanza in un luogo accogliente.

Relativamente ai ragazzi che lavorano con noi, i nostri clienti sanno che la logica dell’errore esiste e va accettata. È probabile che si venga accompagnati uno o due volte all’ombrellone sbagliato, occorre un po’ di pazienza. Ma fa tutto parte di un percorso di crescita nostro, dei nostri ragazzi e della clientela. Un percorso che sta dando i suoi frutti.

Il nostro lavoro, in particolar modo, vuole creare degli spunti volti a stimolare una riflessione. Non è un pacchetto rivolto ad una clientela specifica, ma deve diventare l’obiettivo di una città e di un territorio, non di una sola azienda. Sono politiche già in vigore da anni a livello europeo, non cose da sognatori. Dobbiamo spingerci oltre e guardare al di là di quello che può essere il nostro contesto di riferimento”.

Citava  la volontà di instaurare un connubio valoriale tra istituzioni e aziende. Ad ora, avete individuato un punto di contatto tra la vostra realtà e le amministrazioni?

“Ad esempio, abbiamo vinto per due volte il premio Innovatori responsabili da parte della Regione Emilia-Romagna, sia nel 2016 per il nostro progetto nei confronti dei ragazzi autistici e con deficit cognitivi che, nel 2021, per i nostri progetti nell’ambito GED, Gender equality and diversity.

La regione Emilia-Romagna è molto attenta alle politiche nei confronti della comunità LGBTQ+. A livello cittadino, invece, ci stiamo avvicinando a piccoli passi a questa attenzione, anche se mi aspetterei più coraggio dalle amministrazioni. Rimini è considerata da sempre terra delle libertà, non soltanto luogo di vacanze”.

Traslando dall’istituzionale al politico, immagino che momenti quali l’incontro con Alessandro Zan abbiano portato vicinanza al progetto oltre che attestati di stima, sperando che il sostegno alla comunità LGBTQ+ venga condiviso il prima possibile da tutto lo schieramento politico.

“Sia Alessandro Zan che Emma Petitti ci hanno sempre dimostrato molta vicinanza, e per noi è stato motivo di riconoscimento a livello alto del nostro lavoro. Ma il nostro progetto non vuole creare differenze tra destra e sinistra. La comunità LGBTQ+ è essa stessa una comunità molto eterogene a livello politico, spesso anche a livello religioso. Il nostro un progetto schierato nei confronti delle persone. I nostro valori sono esuli da un qualsiasi valore politico e un colore che non sia quello della bandiera arcobaleno”.