Da Gaza a Gerusalemme, passando per Roma: il conflitto in Medio Oriente visto dai giovani secondo Elia Milani

Nella notte Israele ha attaccato l’Iran, colpendo una base militare a Esfahan. A seguito dell’escalation, i giovani israeliani temono per il futuro e pianificano di lasciare il Paese. A Gaza, la resilienza si traduce con la parola fuga (difficilissima).

di MARGHERITA AMBROGETTI DAMIANI -
19 aprile 2024
Il giornalista Elia Milani

Il giornalista Elia Milani

Sui recenti scontri all’Università “La Sapienza” tra manifestanti pro-Palestina e forze dell’ordine si è spalancato l’ennesimo dibattito mediatico. C’è chi punta il dito contro studentesse e studenti, accusandoli di violentare lo Stato, chi li difende, trovando giusta e necessaria la reazione di piazza, e chi osserva la situazione laicamente, cercando di stare alla larga da polarizzazioni e strumentalizzazioni politiche. Poche ore prima degli accadimenti di Roma, con Elia Milani, inviato Mediaset a Gerusalemme, avevamo ragionato proprio del punto di vista dei giovani, tra Israele, Gaza e un’Europa che sembra parlare più a sé stessa che al mondo. Una riflessione attualissima sul conflitto visto e letto dagli under 30 (o giù di lì). “In questa parte di mondo i giovani sono tantissimi. In Israele, l’età media è di 30 anni. A Gaza, di 18.” La riflessione di Milani prende le mosse da un assunto tutt’altro che scontato: tra i protagonisti del teatro di guerra ci sono loro, i giovani. Il primo pensiero è rivolto a Gaza: “Dopo oltre 190 giorni di bombardamenti, le ragazze e i ragazzi sopravvissuti sono stremati. Il desiderio più grande è fuggire. Le loro sono storie di resilienza e speranza. Uscire da Gaza è difficilissimo, ma è l’unica salvezza. C’è addirittura chi è stato accolto in Australia. Altri sognano di ricongiungersi con familiari che già vivono in Europa. Nei loro pensieri non c’è una destinazione precisa. L’unica certezza è che per sopravvivere la sola alternativa possibile è trovare un modo per lasciare la propria terra.” Una ricostruzione, quella del giornalista, che si aggiunge al racconto di un territorio ormai martoriato: “La zona settentrionale di Gaza non esiste più, è completamente distrutta. Gli sfollati sono tutti migrati verso Rafah che, al momento, è un enorme campo profughi a cielo aperto a rischio invasione.”

Le manifestazioni in Europa

Un dramma umanitario di cui parte dell’opinione pubblica occidentale si è fatta carico. In molti - giovani e giovanissimi d’Europa compresi - sono scesi in piazza per chiedere di cessare il fuoco. Una mobilitazione che talvolta, come nel caso di Roma, ha spaccato in due l’opinione pubblica, alimentando un cortocircuito social-televisivo da tribuna elettorale che poco o nulla ha dimostrato di incidere sul fronte internazionale. Un tema su cui Milani ha le idee chiarissime: “La lettura mediatica del conflitto è talvolta parziale e alcune proteste, così come i dibattiti che ne derivano, rischiano di non essere in grado di fornire strumenti utili alla costruzione di una visione complessiva.” Oltre a sottolineare la necessità di una conoscenza più approfondita di un Medio Oriente niente affatto comprensibile se interpretato solo con gli occhi del presente, il giornalista chiarisce che le legittime e sacrosante manifestazioni per la pace e il cessate il fuoco a Gaza che stanno trovando casa nelle strade d’Europa potranno imboccare la strada della concretezza solo se accompagnate da prese di posizione da parte degli Stati nei confronti del governo di Netanyahu. L’impressione dunque, anche da Gerusalemme, è che la trasformazione delle manifestazioni in vessilli politici legati a posizionamenti politici interni, mettendo in ultimo piano l’elefante nella stanza, rischi di essere del tutto ininfluente sul piano geopolitico.

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Le varie proteste a Tel Aviv

In Israele, la reazione dei giovani - seppur frammentata - è votata invece al pragmatismo (di parte). “Quella israeliana è una società estremamente composita”, ha precisato Milani. “Anche qua i giovani scendono in piazza, ma per ragioni tra loro diverse, così come diverse sono le loro culture, storie e tradizioni. Ci sono i giovani liberali di Tel Aviv che protestano contro il governo Netanyahu, quelli che si schierano in difesa del Primo ministro, le ragazze e i ragazzi che manifestano per il rilascio degli ostaggi, gli ultraortodossi che a Gerusalemme alzano la voce per evitare la coscrizione. Ragionare in ottica di sistema quando si parla della società israeliana è concettualmente sbagliato. Pur essendo vero che ogni Paese custodisce complessità di natura sociale, è altrettanto vero che Israele, da questo punto di vista, si colloca molto oltre, lasciando spazio a dinamiche difficili da afferrare, se non conosciute e approfondite.”

La via di fuga

Di sicuro, ad accomunare i giovani d’Israele è la preoccupazione. “A seguito dell’escalation Israele-Iran, in molte e molti stanno decidendo di prolungare le vacanze pasquali fuori dal Paese o addirittura di lasciarlo”, ha riferito il corrispondente. Un istinto di fuga che li avvicina metaforicamente ai giovani di Gaza e che lascia intendere nitidamente che, al cospetto del pericolo, non esistono differenze. “Al momento, le cittadine e i cittadini in Israele si dividono tra chi appare rassicurato dall’efficienza di Iron Dome nel neutralizzare l’attacco nemico e chi ha paura”, ha spiegato Milani senza mezze parole.

Gli ultimi avvenimenti

Nel frattempo, Israele ha attaccato l’Iran, colpendo una base militare a Esfahan. Teheran comunica che i siti nucleari sono in sicurezza. Gli Stati Uniti, dal canto loro, fanno sapere di essere stati avvisati in anticipo del raid, senza però avallarlo. Esplosioni registrate anche nel sud della Siria. Solo le cronache sapranno scrivere la prossima pagina del conflitto. Già nero su bianco è, invece, la storia recente di una terra in cui i giovani - al di qua e al di là della Striscia - hanno come unica prospettiva possibile (secondo l’ONU e non solo) la difficile ma non impossibile soluzione dei due Stati. Ancora una volta, il punto di vista e le parole di Elia Milani ci hanno permesso di trovare coordinate e punti di riferimento nella complessità e di schivare sapientemente pericolose semplificazioni: il conflitto passa anche dal principio di azione e reazione (sociale) dei giovani, da Gerusalemme a Gaza. I manifestanti e i media d’Italia e d’Europa sappiano fare la propria parte.