Interruzione di gravidanza, se l'obiezione vince sulla volontà. Il problema italiano con l'aborto

di MARIANNA GRAZI -
22 gennaio 2022
AbortoItalia

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"Nel 2022 il Medio Evo torna prepotentemente ad affacciarsi nella nostra regione. L’ospedale di Ciriè con il 100% di medici anti-abortisti disapplica totalmente la legge 194/78 sull’interruzione volontaria della gravidanza (Ivg) e ne impedisce l’applicazione effettiva". La denuncia arriva da Jessica Costanzo, deputata ex M5S e oggi con L'Alternativa nel Gruppo Misto. Parole che fanno sobbalzare dalla sedia, non tanto per il fatto in sé quanto perché si tratta, nel nostro Paese, dell'ennesimo caso. L'ospedale di Ciriè, nel torinese, è uno, ma ad esso fanno riferimento come presidio sanitario almeno 100 mila persone. Di nove ginecologi in organico ci sono nove obiettori. Un record? Non proprio. Ma questo non vuol dire che non se ne debba parlare. Anzi la polemica deve alzarsi, per smuovere le coscienze di una politica sopita che lascia passare quasi impunita, da decenni, in nome di una questio

Nel 1978 in Italia, dopo anni di lotte, è entrata in vigore la legge 194 che regola l'interruzione volontaria di gravidanza

ne morale importante certo, ma che non deve diventare preponderante, la violazione di uno dei più importanti diritti delle donne. Quello di scegliere per il proprio corpo. "Le conseguenze non sono solo etiche ma anche fisiche e psicologiche: molto spesso alle origini di una interruzione di gravidanza ci sono violenze fisiche sulle donne, maltrattamenti e reati penali – rincara la dose Costanzo, che poi chiama in causa l'istituzione locale – La Regione Piemonte non può consentire che la legge 194 sia palesemente disapplicata senza muovere un dito". Silvio Vitale, ginecologo e una sorta di bandiera dei medici che all’aborto invece hanno detto sì (ma come lui anche il molisano Michele Mariano che ha rimandato per mesi la pensione pur di non lasciare sola l'unica collega non obiettrice, Giovanna Gerardi, che invece da sola è rimasta) allarga le braccia: "Il fenomeno è molto diffuso – dice a La Stampa –. A fonte di 364 ginecologi che ci sono in Piemonte, quelli 'coscienziosi' sono appena 131. E questo significa, ovviamente, che l’aborto non vien praticato ovunque". E non appare tanto esagerato, allora, parlare di ritorno al MedioEvo, anche se, in realtà più che per la regione Piemonte come afferma la deputata Costanzo, dovremmo riferirci all'Italia intera, che in oltre 40 anni ha saputo fare un balzo – indietro – incredibile sui diritti delle donne. E il caso dell'aborto è solo il più eclatante.

Aborto e obiezione di coscienza, un circolo vizioso

La scelta dell'obiezione, ricordiamolo, viene fatta sia per convinzioni etiche che per motivi professionali. Ed è sempre la legge 194/78 a prevederla, all’articolo 9 che prevede la possibilità di obiettare "per le attività direttamente e specificamente volte all’interruzione della gravidanza" ma non per l’assistenza precedente e successiva. Questo aspetto della norma tuttavia, a oltre quarant'anni dalla sua approvazione, ha creato due problemi: da un lato, è evidente, ha limitato e limita sempre più il diritto ad accedere all’interruzione volontaria di gravidanza; dall’altro ha reso più difficile per i medici non obiettori fare carriera. Tra i vari motivi per cui i medici si dichiarano obiettori di coscienza, il più classico –potremmo dire quasi scontato– è la fede religiosa e la convinzione che l’embrione, già entro la 12esima settimana (termine ultimo per accedere all'Igv) sia una 'forma di vita' da salvaguardare. Questo quindi porta a considerare l'aborto una sorta di omicidio, non solo da parte della Chiesa cattolica, la più diffusa in Italia, ma anche di  altri credi, tanto che  considerano l’aborto ci sono molte associazioni che si impegnano per diffondere questa concezione e invitano i professionisti a scegliere l'obiezione. Ma la fede non è l'unica ragione. Addirittura c'è chi lo considera un problema sociale, di salute pubblica, e sceglie di schierarsi per il 'no' pur di non vedersi preclusa una potenziale carriera e non essere discriminato da colleghi e da primari obiettori. Altri medici, sempre sulla stessa linea di pensiero, lo fanno perché gli interventi di questo tipo sono operazioni poco complesse, cosiddette 'di routine', poco gratificanti. E ancora, c'è chi sceglie di essere obiettore per una motivazione economica: nel nostro Paese infatti l’Igv è una delle poche pratiche che per la sanità pubblica non può essere praticata in libera professione all’interno degli ambulatori degli ospedali, facendosi pagare dalle pazienti. Il dottore non ci guadagna? Allora tanto vale non farla. E quindi perché no, magari degli incentivi economici potrebbero contribuire a ridurre le obiezioni.

La Legge 194/78 prevede l'obiezione di coscienza, per cause morali (come la fede religiosa) ma anche per ragioni professionali

Un 'altra soluzione, che stanno sperimentando alcune aziende sanitarie locali e alcuni ospedali, è quella di promuovere concorsi aperti solo a medici non obiettori. Se in alcune regioni, tra cui Emilia Romagna, Puglia e Lazio, si sono svolti, in altri casi questi concorsi sono stati ostacolati dai TAR, che li hanno ad esempio bloccati in Liguria e in Campania. E poi ci sono quelli in cui, nonostante banditi in più occasioni, alle selezioni non si è presentato nessun candidato. È il caso del Molise, di cui avevamo raccontato qualche tempo fa, che dal 1 gennaio a causa del pensionamento di uno dei due unici ginecologi di tutta la regione non obiettori, vede la dottoressa Giovanna Gerardi ultimo baluardo, nell'unico ospedale dove vengono effettuate Igv, dei diritti delle donne. Al momento la percentuale di medici, ginecologi, infermieri e Oss obiettori di coscienza non permette la piena applicazione della legge 194/78, che si traduce poi in una di applicazione, per le donne, del loro diritto di fare del proprio corpo quello che ritengono più giusto, se non a prezzo altissimo non solo economicamente parlando, ci sono anche risvolti emotivi e psicologici importanti. Basti pensare alle vittime di violenza sessuale che rimangono incinta del loro molestatore, alle donne che scoprono gravi malformazioni nel feto, a quelle che non possono portare avanti la gravidanza senza rischiare la vita. O semplicemente a quelle che un figlio proprio non lo vogliono. E non possono né devono essere giudicate per questo.
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Aborto: in Italia è sempre più difficile

I numeri: 80-100% di obiettori

Secondo il report Mai Dati! realizzato dalle giornaliste Chiara Lalli e Sonia Montegiove per l’Associazione Luca Coscioni, la situazione italiana in tema di interruzione volontaria di gravidanza appare quantomai problematica. Esiste, è vero, anche una Relazione del Ministero della salute in materia, ma al cui interno vengono riportati "dati chiusi", ovvero aggregati solo per regione e aggiornati al 2019. Quello che provano a spiegare invece le due giornaliste, prendendo però in considerazione "dati aperti e per ogni struttura ospedaliera" è che alle italiane serve essere a conoscenza già prima di muoversi di quali siano gli ospedali a cui possono rivolgersi per l'Igv, e in questi quali siano le reali possibilità di procedere. Insomma per non finire come in Germania, che solo dopo 90 anni ha abolito il reato secondo il quale i medici non potevano neppure fornire informazioni sull'aborto, per una donna che non desidera portare avanti la gravidanza, qualsiasi sia il motivo che la spinge a farlo, è fondamentale sapere se nell'ospedale a cui si rivolge ci sono ginecologi disposti a farlo, o se deve rivolgersi altrove perché tutti obiettori. Lalli e Montegiove hanno tracciato una mappa “Obiezione 100” che mostra quale sia, al 20 novembre 2021 in Italia, la situazione reale sul diritto all'aborto e sull'obiezione di coscienza. Questa mostra le strutture ospedaliere con il 100% di obiettori di coscienza e quelle con una percentuale superiore all’80% per tutte le categorie professionali (ginecologi, anestesisti, personale non medico). Ci sono 72 ospedali che hanno tra l’80 e il 100% di obiettori di coscienza. In 22 ospedali e 4 consultori sono il 100% di tra medici ginecologi, anestesisti, personale infermieristico e OSS e sono 18 le strutture ospedaliere con il 100% di  ginecologi obiettori, sebbene sebbene la 194 vieti espressamente la cosiddetta “obiezione di struttura”. Infine sono 46 gli ospedali che hanno una percentuale totale di obiettori superiore all’80%. In 11 regioni c'è almeno un ospedale con il 100% del personale dedicato obiettore e sono: Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto. Bastano questi numeri, ma ce ne sono tanti altri, approfonditi, per farci ribadire allora che in Italia esiste davvero un problema con l'aborto, con un diritto primario per le donne, che si sono conquistate dopo anni di lotte, di proteste, di rivendicazioni. E che ora, a più di 40 anni di distanza, sembra sfumare loro tra le dita, come l'acqua che scorre, portandosi via, spesso le lacrime amare di chi ha dovuto far scegliere ad un altro cosa fare del proprio corpo.