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Queer, il significato della parola pronunciata da BigMama a Sanremo

La rapper ha dedicato la sua canzone “La rabbia non ti basta” alla comunità queer: “Amate liberamente, potete farlo”

8 febbraio 2024
BigMama dedica la canzone alla comunità queer

BigMama dedica la canzone alla comunità queer

Regina dark della serata, asfalta gli hater con una voce travolgente e, per rimarcare la superiorità da chi la paragona a Ursula de La Sirenetta per il suo aspetto fisico, rimanda la palla del body shaming al mittente semplicemente ignorando chi la offende. 

"Dedico il mio brano a tutta la comunità queer, amatevi liberamente: potete farlo”. Così la rapper 23enne Marianna Mammone al termine dell'esecuzione del suo brano nella seconda esibizione sul palco dell’Ariston.

BigMama a Sanremo
BigMama a Sanremo

La giovane artista ha colto l'occasione anche per fare punti al Fantasanremo battendo il cinque con Il Tre, che l'ha presentata, prendendo una scopa e twerkando.

Ma di chi parlava BigMama nella sua dedica?

Cosa significa queer

Partiamo col dire che la parola “Queer” non ha un significato preciso ma abbraccia molteplici identità sessuali e di genere, che non si identificano in quella eterosessuale e/o cisgender. 

In realtà la parola aveva un’accezione negativa, soprattutto in contesto anglofono, perché qui veniva (e a volte viene ancora) associato a un senso dispregiativo, di eccenticità, di diversità, di fuori dal normale. Alcuni invece lo collegano al tedesco "quer" che significa invece "di traverso", "diagonalmente".

La comunità Lgbtq (acronimo di Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender e queer) se n’è appropriata e, via via che l’utilizzo è diventato comune, è andato scemando l’alone negativo. Nel tempo “queer” è diventato quindi un termine ombrello, con un’accezione molto sovversiva, perché indica tutto ciò che non rientra nel canonico binarismo di genere.

Viene infatti usato generalmente da persone della comunità (o da chi vuole identificare un membro di essa) che non dà un nome specifico alla propria identità di genere e/o al proprio orientamento sessuale perché magari si sta ancora interrogando su di questi, o più semplicemente non vogliono precisarla, non sentono il bisogno di rientrare in alcuna categoria o non vogliono un’etichetta. 

Le origini della parola

Le origini del termine nelle prime attestazioni negative, traducibili dalla lingua inglese  con ‘bizzarro’ o ‘strambo’ per identificare spesso persone omosessuali (in Italia sarebbe il corrispettivo anche di ‘checca’ o appunto ‘frocio’), risalgono già al XIX secolo.

Queer resistance
Queer resistance

Ancora nella seconda metà del Novecento spesso persiste come insulto omofobo tanto che una parte consistente del movimento Lgbtq non vede di buon occhio il suo uso, per lo meno nel mondo anglofono.

Molte altre persone, anche della stessa comunità, e soprattutto tra le generazioni più giovani, ritengono però che usare il termine-ombrello queer sia un modo positivo per riappropriarsi di un termine che in passato era usato contro di loro, volgendolo a loro favore. È così che, a partire dagli anni Ottanta e Novanta è stato inserito, insieme ad altre definizioni, negli acronimi utilizzati nella stesso acronimo di riconoscimento Lgbtq.

No alle etichette, sì alla libertà

Queer resistance
Queer resistance

L’obiettivo era infatti quello di ricontestualizzare il significato intrinseco che portava in sé questa parola, aprendo a una più ampia e fluida visione dell’identità umana che non si limitasse alla sola eteronormatività bollando come ‘diverso’, ‘eccentrico’, ‘insolito’ tutto ciò che non rientrava in questo canone. 

Insomma, in parole povere, tornando a BigMama e alla sua dedica, la rapper campana ha voluto rendere omaggio a chi vuole (e deve poter) amare liberamente, liber* dalle etichette che ne inquadrino l’identità, sposando i concetti di fluidità e intersezionalità di autodeterminarsi come più piace loro.