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Destinazione non umana: ex detenuti trovano sul palco una seconda possibilità

Gli attori professionisti della compagnia Fort Apache debuttano al Teatro Nuovo di Pisa con lo spettacolo di Valentina Esposito

di MARIANNA GRAZI -
15 dicembre 2023
DESTINAZIONE NON UMANA 5

DESTINAZIONE NON UMANA 5

"Destinazione non umana è una favola senza morale, amara e disumana quanto può esserlo una fiaba, costruita sulle solitudini alle quali ci costringe il tempo che viviamo e sul pensiero della morte, sul vuoto lasciato da chi se n’è andato, sul dolore, la rabbia, la paura. Sullo sforzo bestiale di vivere contro e nonostante la certezza della morte". Valentina Esposito la drammaturga e regista dello spettacolo "Destinazione non umana" che questa sera, 15 dicembre, alle ore 21,  debutta al Teatro Nuovo di Pisa dopo il grande successo conseguito a Roma e nel territorio nazionale. Si tratta della terza produzione della compagnia Fort Apache Cinema Teatro, la factory da lei fondata nel 2014, unica compagnia stabile in Italia formata da attori ex detenuti e detenuti in misura alternativa, oggi professionisti di cinema e palcoscenico.
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La drammaturga e regista Valentina Esposito da 25 anni lavora con attori detenuti ed ex detenuti

La compagnia

Fort Apache è un gruppo di lavoro che prende le mosse da preparazioni, allestimenti e attività teatrali che la regista ha svolto in precedenza nel carcere di Rebibbia per quasi 15 anni. "Poi con alcuni degli attori che si erano formati nel corso dei progetti abbiano immaginato di costruire una struttura esterna, un luogo di specializzazione permanente che potesse fare orientamento per ottemperare ai fini costituzionali della pena, quindi riuscire a creare le condizioni per un reinserimento sociale e professionale nel sistema dello spettacolo a tutti gli effetti", spiega Esposito. Da questo gruppo di lavoro, che nel coso di 10 anni si è strutturato, sono nati 3 spettacoli ed è in produzione il quarto; e poi corsi di formazione permanente all’università, due film per il cinema e tutta una serie di altri progetti. "Destinazione non umana, insieme a Famiglia che è l’altro lavoro adesso in distribuzione, è uno spettacolo in tournée da due anni – prosegue la regista –. Ora approdiamo al Teatro Nuovo di Pisa: è accaduto quello che speravo potesse accadere, cioè inserire quest'esperienza all’interno dei circuiti distributivi nazionali tradizionali.
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Lo spettacolo, il terzo della compagnia, debutta a Pisa al Teatro Nuovo

Questo fa parte di quelle che sono le ricadute sociali del progetto, quindi non continuare a circoscrivere queste produzioni all’interno del teatro in carcere, ma provare a creare un dialogo vero, con altri contesti". Nel momento in cui si riconosce il valore artistico di questo lavoro e quello politico, si generano infatti le condizioni perché gli attori possano dismettere la maschera sociale che hanno sempre indossato e essere considerati veri professionisti.

Cavalli ed ex detenuti: il destino può sempre cambiare

"Abbiamo scommesso su questo: liberarci del carcere attraverso il teatro", dichiara Valentina. Destinazione non umana nasce da un lungo laboratorio di ricerca. La drammaturga precisa infatti che si tratta di produzioni che hanno bisogno di tempo, perché il teatro deve continuare a essere uno strumento di elaborazione e indagine interiore. Si tratta quindi di una sorta di esercizio spirituale per indagare il proprio vissuto, il proprio passato ed essere di sostegno nel presente.
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"Destinazione non umana" è una metafora visionaria delle vite dei protagonisti

"Che è un presente comunque difficile: l’esistenza delle persone che hanno vissuto la detenzione è fatta di discriminazione sociale e professionale, problemi di reinserimento familiare, strascichi legati alle tossicodipendenze, ritorno nei contesti criminali di provenienza… È complesso restare agganciati alle scelte fatte durante la detenzione e fuori. Il teatro, insomma, è una 'zattera di pietra' come direbbe Saramago".

Che significa "Destinazione non umana"

Il titolo di questo spettacolo viene da un termine tecnico che riguarda il mondo animale: i cavalli a destinazione non umana sono quelli non destinati al consumo alimentare ma alle corse, alle gare. "L'idea che ci sia un destino scritto traghetta questo lavoro sul tema della predestinazione, che è antico ma che in queste persone riprende carne. Il senso di essere predestinati a una sorte di morte c’è, il carcere te lo sbatte in faccia". I cavalli a destinazione non umana sono quelli che vivono chiusi 23 ore al giorno per allenarsi un’ora soltanto; per scatenarsi in quelle fughe forsennate vengono dopati e rischiano la morte, pur non essendo destinati al consumo all’inizio finiscono lo stesso a essere macellati per via clandestina. Tutto ciò che riguarda il mercato equino poteva diventare una metafora per portare sulla scena attraverso un filtro narrativo la vita di questi soggetti. Gli interpreti riversano nei personaggi tutta la loro tragica relazione con la morte e con il senso di predestinazione che li ha accompagnati nel corso della vita.
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Il titolo prende spunto dal mondo animale, dal destino che spesso aspetta i cavalli destinati non al consumo alimentare ma alle corse

"È un lavoro visionario – aggiunge ancora Esposito – che ci porta in una favola in cui gli animali fanno spettacolo per chi li guarda dalla platea degli ippodromi, che rischiano comunque di essere abbattuti; dall’altra parte c’è un legame autentico con la realtà, che viene dal sentire di essere di fronte a qualcosa che racconta le esistenze degli attori. E c'è anche lo slancio a voler includere lo spettatore, portarlo a una riflessione sul proprio rapporto con la morte, sul proprio rapporto col destino, con il divino. Traslando i piani: le bestie governate dall’uomo, l’uomo governato da chi?".

Prendere coscienza di sé attraverso il teatro

Il teatro può quindi essere uno strumento per abbattere i muri che dividono carcere e società. Nel momento in cui nel corso dello spettacolo lo spettatore fa una riflessione su di sé allora smette di guardare al detenuto come da fuori ma condivide con lui un percorso di riflessione anche emotivo. "Il problema del teatro sociale in carcere – precisa la regista – è che, dato per scontato che abbia una ricaduta positiva su queste persone, dal punto di vista artistico va bene tutto, perché l’importante è che queste persone facciano queste cose qua. Questo è un luogo comune, quando si va in scena con cose amatoriali i brutte la ricaduta positiva non c’è, né per i detenuti né per lo spettatore. Si continua a applaudire questa roba perché ha un valore civile però lo si fa con uno sguardo paternalistico, buonista.
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Il processo di elaborazione di questi temi portati sul palco è molto doloroso per gli attori ma spinge a una riflessione anche lo spettatore

Lo spettacolo continua a essere un lavoro di carattere politico: c’è differenza tra portare questo tema sul palco perché gli attori sono e portare questo tema perché questi attori fanno. Sono professionisti con competenze tecniche". Si tratta di ex carcerati e detenuti in misura alternativa, ovvero in detenzione esterna ai penitenziari a vario titolo. Poi ci sono anche attori che non hanno avuto esperienze di reclusione. La cosa bella è che quando si va in scena nessuno sa distinguerli. Il processo di arrivo a queste messe in scena è doloroso, perché significa utilizzare quest'arte come strumento di indagine interiore, revisione del vissuto ed elaborazione della sofferenza. "La ricaduta di benessere c’è, il soggetto si riappropria di sé e la frase che mi dicono sempre è ‘Io ora mi conosco’. È un lavoro che porta a una ‘coscientizzazione’ di sé fortissima, però è un processo faticoso, lungo e proprio per questo poi sulla scena ha un risultato evidente".

Dieci anni di Fort Apache

Nel 2024 Fort Apache festeggerà i primi 10 anni di lavoro esterno, da quando Valentina Esposito e il gruppo di attori ex detenuti sono usciti da Rebibbia. Ormai non si identificano più con nessun penitenziario perché nella compagnia sono arrivati attori da ogni luogo (altre carceri o dai contesti di provenienza degli attori, tanto che ormai svolgiamo anche una funzione preventiva).
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Per rompere la cultura criminale è necessario far immedesimare il pubblico nel destino stesso dei personaggi, per non sentirli più come 'altro da sé'

"Un aspetto che vorrei sottolineare è che le nostre platee sono trasversali – ci racconta –, che il teatro torna ad avere una funzione comunitaria e collettiva. È bellissimo quando si aprono le porte, vengono tutti e il teatro parla a tutti. Gli spettatori dialogano a diversi livelli e lì si conclude davvero inostro compito: trasformare in meglio la società". Tante le iniziative previste per celebrare il decennale, dalla pubblicazione di un volume sulla storia della compagnia a un nuovo laboratorio di specializzazione con lo spettacolo “Mercoledì delle ceneri” che debutterà a giugno 2024. "Io quello che spero è che sempre più questo tipo di esperienze vengano sostenute e che ci sia una fluidità in questa relazione, che assume un valore simbolico per tutti coloro che sono ancora invischiati nelle loro difficoltà. Rompere la cultura criminale e chiedere alle persone un atto di fiducia: l’esperienza di Fort Apache a livello italiano ha assunto un valore simbolico, perché queste persone, che si sono fatte anni di galera e hanno ribaltato poi la loro vita, vengono riconosciute e testimoniano con quello che fanno che esiste un’altra possibilità".