Ordigni invisibili, vittime innocenti: le mine antiuomo uccidono civili nell’84% dei casi

Il 4 aprile ricorre la Giornata mondiale di promozione dell’azione contro le mine e gli ordigni bellici inesplosi. Al mondo il problema riguarda 58 Paesi

di MARCO PILI
4 aprile 2025
Cambogia, bambini giocano vicini a un cartello che indica un campo minato

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Un tonfo sordo, inatteso. Poi il fumo, le urla, l’odore della polvere da sparo che si mischia a quello della terra. Una vita se ne va, un’altra rimarrà segnata per sempre dai lasciti di un conflitto, quello in Afghanistan, terminato da ormai quarant’anni e relegato ai libri di storia. Omar, oggi, ha nove anni, e porterà con sé a vita i segni dell’esplosione di una mina antiuomo che, in pochi istanti, ha ucciso suo fratello. In quel tremendo agosto del 2023, racconta Emergency, nel solo nucleo familiare di Omar sono state quattro le persone che, dopo aver raccolto da terra degli esplosivi, hanno riportato danni permanenti di diversa entità.

Un bilancio tragico, spesso taciuto, che ogni anno vede migliaia di persone cadere vittime dei lasciti di guerre che si sono concluse anni o, addirittura, decenni prima. Spesso, il materiale plastico o metallico con il quale sono costruiti questi ordigni invisibili consente all’esplosivo di rimanere efficace a distanza di moltissimo tempo, costituendo un pericolo di assoluta rilevanza per le popolazioni autoctone, soprattutto per i bambini e le bambine.

L’84% delle vittime sono civili

Di lingua in lingua, i termini utilizzati per descrivere questi ordigni variano leggermente, e spronano ad una riflessione sul modo in cui vengono ingegnerizzate queste armi e su quelle che, in realtà, sono le conseguenze che il loro impiego comporta. In italiano, il termine mina antiuomo racchiude in sé un riferimento bellico legato all’impiego che questi dispositivi sono chiamati a rivestire: fermare i movimenti di truppe appiedate. Anche la terminologia inglese, racchiusa nell’acronimo APL (Anti-personnel landmine), implica un chiaro riferimento bellico, denotato dal termine “personale (militare, ndr)”, perno della sigla.

Ciò che i termini non rivelano, però, è l’identità di coloro che cadono vittime – o vengono terribilmente feriti – dall’esplosione di questi congegni. Secondo i dati riportati dall’Agi, infatti, nel 2023 l’84% delle vittime delle mine antiuomo è costituito da civili, spesso bambine e bambini. L’Ong Care International, inoltre, stima che siano circa 110milioni le mine posate nel corso dei numerosi conflitti che hanno scosso il pianeta e ancora disseminate nel sottosuolo.

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I dati (terribili) di Landmine monitor

Questi dati, contenuti all’interno del report emesso annualmente da ICBL-CMC (International Campaign to Ban Landmines - Cluster Munition Coalition), una rete globale di Ong che lavorano per eliminare l’uso delle mine, affermano che, nello stesso 2023, 5.757 persone sono rimaste vittime di mine antiuomo e residuati bellici esplosivi. Di queste, 1.983 sono morte, mentre le restanti dovranno fronteggiare danni fisici permanenti.

Nel mondo, sono 58 i paesi contaminati dalle mine. Ad essere colpiti sono, in particolar modo, stati come Ucraina, Afghanistan, Vietnam, Iraq, Cambogia, Bosnia-Erzegovina ed Egitto, recentemente dilaniati da conflitti di vario tipo. In particolar modo, ICBL stima che, nelle regioni orientali dell’Ucraina temporaneamente occupate dalla Russia, siano oltre 139mila i chilometri quadrati contaminati da munizioni a grappolo inesplose o mine antiuomo. Numeri che sottopongono quotidianamente oltre 8 milioni di residenti al pericolo diretto di esplosioni. Questi ordigni, nel solo 2024, hanno causato ben 413 decessi e 966 feriti e ferite gravi tra la popolazione ucraina.

La Convenzione di Ottawa del 1997

A partire dal 1999, la stessa coalizione di enti che redige annualmente il rapporto si occupa di verificare la corretta attuazione della Convenzione di Ottawa. Nel 1997, infatti, l’ICBL ha ottenuto, assieme a Jody Williams, il Premio Nobel per la pace grazie al ruolo di prim’ordine svolto nell’ideazione dell’omonimo Trattato, entrato poi in vigore due anni dopo. Secondo le carte, firmate in origine da ben 122 paesi, è vietato l'uso, la produzione, lo stoccaggio e il trasferimento di “qualsiasi ordigno in grado di esplodere in seguito alla presenza, alla prossimità o al contatto con una persona”.

Tuttavia, non tutti gli Stati hanno aderito al trattato. Oltre agli Stati Uniti, tra i paesi che non hanno firmato la Convenzione figurano India, Cina, Russia, Israele, Corea del Nord e del Sud, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Singapore. Ciò significa che milioni di mine continuano a essere stoccate o utilizzate, mantenendo alta la minaccia per le popolazioni civili. Ad oggi, i paesi firmatari dell’accordo sono ben 164. Un valore che potrebbe presto scendere a 160, considerata l’intenzione espressa da Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia di ritirarsi dal patto in seguito alle crescenti minacce di Russia e Bielorussia.