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Domenico Iannacone a teatro: "Attraverso storie piccole racconto necessità reali "

Il giornalista molisano è in tour con lo spettacolo "Che ci faccio qui", per un po' lontano dalla tv. "Dovremmo aprirci alla diversità e non continuare a usare un linguaggio stereotipato"

di DOMENICO GUARINO -
3 febbraio 2024
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Il suo modo di fare televisione, raccontando storie apparentemente minori, ma di grande impatto emotivo, lo ha reso uno dei volti più amati del piccolo schermo. E uno dei giornalisti più apprezzati per il suo lavoro. Oggi Domenico Iannacone, molisano classe 1962, è impegnato anche in un lungo tour teatrale con il suo spettacolo "Che ci faccio qui". Lo abbiamo intervistato per parlare del 'Paese reale' che incontra al di fuori dello schermo.

Il giornalista a teatro

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Il giornalista molisano è tra i più amati della tv (Ph. Ciccarelli)

Come mai ha deciso di portare le sue storie, il suo linguaggio, in un contesto così diverso dalla tv come il teatro, con un pubblico anche diverso, mettendosi alla prova con sensazioni differenti? "In realtà sentivo da un po' l'esigenza di rompere la quarta parete, di uscire dallo schermo che mi ha dato tanto ma, in qualche modo, mi ha determinato anche una specie di prigionia. Volevo potermi esprimere attraverso la parola, rompere lo schema delle immagini che arrivavano da un luogo lontano come la televisione. Ciò mi ha permesso di avvicinarmi pienamente a un pubblico, di sentirlo palpitante. E questo di per sé è un privilegio. Innanzitutto perché comprendi veramente come arriva il messaggio, come viene percepito. E in più ti permette di avere subito un riscontro quasi istantaneo: sapere esattamente se quello che stai dicendo ha valore per le persone oppure no. La tv è distanza abissale e, quindi, questa voglia mi ha permesso di scoprire nuovi mondi". Lei racconta storie 'minori': il fatto che venga da una terra ritenuta essa stessa minore come il Molise ha avuto un'influenza su questo? "Secondo me sì, in qualche modo mi ha plasmato. Quando uno arriva dalla provincia, un luogo dove spesso non accadono molte cose, deve essere attento a situazioni che si creano ma che non sono così eclatanti. Devi concentrarti sui particolari, questo ti fa apprezzare le storie minime, fatte di un realismo alla De Sica, che appunto amava moltissimo le storie minime. Come Fellini. Nel mio spettacolo non a caso cito proprio 'Ladri di biciclette' che è un po' anche il punto di svolta della mia stessa esistenza. Quella storia che è emblematica e piccola al tempo stesso, parla di un mezzo umile, come la bicicletta appunto, che però per qualcuno, per quella famiglia, è tutto, vuol dire tutto, è bene prezioso. E allora siamo di fronte ad un archetipo. Da lì la storia prende forma e diventa universale. Le piccole storie come immagine del mondo".
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A teatro con "Cosa ci faccio qui" (Ph. Ciccarelli)

L'importanza di raccontare il 'Paese reale'

Usa un linguaggio molto attento all'inclusività: stare 'accanto' alla storia, esserne parte pur mantenendo quella terzietà come sempre deve essere per un giornalista. Che 'Paese Reale' incontra oggi, a teatro? "Mi rendo conto che il pubblico che viene a vedermi è come se si sentisse orfano di una rappresentazione obiettiva delle cose. E questo dà la spinta a cercare, quasi come dei rabdomanti, pezzi di un racconto reale. Per tornare al tema della televisione, stiamo assistendo da un po' di tempo ad una specie di mimesi di racconto stereotipato, superficiale, radente. Un racconto che non ci fa comprendere a pieno i bisogni delle persone, le necessità sociali che ci sono nel Paese. È come se ciascuno volesse raccontare quello che meglio crede, senza obiettività, dando una visione estremamente parziale della realtà. E questo ovviamente crea degli scompensi, perché si cerano degli orfani dell'informazione. Orfani che scelgono di venire al teatro che per sentirsi raccontare delle cose". Si tratta, secondo lei, di un processo irreversibile? "Io credo che la televisione sia un mezzo e come tale deve essere alimentato di contenuto. Se abbiamo dato, nel corso del tempo, cibo avariato le persone che si sono nutrite di quel cibo pensano che comunque sia il migliore del mondo, perché è l'unico che abbiano mangiato. Dobbiamo ritrovare profondità. La profondità del racconto, guardare alle necessità della società, incrociare le esigenze della gente. È una delle mancanze più grandi di questo periodo storico. Se riconquistiamo questa profondità, noi cominceremo a 'nutrirci' in maniera diversa e saremo cittadini migliori".
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Iannacone invita i suoi colleghi che si occupano di informazione a utilizzare un linguaggio più inclusivo e ad occuparsi maggiormente delle reali necessità delle persone

Oggi c'è una grande discussione sul tema dei diritti, sia nell'affermazione che nella negazione. Tanto nell'opinione pubblica, quanto nella politica. Penso ad esempio alla sfera della sessualità e di tutto quello che le ruota intorno. Secondo lei la società italiana è pronta ad un cambio di mentalità? "La società italiana mi sembra che ancora risenta di un forte e radicato retaggio culturale, una specie di spazio incatenato in cui non possiamo esprimere delle cose. La cultura cattolica ha pervaso certe cose, alcune forze politiche la cavalcano come se fosse il loro manifesto identitario. Intanto il mondo va avanti e dovremmo aprirci alla diversità. Accoglierla. Valorizzarla. Mi ricordo che già 10 anni fa io affrontavo il tema della diversità e dell'identità di genere, che sono centrali, e vedo che non è stata fatta poi tanta strada. Penso alla discussione sulla disforia di genere ad esempio. Mi rendo conto che siamo ancora molto indietro su certi temi. È come se non avessimo compreso che le differenze siano forse la parte che veramente può arricchire l'umanità. Noi invece viviamo come se potesse minacciare la nostra mascolinità, la nostra stessa identità mentale. Invece il mondo deve essere completamente aperto a quello che avviene, alle mutazioni che ci sono. Dobbiamo fare veramente uno sforzo, più perdiamo tempo in contrapposizioni banalissime - quello che vedo anche in Tv - più non arriveremo mai a nulla. Perché mi sembra che non ci sia l'esigenza di comprendere realmente l'altro, ma solo quella di affermare la propria tesi. È chiaro allora che dobbiamo cambiare registro".