L'estrazione di bitcoin è paragonabile a quella di petrolio? I danni ambientali superano i 12 miliardi di dollari

di DOMENICO GUARINO -
14 ottobre 2022
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Più dell’oro e non stiamo parlando del valore. L’estrazione dei bitcoin (il  cosiddetto mining) impatta sul clima più di quella del prezioso materiale, più di un allevamento bovino, più che tirare fuori dal terreno il gas naturale, ed è paragonabile solo all’estrazione di petrolio. A rilevarlo una ricerca dell’Università del New Mexico, pubblicata sulla rivista Scientific Report e rilanciata dal Guardian.

Dal 2016 al 2021 i danni ambientali superano i 12 miliardi di dollari

Secondo la ricerca dell'Università del New Mexico, l'estrazione dei bitcoin è paragonabile a quella del petrolio

Lo studio ha esaminato il quinquennio 2016 - 2021, constatando come, in quel lasso di tempo, la produzione di bitcoin abbia prodotto danni ambientali per oltre 12 miliardi di dollari, ovvero il 35% del suo valore di mercato, con un picco dell’82% nel 2020. Per avere un termine di paragone, diciamo che i bitcoin se la cavano meglio del carbone (la cui estrazione ha un rapporto del 95% rispetto all’impatto sul clima), ma peggio del gas naturale (46%), della produzione di carne bovina (33% ), e dell’oro (il 4% del suo valore di mercato). Sempre nello stesso studio viene calcolato che l'impatto dannoso sull'ambiente legato all’estrazione di criptovalute è aumentato di 126 volte in 5 anni: in pratica ogni moneta generava 11.314 dollari di conseguenze climatiche. L’energia richiesta per il mining sarebbe talmente tanta che nel 2020 – spiega lo studio – la produzione di Bitcoin ha utilizzato a livello globale 75,4 Terawatt (TWh) ora di elettricità, più di quanto consumato in un anno in una nazione come l’Austria e un quarto dell’Italia. Secondo CryptoMonday la creazione di un solo nuovo Bitcoin consuma tanta elettricità quanto una famiglia intera in 9 anni. Dell'effetto negativo su clima ed ambiente generato dalle monete digitali parla anche "Bitcoin electricity consumption index" (Cbeci) della Cambridge University. Secondo la ricerca i miners (cavatori) delle criptovalute usano in misura prevalente le fonti fossili, pari al 62% circa dell’energy mix a gennaio 2022, contro il 65% di un anno prima. Le fonti sostenibili solo salite al 38% contro il 35% del 2021, un miglioramento che non appare sufficiente a rendere sostenibile l’estrazione visto che si tratta di un’attività fortemente energivora. Indice degli argomenti.

I dati che non coincidono

È pur vero che non esiste un sistema regolato e trasparente per la raccolta di dati sul bitcoin mining, ragion per cui, ad esempio, lo studio dell’università di Cambridge ha risultati ben diversi da quelli del "Bitcoin mining council" statunitense, un’associazione industriale secondo cui le fonti sostenibili nell’energy mix del bitcoin sono circa al 60%. Secondo il Cbeci l’impronta di carbonio del bitcoin è molto più alta di così. I progressi, comunque, ci sono: le emissioni di gas serra quest’anno arriveranno a 48,4 milioni di tonnellate di CO2, circa il 14% in meno delle emissioni del mining stimate per il 2021. Un progresso non sufficiente, aggravato dalla dipendenza dal gas.