
Oxana Corso
L'esempio di chi non ha mai mollato. È questa Oxana Corso, la 29enne nata a San Pietroburgo in Russia, che, adottata insieme alla sorella Olga dalla famiglia Corso, una volta arrivata in Italia, non ha avuto nemmeno il tempo di festeggiare questa sua nuova famiglia. All'età di 3 anni, infatti, le viene diagnostica una cerebrolesione che la costringe a sottoporsi a diversi interventi e a portare il tutore per anni. Ma non per questo si arrende. Anzi è grazie allo sport che inizia la sua seconda vita.

Comincia a sgambettare nelle piste d'atletica leggera nel 2006 a Roma, dopo essere stata notata durante le ore di educazione fisica dal professore di ginnastica Giovanni Alessio. Da lì la sua carriera nella velocità si fa ricca di successi: due medaglie d'argento alle Paralimpiadi, due medaglie d'oro, un argento e due bronzi ai Mondiali paralimpici e due ori, quattro argenti e un bronzo agli Europei paralimpici. E ancora: durante i Campionati Italiani Open, tenutisi a Grosseto nel 2013, stabilisce il nuovo record del mondo sui 400 metri categoria T35 con il tempo di (1’22″37), poi ai Mondiali IPC di Lione, firma il record del mondo anche sui 100. Dal 2014 inoltre è entrata ufficialmente a far parte del gruppo sportivo delle Fiamme Gialle ed è anche uno degli ambasciatori dello Sport Paralimpico.

È proprio sotto quest'ultima veste che Corso ha partecipato all'evento, promosso ormai da diversi anni dalla società RG in collaborazione con Intesa Sanpaolo Assicurazioni e patrocinata dal Comitato Italiano Paralimpico, #CAMPIONIdiVITA, svoltosi mercoledì 26 marzo a Bologna e giunto alla quinta e ultima tappa, dopo Bolzano, Catanzaro, Udine e Roma. L'iniziativa ha come obiettivo quello di sensibilizzare i giovani delle scuole secondarie di secondo grado di tutta Italia (a fine delle cinque tappe sono stati 1500), sui valori più importanti della vita umana, ovvero il rispetto delle altre persone e delle loro diversità, l'inclusione e la capacità di affrontare ogni sfida con determinazione e passione. Elementi che si coniugano perfettamente con lo sport e con la competizione paralimpica.
Ma la campionessa non si è fermata qui. Normale per una che ha corso così tanto raggiungendo i suoi obiettivi sempre col sorriso stampato sulla faccia. L'atleta si è infatti raccontata a Luce! mettendo in evidenza come sia riuscita a superare la notizia della cerebrolesione all’età di 3 anni e di come funzionano i suoi allenamenti con uno sguardo anche al futuro.
La notizia della cerebrolesione
Come ha superato la notizia della cerebrolesione all'età di 3 anni? Una diagnosi sicuramente non facile per una bambina così piccola
“Ho pochi ricordi di quel periodo se non le operazioni che ho subito all'età di 5, 7 e 10, che mi hanno permesso poi effettivamente di camminare in questo modo o comunque di aiutarmi nelle vita quotidiana. È stato un fulmine a ciel sereno perché i miei genitori quando mi hanno adottato non sapevano cosa ci fosse che non andava. Poi sono arrivata in Italia e mi hanno diagnosticato questa cerebrolesione infantile, alla nascita. O perlomeno questo è quello che si è supposto, visto che comunque sono sempre stata così“.
Sempre in età giovanile, si è mai sentita diversa rispetto agli altri ragazzi? E in questo senso è stata mai vittima di discriminazioni e insulti a scuola?
“Sono stata molto fortunata perché ho avuto compagni di classe con i quali ho vissuto fino alle superiori. Sono cresciuta con loro. A scuola non ho avuto quindi atti di bullismo. Mi capitava però molto spesso quando andavo in giro ad esempio a fare shopping. C'era quello sguardo che ho sempre odiato. Quello sguardo di pietà da parte delle persone che non capiscano cosa c'è che non va e dicono “poverina, è disabile“. Queste situazioni che subisci quando sei adolescente ti toccano in qualche modo. Poi crescendo capisci in realtà che lo sguardo degli altri e loro opinione contano poco“.
Come funzionano i suoi allenamenti
Come funziona il suo allenamento? Ad esempio, quali sono le principali difficoltà e i principali rischi? C'è qualcosa che deve assolutamente evitare?
“Sicuramente in questi anni da velocista e adesso da lanciatrice ho imparato a sentire molto bene il mio corpo. Ho molta difficoltà a livello di coordinazione ed equilibrio, che è il fulcro principale della mia disabilità. Però sono molto intraprendente e quindi quando mi viene proposto qualcosa, anche se dovessi cadere, non mi faccio problemi. Prendo l'occasione al volo per imparare qualcosa di nuovo. Anche perché per me avendo dei problemi anche a livello strutturale è sempre tutto nuovo. Ho dovuto quindi adattare gli esercizi nella quotidianità al mio corpo e successivamente nell'atletica“.
Dopo un successo come si fa a preparare con la stessa determinazione la gara successiva?
“C'è una frase che secondo me è la verità: “Non è difficile arrivare all'apice ma mantenerlo“. In realtà il lavoro mentale da fare è dopo il successo. Le aspettative degli altri e quelle che ti crei per te stessa. Perché comunque non ti basta mai. Hai sempre fame di risultato e di vincere. E adesso che ho 30 anni, dopo 20 anni di carriera, è abbastanza complicato arrivare sempre in alto. Ed è uno dei motivi per i quali ho cambiato la carriera dalla velocità al getto del peso perché mi serviva uno stimolo nuovo avendo vinto, tranne l'oro olimpico, tutte le altre medaglie da velocista. Mi sono messa in gioco in un'altra specialità, in questo nuovo percorso che è tutto un'altra cosa a livello mentale perché mentre la gara di velocità dura 15 secondi, una gara di getto del peso può durare anche 1 ora e mezza. Quindi la concentrazione è tutta diversa. A 30 anni è faticoso ma anche molto stimolante“.
La vita e la carriera paralimpica riassunte in una parola
Se dovesse dirci una parola che descriverebbe la sua vita e la sua carriera paralimpica fino ad oggi quale sarebbe?
“Esigente. Lo sono stata molto con me stessa per tutta la mia carriera. In realtà adesso capisco che l'esigenza del risultato, l'esigenza di dimostrare è un qualcosa che piano piano potrebbe logorare. Sto cercando di abbassare questa esigenza con me stessa e portare pazienza perché questa è tutta un'altra carriera“.
E questa pazienza potrebbe essere anche un consiglio per chi riceve una diagnosi come la sua a non arrendersi mai?
“È molto difficile se non arrivano i risultati e le medaglie riuscire a stare lì e a faticare per raggiungere gli obiettivi. Adesso però come lanciatrice i risultati sono molto più lenti. Sto imparando che il risultato arriva quando deve. E poi è la soddisfazione personale quella che conta. I traguardi e i miglioramenti che fai ogni giorno in ogni allenamento e in ogni fase della vita. Grazie allo sport ho immagazzinato questo nuovo modo di vivere. Con pazienza, con determinazione. Perché è vero che sono stata talentuosa come velocista però dietro c'è stato tanto impegno e sacrificio. E questo magari da velocista lo percepivo meno perché avevo le medaglie, mentre adesso quei centimetri in più fatico, anche perché comunque ho un'altra età ma anche perché, a causa della mia disabilità, le articolazioni si consumano più facilmente. Sto imparando che il sacrificio è più mentale che fisico perché non è detto che il risultato arrivi. Quello che poi conta è essere felici del traguardo personale. Quindi il vero nemico non sono i tuoi avversari ma è battere te stesso“.
Uno sguardo al futuro
So che manca ancora tanto tempo, ma una volta che si ritirerà, vorrebbe rimanere nell'ambiente o pensa che ne uscirà completamente?
“Credo che ci sia qualcosa che ancora io possa dare al mondo paralimpico grazie alla mia esperienza, magari in un ruolo dirigenziale. Riuscire a far crescere il movimento paralimpico. Questo sicuramente si sta evolvendo basti pensare al boom che ha fatto dal 2012 a Parigi 2024. Non solo a livello di medaglie, ma anche a livello mediatico. E questo nuovo mondo si potrebbe sicuramente utilizzare per poter dare un apporto alla cultura dello sport, di quello paralimpico ma anche della disabilità in generale. È tutto molto collegato. Ci sono molti spazi su cui lavorare e quindi non mi dispiacerebbe essere l’artefice di questo cambiamento culturale“.