Sanremo, Francesca Fagnani porta all'Ariston la voce dei ragazzi carcerati: "Non siamo bestie"

La giornalista da Belva si fa portavoce ma se i modi sono quelli pacati di chi si fa portavoce da un palco non suo, il messaggio è potentissimo: "Lo Stato non sia solo repressione, combatta la povertà scolastica"

di MARIANNA GRAZI -
9 febbraio 2023
Tv: 73rd Sanremo Music Festival

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Non sarà un tema discusso e all'ordine del giorno come la violenza sulle donne, non sarà un argomento forte e attuale come l'odio in rete. E lei non sarà certo una donna che smuove milioni di utenti social con un suo semplice "Hi guys" come Chiara Ferragni.  Ma dar voce a chi voce non ne ha, a chi vive dentro una gabbia reale e non sociale, è un azione potente soprattutto perché fatta sul più seguito e ambito palcoscenico italiano. E il messaggio di Francesca Fagnani a Sanremo, è il simbolo di un'urgenza che non può più rimanere celata.

Il direttore artistico del Festival di Sanremo Amadeus con la co-conduttrice Francesca Fagnani (ANSA)

Il monologo scritto coi ragazzi del carcere di Nisida

"Non tutte le parole sono uguali, e non tutte arrivano a noi con facilità. Ci sono parole che per arrivare sul palco di Sanremo devono abbattere muri, pareti, grate e cancelli chiusi a tripla mandata". Il monologo della co-conduttrice della seconda serata del Festival è stato scritto con i ragazzi del carcere minorile di Nisida, "che stanno scontando la loro pena lì e altrove ma senza cercare la nostra pena, perché non se ne fanno niente".
 
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"Non siamo animali, non siamo bestie, né killer per sempre"

La giornalista, che è andata nel centro di detenzione minorile di Napoli, ha chiesto ai giovani carcerati cosa avrebbero voluto comunicare dal palco dell'Ariston. "Dottoré devi dire ad Amadeus che si facesse meno lampade", dice scherzosamente citandoli. "No, quello è Carlo Conti – li ha corretti –. 'Digli che rubare non è il mestiere mio. Oh, l'ho fatto una volta e guarda dove sono finito'". Non hanno mai avuto la possibilità di dire la loro, non di giustificarsi, non vogliono pietà. "Non avevi paura, mentre facevi una rapina?" ha chiesto loro la conduttrice. "Sono cresciuto nervoso, arrabbiato... chi fa le cose per rabbia non ha paura". "Non avevi paura di morire?" insiste Fagnani. "E tanto, prima o poi... – la cinica risposta –. Vogliamo che la gente sappia che non siamo animali, non siamo bestie, non siamo killer per sempre, vogliamo che ci conoscano". La voce ce l'hanno, mancava chi l'ascoltasse. E ben vengano allora una serie tv di successo, come "Mare Fuori", giunta alla terza stagione su Netflix e liberamente ispirata proprio alle vicende di ragazzi e ragazze partenopei in prigione, e una Belva che diventa portavoce di vite, di storie, rinchiuse dietro muri e sbarre.

"Sarei andato a scuola": Fagnani porta all'Ariston le parole dei detenuti

Francesca Fagnani durante il monologo scritto con i ragazzi detenuti a Nisida

"Hanno picchiato, hanno rapinato, hanno ucciso. Alla domanda 'perché lo hai fatto?', però, non trovano la risposta. Risposta che vorrebbero avere, che cercano, che abbozzano, ma la risposta non esce perché è inutile cercarla così. Lo sanno, bisogna andare al giorno prima, alla settimana prima, al mese prima, alla vita prima. Hanno 15 anni e gli occhi pieni di rabbia, occhi pieni di vuoto. Hanno 18 anni e lo sguardo è perso oppure è sfidante. Hanno occhi che chiedono aiuto senza sapere quale aiuto. Senza sapere a chi, chiedere aiuto. La scuola l'hanno abbandonata ma nessuno li ha mai cercati: non la preside ma neppure gli assistenti sociali, che o non ci sono o sono troppo pochi per certe periferie; e le madri e i padri, quelli che c'erano, non ce l'hanno fatta. Quando ho intervistato adulti finiti in carcere per reati gravissimi ho chiesto loro 'Cosa cambieresti della tua vita?' quasi tutti mi hanno dato la stessa risposta: 'Sarei andato a scuola'. Perché se nasci in quel quartiere, palazzo o da quella famiglia è solo tra i banchi di scuola che puoi intravedere la possibilità di una vita alternativa a quella già scritta per te da altri.

"Lo stato deve essere più sexy dell'illegalità"

"Lo Stato non può esistere nelle aree più fragili del Paese solo attraverso la fondamentale attività di repressione delle forze di polizia", dice ancora la giornalista al Festival di Sanremo. E invita: "Lo Stato dovrebbe combattere la dispersione scolastica e la povertà educativa, dovrebbe garantire pari opportunità almeno ai più giovani. È una questione di democrazia, uguaglianza, su cui si fonda la nostra Repubblica. Lo Stato deve essere più attraente, più sexy dell'illegalità" sentenzia la 44enne. "Avete dei sogni", ha chiesto a questi ragazzi la giornalista. "Mi piacerebbe andare a Uomini e Donne", risponde uno. "Io mi pensavo che la felicità si comprava" ribatte un altro.
Ora che sei qui, nel carcere minorile, è tardi. Hai fallito tu e abbiamo fallito tutti. Ma il tuo destino non è irreversibile se quando esci da qui trovi un lavoro, rispetti la legge e superi i pregiudizi. Ma se invece non ce la fai e torni in carcere, quello vero, quello degli adulti, allora lì è davvero finita.

Sanremo, Francesca Fagnani tra Gianni Morandi e Amadeus che l'accompagnano sul palco (ANSA)

La violenza sui detenuti e la rieducazione

Per Francesca Fagnani in Italia la prigione serve a punire il colpevole, non a rieducare né a reinserire nella società chi entra in carcere. "Un autorevole magistrato, al quale dobbiamo essere grati per le inchieste importantissime che coordina (Nicola Gratteri, ndr), quest'estate in un'occasione pubblica ha detto: 'Sono contrario allo schiaffo in carcere, in caserma. Il detenuto non deve essere toccato nemmeno con un dito, per tanti motivi ma soprattutto perché non deve passare per vittima'". Insomma sembra quasi che la ragione sia non dare adito di far il carnefice, il colpevole, come invece quello che subisce, la vittima appunto. Ma per la giornalista non è questo il motivo giusto: "Un detenuto non va picchiato perché lo Stato non può applicare le leggi della sopraffazione e della violenza che appartengono alle persone che lei giustamente arresta". "Se non faremo in modo che chi esce dal carcere sia migliore di come è entrato, sarà un fallimento per tutti. Se non ci arriviamo per civiltà, per umanità, per rispetto dell'articolo 27 della Costituzione, arriviamoci per egoismo, perché conviene a tutti che quel rapinatore, quello spacciatore, una volta fuori, cambi mestiere", conclude Fagnani tra gli applausi del pubblico.