L’uomo di Jacopo Ferrazza: “Oppresso da dubbi e paure”

Nuovo album ‘Prometheus’ invita a far tesoro delle risorse e potenzialità per reagire all’apatia, alla mancanza di inclusività dei tempi che viviamo

di GIOVANNI BALLERINI
26 febbraio 2025
Jacopo Ferrazza

Jacopo Ferrazza

“Il progetto nasce dall'esigenza di ritrovare alcuni valori e soprattutto le potenzialità dell'essere umano che, secondo il mio punto di vista, in questo periodo storico sono assopite e messe in secondo piano da fattori esterni, come la tecnologia, le dipendenze”. Di questi tempi capita sempre più raramente di analizzare l’essere umano nella sua interezza. Lo fa con convinzione e intensità Jacopo Ferrazza con il nuovo album “Prometheus”, con i disegni di Sophia Zaccaron in copertina a sottolineare i contenuti fortemente onirici del disco. Il trentaseienne bassista e compositore romano, che da dieci anni si fa apprezzare in tutto il mondo nel quartetto di Fabrizio Bosso, in quello di Ada Montellanico e con tante altre collaborazioni, con questo suo quinto album da bandleader (come nel precedente “Fantàsia”) interagisce in un costante dialogo con il piano e i sintetizzatori di Enrico Zanisi, il violoncello di Livia De Romanis, la batteria di Valerio Vantaggio e con la voce di Alessandra Diodati che fa da legante al variegato flusso sonoro creato da questa brillante formazione. Nel disco il mito di Prometeo, titano amico dell'umanità e del progresso che ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini, resta sullo sfondo, assumendo un significato nuovo, profondamente umanista. Jacopo, chi è per lei Prometeo oggi? “Nel mito Prometeo dona il fuoco agli uomini, consentendo loro di accedere alla propria intelligenza, di sviluppare una memoria e una coscienza critica. Da lì l’uomo si evolve basando la propria essenza sui meccanismi complementari del sapere, del sentire e dei sentimenti. Prometheus rappresenta l’uomo contemporaneo oppresso da paure, dal conformismo e da tanti dubbi. Il fuoco, simbolo di vitalità, intuizione e creatività, diventa una metafora per il potenziale umano che, resistendo alle pressioni esterne, trova la maniera di evolversi e ritrovare la propria essenza autentica. Ritengo che l’uomo oggi debba svolgere il compito di affrancarsi dal bisogno di essere sostenuto, salvato o istruito da qualcun altro, ma debba erigersi egli stesso come salvatore e riferimento per se stesso, poiché possiede già tutti i mezzi necessari sebbene spesso non ne sia al corrente. Il percorso, quindi, non è più dal dentro verso il fuori, ma è una ricerca spasmodica verso l’interno, verso le proprie risorse e le proprie potenzialità”. Jacopo “Prometheus” è un album a tema oppure un'opera vera e propria? “È fondamentalmente un concept album, un disco dove appunto cerco in qualche modo di ripercorrere il mito di Prometheus, chiaramente in una veste contemporanea e personale. Prometeo non viene più visto come un titano, come una divinità che viene dall'alto, ma come l'essere umano stesso e, attraverso otto passaggi, otto capitoli, otto brani, narro il suo percorso alla ricerca del suo fuoco interiore”. Come mai ha voluto realizzare un'opera del genere? “Perché sento la necessità in un periodo storico come questo di ritrovare all'interno di me, ma più in generale all'interno dell'essere umano, la forza, l’energia vitale, nonché valori, come la creatività, la curiosità, l'intelligenza, la sensibilità. Sono potenzialità innate dell'essere umano, ma in questo momento sembrano essere molto nascoste o comunque tenute sopite all'interno dell'uomo. C'è un sacco di gente che pensa di essere sveglia, invece non si smuove da un modo di pensare standard. L'essere umano (uomo, donna e qualsiasi identità sessuale) nella sua comfort zone si reputa al sicuro, la riscoperta del fuoco invece lo mette finalmente in contraddizione, lo mette nella condizione di scoprire anche i suoi lati deboli. Credo che sia necessario lavorare su quelli, per poi riscoprire il vero potenziale di ognuno”. Musicalmente è un'opera a metà strada fra il jazz e il progressive? “E’ molto più simile nelle fattezze a un'opera rock che a un'opera jazz, come concetto, come stratificazione, come mezzi musicali utilizzati. È chiaro che alla base c’è una matrice jazzistica contemporanea, alla quale poi ho aggiunto le mie influenze, che sono quelle dell'opera rock progressive, della musica classica cameristica e l’elettronica. “Prometheus” è un melting pot, dove i sound vanno un po' ad alternarsi perché secondo me l'essere umano è un’identità in continuo cambiamento, capace di mutare totalmente il suo modo di essere da un istante all'altro. Non aveva senso quindi descrivere il viaggio interiore di cui parlo nell’album con un solo genere musicale. Ho avuto bisogno di tanti colori, tanti suoni, tanti generi e tanti contrasti, perché l'essere umano è fatto di contrasti, e li ho voluti evocare in musica”. Anche i testi sono significativi? “Vanno a rappresentare, a raccontare le varie tappe di questo percorso, chiamiamolo di rinascita, di risveglio, di consapevolezza all'interno dell'album. Ogni brano è una tappa, una rinascita spirituale, una tappa e i testi appunto vanno sia a narrare ciò che il protagonista prova e sente, sia il contesto in cui vive e affronta ognuna delle tappe del suo percorso. Si parte da un prologo in una caverna? “Il prologo è un limbo, una zona grigia in cui si pensa di avere determinate certezze. E’ ispirato al mito della caverna di Platone che è poi in stretta connessione con il mito di Prometeus. Si prosegue con il processo di risveglio che avviene inizialmente col brano Prometeus poi c’è una scoperta del fuoco, l’inizio di una rinascita, che porta il protagonista a riconnettersi con se stesso. Qui inizia la battaglia metaforica in cui il personaggio vince e perde in continuazione e soprattutto impara anche a perdonarsi. Nell'ultimo brano, che si chiama “I am everywhere”, Prometeo, si rende conto che finalmente è in simbiosi con il tutto e quindi è in pace con se stesso, con ciò che prova, con ciò che ama. Non ha più etichette, non ci sono più paletti che impediscono la sua evoluzione e inizia a sentire di essere in connessione con tutto ciò che lo circonda, sia di terrestre, di materiale, che di spirituale”. Come mai i testi sono in inglese? “Per una questione di metrica e perché l'album è distribuito in tutto il mondo, perciò l'inglese è la lingua ideale per questi brani. Fra l’altro a marzo iniziamo il tour sia in Italia, che all’estero. Ho ricevuto grandi apprezzamenti per questo disco, ne sono felice perché è un lavoro estremamente sincero, in cui mi sono messo a nudo”.