Vita nascente: la polemica tra Pro Vita e pro aborto in Piemonte

La Regione ha raddoppiato i fondi per il progetto a sostegno delle madri incinta e neo mamme in difficoltà. Femministe e Cgil accusano di usare fondi pubblici per limitare la libertà di scelta della donna

di CATERINA CECCUTI
20 febbraio 2024
Una donna incinta

Una donna incinta

La questione è delicata, anzi delicatissima e da qualsiasi punto di vista la si affronti si rischia non tanto di rompere il guscio di un uovo, ma di spezzare – o quanto meno incrinare – il cuore di una donna.

L’interruzione di una gravidanza, infatti, non riguarda soltanto l’aspetto fisico ma anche quello emotivo di colei che si trova a portare avanti la gestazione di un figlio non cercato, e come tale deve prima di tutto non essere giudicata (da nessuno), né strumentalizzata (politicamente). Cosa non semplice se, come è accaduto negli ultimi tempi, sui giornali se ne torna a parlare parecchio – quasi mai peraltro andando ad interpellare le dirette interessate –, tanto che la polemica tra i pro vita a tutti i costi e quanti invece ritengono l’aborto un diritto imprescindibile di ciascuna donna, si riaccende infiammando vecchie e nuove questioni.

Il perché va ricercato nella decisione da parte della Regione Piemonte di rinnovare il fondo destinato al progetto Vita nascente – anzi di raddoppiarlo, fino a raggiungere la cifra del milione di euro tondi tondi –, rivolto alle donne incinte e alle neo mamme in difficoltà economico-sociali. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta, andando a spulciare sul sito della Regione.

Il progetto Vita Nascente 

Il progetto "Vita nascente" della Regione Piemonte
Il progetto "Vita nascente" della Regione Piemonte

Si parla di “progetti per accompagnare le donne e i loro bambini nei primi mille giorni di vita (…) sostenendo concretamente le donne in difficoltà che stanno per diventare mamme o lo sono appena diventate”. Con Vita nascente, si legge più sotto, le donne potranno ricevere ascolto, consulenza, supporto, sostegno economico e beni di prima necessità, prendendo contatto con la propria Asl di riferimento territoriale.

A seconda delle proprie esigenze, alla mamma vengono offerti diversi tipi di assistenza: “Ascolto e consulenza, attraverso la presenza a sportello programmato presso i presidi sanitari; supporto alle donne in attesa per accompagnarle in una scelta consapevole; sostegno economico (compresi contributi per le spese di locazione e per il pagamento utenze) e gli aiuti materiali/fornitura beni di prima necessità (abbigliamento, alimenti, farmaci, pannolini, carrozzine, lettini, ecc.); sostegno psicologico in forma di percorsi individuali o di gruppo, attraverso figure professionali formate e accompagnamento ai gruppi di auto-mutuo aiuto tra gestanti e neomamme, destinati a rafforzare le risorse individuali, le reti parentali e amicali di supporto”.

A queste che erano già le opzioni offerte l’anno passato, nel 2024 la Regione Piemonte aggiunge dei corsi formazione per le donne in gravidanza. A gestirli saranno le associazioni Pro Vita che, con i loro progetti, hanno vinto l’apposito bando destinato al terzo settore.

Ed è questa scelta di utilizzo dei fondi pubblici ad aver suscitato un’ondata di polemiche non indifferente, anche perché – a detta dell’Assessore alle Politiche sociali della Regione Piemonte Maurizio Marrone – l’idea è quella di non creare un’iniziativa spot, quanto un capitolo di spesa permanente in bilancio.

Le proteste di sindacato e femministe 

Manifestazione di Non una di meno a Torino
Manifestazione di Non una di meno a Torino

Una decisione che, per le associazioni femministe, l’opposizione e la Cgil va letta come puramente ideologica ed ha portato anche alla manifestazione davanti a Palazzo Lascaris – durante una recente seduta del Consiglio regionale – del presidio “Decido io”, che ha chiesto il blocco del progetto Vita nascente e lo stop ai finanziamenti: “Si tratta di un attacco senza precedenti ai diritti delle donne e alla laicità delle istituzioni – sono le accuse del sindacato –, in quanto scelte che mirano a indebolire le tutele della legge 194 per le donne che intendono effettuare l’interruzione di gravidanza. E soprattutto distolgono ingenti risorse pubbliche che potrebbero essere destinate a incrementare la tutela e la salute di genere, per finanziare invece i privati delle associazioni antiabortiste”.

Il dibattito sulla 194

La Regione Piemonte però mantiene salda la sua posizione, anche e proprio in virtù di quella legge – la 194 del 1978 – che secondo il sindacato verrebbe indebolita dalle azioni promosse dall’amministrazione regionale: ad oggi in Italia la donna può richiedere l'interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni di gestazione per motivi di salute, economici, sociali o familiari, ed è proprio la norma a descrivere le procedure da seguire in caso di richiesta di aborto: “Esame delle possibili soluzioni dei problemi proposti; aiuto alla rimozione delle cause che porterebbero all'interruzione della gravidanza; certificazione; invito a soprassedere per sette giorni in assenza di urgenza, sia entro che oltre i primi 90 giorni di gravidanza”.

Il Piemonte ha stanziato oltre 400mila euro per progetti contro l'aborto
Il Piemonte ha stanziato oltre 400mila euro per progetti contro l'aborto

È indubbio, dunque, che a tutt’oggi l’obiettivo primario della legge sia ancora la prevenzione dell’aborto “e la tutela sociale della maternità – si legge sul sito del Ministero della Salute – attraverso la rete dei consultori familiari, un obiettivo che si intende perseguire nell’ambito delle politiche di tutela della salute delle donne”.

In Italia, il movimento femminista Non Una Di Meno è sceso in piazza diverse volte chiedendo che l’interruzione volontaria di gravidanza venisse garantita davvero, contro i limiti di una legge ferma agli anni ’70 e gli ostacoli creati da “un’obiezione di coscienza endemica”.

I dati sull’aborto in Italia

Alcuni dati riportati dal Ministero della Salute (relativi al 2020), dimostrano che l’aborto viene praticato dal 60% dei ginecologi al nord, dal 66% al centro, dal 79% al sud e sulle isole, con picchi in Molise (83%) e Sicilia (86%). Numeri che rappresentano una “fotografia sfocata” secondo le ricercatrici Chiara Lalli e Sonia Montegiove che hanno curato lo studio “Mai dati”, pubblicato invece sul sito dell’Associazione Luca Coscioni. Secondo la loro indagine sono 31 (24 ospedali e 7 consultori) le strutture sanitarie in Italia con il 100% di obiettori di coscienza per medici ginecologi, anestesisti, infermieri o OSS. Quasi 50 quelli con una percentuale superiore al 90% e oltre 80 quelli con un tasso di obiezione superiore all’80%.

piemonte protesta opposizioni aborto
piemonte protesta opposizioni aborto

Anche l’assessore Marrone, però, ha presentato i suoi numeri: “Di fronte alla montagna di latte in polvere, pannolini, culle, aiuti per affitti, bollette e mutui – leggi “aiuto alla rimozione delle cause che porterebbero all'interruzione della gravidanza” nel testo della legge 194 –, che grazie al fondo Vita Nascente, i centri di aiuto alla vita stanno fornendo alle donne e coppie socialmente fragili che non vogliono rinunciare alle loro gravidanze, gli slogan ideologici dell’opposizione suonano sempre più stantii e distanti dal paese reale. Il fondo ha permesso alle associazioni di tutela materno-infantile ed ai servizi sociali di seguire e supportare concretamente 478 madri e i loro bambini. Un successo oltre ogni aspettativa, che ci dice che siamo sulla strada giusta, e che ha superato ampiamente il nostro obiettivo iniziale di cento madri e bambini”. La polemica, come si diceva, infiamma e non intende smorzare i propri toni, come fa sapere anche il Movimento 5 Stelle che promette battaglia e controbatte “L’assessore Marrone ci risparmi la retorica sugli aiuti per le donne, il suo unico interesse è quello di limitarne la libertà di scelta.”