Marco Dolfin, chirurgo con l'esoscheletro e atleta paralimpico: "Le qualificazioni per Parigi 2024? Per mio figlio"

Il medico torinese 41enne ha perso l'uso delle gambe in un incidente di moto nel 2011: "Mi ero sposato da poco e avevo iniziato a lavorare in ospedale. La vita cambia, ma non ho voluto mollare: oggi opero e sono padre di due gemelli"

di LETIZIA CINI -
30 settembre 2022
Marco Dolfin, chirurgo torinese 41enne e atleta paralimpico

Marco Dolfin, chirurgo torinese 41enne e atleta paralimpico

Uscire di casa per affrontare una giornata qualunque e non farci ritorno per settimane... mesi. Poi, finalmente, quando arriva il grande giorno, ecco la consapevolezza che niente sarà più come prima: la vita è completamente cambiata, le abitudini irreversibilmente stravolte. Quello che prima era la quotidianità improvvisamente diventa l'inarrivabile. Vie d’uscita? Una delle strade più belle e meno battute porta verso la resilienza, ed è esattamente quella imboccata da Marco Dolfin, medico ortopedico, campione paralimpico, chirurgo in carrozzina e padre di due gemelli. Proprio così: Marco Dolfin, protagonista del libro scritto dal fratello, giornalista sportivo Alberto, dal titolo Iron Mark. Le corsie di Marco Dolfin: chirurgo e nuotatore, ha perso l’uso delle gambe nel 2011 in seguito a un incidente in moto che gli ha fratturato la vertebra T12, ma non i sogni: quelli sono rimasti intatti. E diventati una straordinaria realtà.
Marco Dolfin (41 anni) premiato alal Triathlon Civitanova Marche

Marco Dolfin (41 anni) premiato al Triathlon Civitanova Marche

L'incidente

Stava andando a lavoro quell'11 ottobre di 11 anni fa, Marco Dolfin: si era da poco specializzato e - novello sposo - era appena rientrato, con sua moglie Samanta, dal viaggio di nozze. Di buon mattino arriva la chiamata d’urgenza: deve aiutare un collega in una difficile operazione all’ospedale Don Bosco di Torino, dove lavora da poche settimane. Fino all’ultimo è indeciso se prendere l’auto o la moto. La scelta ricade sulla moto, perché è più agile nel traffico e poi c’è un’urgenza, quindi non c’è tempo da perdere. Quella mattina il giovane ortopedico in ospedale arriverà, sì... ma in veste di paziente. L’incidente stradale lo lascia su una sedia a rotelle, ribaltando tutto:  prospettive, valori, la vita. Ma non riesce a scrivere la parola fine a una storia che vuole continuare ad essere raccontata. Inizia così per Marco Dolfin un lungo calvario con il rischio, se non la certezza, di non poter ricominciare a operare. Invece, grazie a una speciale carrozzina che gli permette di “stare in piedi“ accanto al tavolo operatorio, Marco Dolfin, 41 anni compiuti il 6 agosto, leone Doc, ha ripreso e continua a dare il suo lavoro, definiendosi dottore high tech. Nel frattempo è diventato anche atleta paralimpico e padre di due gemelli: Lorenzo e Mattia.

Il chiodo fisso

Durante il ricovero in Unità spinale, il giovane chirurgo ha un chiodo fisso, tornare il sala operatoria: “Ho pensato a ciò che volevo continuare a fare nella mia vita - racconta il medico torinese - . Tra queste cose c’è sempre stato il lavoro anche se in molti, certamente a fin di bene, mi avevano consigliato di rinunciare e cambiare specialità. La chirurgia protesica e la grande traumatologia, infatti, richiedono di operare in piedi e con una stabilità importante per poter esercitare la necessaria forza durante gli interventi”. Lui non si scoraggia: dal letto d’ospedale studia lo stratagemma per compensare l’assenza dell’uso delle gambe. “Mi hanno aiutato la determinazione e l’aver saputo dell’esistenza di un chirurgo di Rieti, Paolo Anibaldi, che aveva avuto un incidente prima di iniziare gli studi in Chirurgia generale, e poi diventato chirurgo che opera anche lui in piedi (mentre Marco è l’unico ortopedico a farlo, ndr) - le sue parole - . Sono andato a trovarlo per capire la soluzione che lui aveva trovato e adattarla alle mie esigenze che richiedono più mobilità”. Obiettivo raggiunto e Dolfin ha ricominciato a lavorare all’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino."che recentemente ho lasciato l'ospedale per trasferirmi come libero professionista al Centro medico polispecialistico Delma di Andezeno, sempre a Torino", racconta a Luce! Dottore, che approccio ha con i suoi pazienti, che la vedono operare dall’alto del suo esoscheletro?
Marco Dolfin in vasca: tra i primi otto del ranking mondiale dopo il Meeting di Stoccolma nel 2015 e nel marzo del 2016 agli Europei di Funchal, ha conquistato la medaglia di bronzo e il record italiano nella sua categoria e,ai Giochi paralimpici di Rio dello stesso anno, si è piazzato ai piedi del podio

Marco Dolfin in vasca: tra i primi otto del ranking mondiale dopo il Meeting di Stoccolma nel 2015 e nel marzo del 2016; ai Giochi paralimpici di Rio dello stesso anno si è piazzato ai piedi del podio

“In realtà si tratta di una carrozzina elettronica modificata (ride, ndr) ovvero verticalizzabile, che si solleva mettendomi in una posizione adatta per stare al tavolo operatorio. Grazie a un tecnico ho apportato le modifiche che mi consentono di alzarmi da solo e, anziché manovrarla con le mani - impegnate a fare altro e con la necessità di restare assolutamente sterili - utilizzo un joystick azionabile tramite gomito. All’inizio mi facevo un sacco di problemi, più io dei pazienti, forse: ma adesso non ci faccio più neanche tanto caso. Sono dieci anni che opero così, le voci girano abbastanza e chi viene da me conosce bene la mia storia e sa che sono ben capace di fare il mio lavoro“. La sua specializzazione? “Il ginocchio, ho scelto questo distretto anatomico per una serie di motivi e anche perché, da buon sportivo, conosco bene l’importanza di avere ginocchia buone“. A proposito di sport, non ha perso la passione dopo l’incidente. “Al contrario, per me è stato uno stimolo per andare avanti, rimettermi in gioco: dopo aver perso l’uso delle gambe mi sono detto, vediamo cosa c’è per me, cosa posso fare ora. Lo sport è sempre stato parte integrante della mia vita, sia come sfogo fisico e mentale, sia a livello di confronto con altri atleti. Non riuscirei a starne senza a lungo“ La scelta...? “Dal nuoto sono passato al Triathlon (vincendo GrandFinal del circuito nazionale di paratriathlon il 18 settembre scorso a Bari l’ambito di Bari Zerobarriere 2022, ndr) che mi sta dando grandissime soddisfazioni“.
Marco Dolfin, chirurgo torinese 41enne e atleta paralimpico, con la moglie Samanta e i gemelli Mattia e Lorenzo

Marco Dolfin, chirurgo torinese 41enne e atleta paralimpico, con la moglie Samanta e i gemelli Mattia e Lorenzo

Dica la verità, dopo l'ultima vittoria sta già pensando alle Olimpiadi del 2024... “In realtà è un notevolissimo impegno, ma... me l’ha chiesto Lorenzo, uno dei miei figli: 'Papà, riuscirai a qualificarti per Parigi 2024?', mi ha detto. Si sa, i bambini non possono essere delusi (ride di nuovo, ndr). Avendolo chiesto lui, penso che lo farò“. Già, dottor Dolfin, perché lei nel 2014 è diventato padre di due gemelli: com’è stato? “Difficilissimo ed emozionante. Con mia moglie ne abbiamo parlato a lungo e poi abbiamo preso una decisione bellissima, ma che stava costando la vita a Samanta. Fortunatamente poi è finito tutto bene e i bambini ora sono la nostra gioia più grande. Gran parte dei miei pensieri, dei miei progetti, si è spostata su di loro". Che domande le fanno i suoi figli? "Vivono in un mondo in cui i compagni chiedono del loro papà diverso. Ma sono consapevoli e sereni. C’è un episodio, un momento che non scorderò mai: Lorenzo, aveva meno di un anno, mi stava guardando e a un certo punto ha abbassato lo sguardo fissando la carrozzina. Io ho capito, l’ho capito che aveva visto qualcosa di diverso. I figli cambiano tutto, perché tu raggiungi un equilibrio con te stesso e credi di avere trovato una quadra, ma loro ribaltano ogni cosa e sei costretto a trovare un equilibrio nuovo. Differente. Con mia moglie Samanta tendiamo ad essere molto naturali: Mattia e Lorenzo hanno visto il loro papà solo in carrozzina, per loro questa è la normalità. Quando sono tornato da Dublino con la medaglia d’argento, i gemelli l’hanno portata all’asilo e l’hanno mostrata ai loro compagni seduti in cerchio. Uno di loro ha detto qualcosa del tipo 'Ma come ha fatto il tuo papà a vincere, che non muove le gambe?'. E Lorenzo ha risposto candidamente 'Il mio papà nuota a rana, le gambe non servono'”. Anche loro praticano qualche sport? "Sì, e come me sono molto competitivi, si vede che è una cosa ereditaria. Ho sempre fatto attività, fin da piccolino. E ho continuato a farla crescendo, nei lunghi anni dell’università quando, sommerso dai libri, lo sport era diventato una valvola di sfogo fondamentale. Ho giocato a calcio, ho nuotato, alla fine mi ero innamorato di uno sport divertentissimo che nessuno conosce e si chiama hit ball, una disciplina adrenalinica che è un misto tra la pallamano e la pallapugno”.
Alberto e Marco Dolfin al villaggio olimpico di Rio de Janeiro

Marco Dolfin con il fratello Alberto al villaggio olimpico di Rio de Janeiro nel 2016

Però c’è una prestazione sportiva prima, e una prestazione sportiva dopo. “Amo troppo vincere, primeggiare: e questo può essere un problema. Dopo l’incidente sapevo che avrei continuato a fare attività agonistica, perché ero consapevole che non mi sarei accontentato di partecipare: all’inizio è stata dura, ho preso un po’ di scoppole, poi ho capito che il nuoto era la strada giusta. E sono arrivati i risultati, in un costante equilibrio tra un lavoro che continua a prendermi sempre di più, una famiglia che si è allargata, gli allenamenti quotidiani e le trasferte per partecipare alle gare. L'obiettivo è fare un’altra Paralimpiade, anche se gli avversari iniziano ad avere vent’anni meno di me ed è sempre più difficile. Ma, di sicuro, lo sport farà sempre parte della mia vita: la mia vita di marito, papà, chirurgo, uomo".
Maro Dolfin sulla sedia a rotelle elettrica e verticalizzabile che gli permette di poter stare in posizione eretta

Maro Dolfin sulla sedia a rotelle elettrica e verticalizzabile che gli permette di poter stare in posizione eretta

Dottore, sinceramente, si è mai chiesto "perché a me"? "All'inizio è inevitabile domandarselo, in un anno passato all'Unità spinale me ne sono poste mille, di domande come questa. Ragionamenti, pensieri che fai per conto tuo, in solitaria, che non fanno bene: a un certo punto ti accorgi di avere bisogno di aiuti esterni. Fortunatamente io li avevo: mia moglie Samanta, che è ancora qui, accanto a me con i nostri due bambini, la mia famiglia. All’inizio non è stato facile tornare in sala operatoria, stare in piedi tanto a lungo... La durata di un’operazione può variare dalle 2 alle 4 ore, nei casi di traumatologia complessa. Lo sport ancora una volta mi ha aiutato, rendendomi più forte a livello muscolare. Inoltre ho un'altra alleata: la passione. È lei a farmi sentire meno la fatica. Oggi non vedo l'incidente come un accanimento del destino: si tratta di un qualcosa che è successo, mi ha cambiato l’esistenza e non posso modificare in nessun modo, è vero. Ma ho pur sempre la capacità di trovare la miglior soluzione per adattarmi. Vede, nella sfortuna, sono stato fortunato a non subire danni permanenti alle braccia e alle mani, fondamentali per la mia professione. Quando hai perso qualcosa impari a dare un immenso valore a ciò che hai ritrovato."