“Ehi, mi dai una foto di tuo figlio? Però ne voglio una bella, ho comprato questa cornice, voglio metterla qui e guardarla tutte le volte che voglio. Anzi, no, una foto del tuo bambino al mare oppure le foto dei compleanni, mentre spegne la candelina così faccio un collage e poi lo invio anche a tutti i miei contatti così vedono come cresce”. Se queste domande vi venissero rivolte per strada o in ufficio, dal vivo, da qualcuno in carne e ossa, rispondereste senza dubbio di no. Probabilmente vi allontanereste, angosciati.

E allora perché quelle stesse foto le pubblicate sui social alla mercè di chiunque? È la domanda che la dottoressa Roberta Tessaro, 34 anni, psicologa dell’età evolutiva molto attiva come divulgatrice sui social, rivolge ai genitori che la seguono, tra i suoi 172mila follower. Ma, in fondo, è la domanda che si fa chiunque affronti il tema dello sharenting, dalla crasi tra share (condividere) e parenting (essere genitori), cioè la pubblicazione dei figli minori online. Abbiamo parlato con lei del fenomeno, delle sue radici e di cosa si può fare per arginarlo.
Cos’è lo sharenting
Lo sharenting è un fenomeno rischioso, le cui conseguenze forse non si sono ancora espresse nella loro massima pericolosità. Secondo uno studio del 2023 pubblicato sul Journal of Pediatrics – studio che metteva in guardia sui rischi connessi alla condivisione sui social delle immagini dei minori – ogni anno i genitori, nei paesi occidentali, condividono online una media di 300 foto riguardanti i propri figli e prima del quinto compleanno ne hanno già condivise quasi 1.000. Le prime tre destinazioni di queste foto sono Facebook (54%), Instagram (16%) e Twitter (12%). Un problema di privacy enorme, come si legge sul sito del Garante per la protezione dei dati personali: “Ciò che viene pubblicato online o condiviso nelle chat di messaggistica rischia di non essere più nel nostro controllo e questo vale maggiormente nel caso dei minori. Quando qualcosa appare su uno schermo, non solo può essere catturato e riutilizzato a nostra insaputa da chiunque per scopi impropri o per attività illecite, ma contiene più informazioni di quanto pensiamo, come ad esempio i dati di geolocalizzazione”.
La parola alla psicologa: i rischi dello sharenting
Dottoressa Tessaro, quali sono i rischi dello sharenting?
"Li possiamo dividere in più categorie. Da un lato, il fatto che condividendo foto e video, questi non sono più in mio possesso, non sono nel cassetto di casa da tirare fuori per i parenti. Sono a disposizione di tutti, anche se proteggiamo i nostri account. Chi naviga nel dark web sa come aggirare i limiti. Poi c’è il problema della costruzione a tavolino, sui social, dell’immagine della genitorialità. Si ostenta la genitorialità, ma fino a dove è vera? Potrebbe subentrare l’insoddisfazione di non essersi goduti un momento, un attimo… è una cosa con cui fare i conti. E poi c’è il problema della privacy. Se io pubblico sui social e poi mi pento, un domani posso prendermela con me stessa. Ma un bambino? Si ritrova un curriculum online, alla portata di tutti, senza averlo potuto decidere. Lo sharenting è l’ostentazione della vita di una persona che non l’ha accettata”.
Cosa spinge un genitore a postare le foto e i video dei figli minorenni?
“Le motivazione sono varie. Di certo, è un gesto che è stato normalizzato da chi ci ha costruito sopra una carriera. Io genitore non vedo i rischi se quella stessa cosa la fa un personaggio che apprezzo. C’è poi da considerare che i genitori di oggi sono una generazione di mezzo, non possono identificarsi a pieno con i genitori di ieri, per i quali il percorso era chiaro, stabilito. Oggi i genitori vogliono condividere la genitorialità per chiedersi “sto facendo la cosa giusta?”. Non è un caso che venga ostentata anche molto la gravidanza. È un ruolo. La generazione precedente viveva con tappe ben scandite, ora invece è tutto più confuso, quando accade quello che la società si aspetta da te, lo si mostra per far vedere di aver raggiunto quel traguardo. E poi c’è anche tanta superficialità: chi già posta tanto sui social non si fa influenzare dagli appelli a una maggiore cautela”.
Come arginare il fenomeno dello sharenting
E allora cosa si può fare per ridimensionare questo fenomeno?
“Non basta dire che pubblicare i minori sui social è sbagliato e pericoloso, bisogna mostrarlo, far vedere l’atto finale. Ci vogliono modalità dirette, come per esempio far vedere la lettera di una figlia ai genitori in cui si parla delle conseguenze dello sharenting sulla propria privacy. Bisogna far capire che se il gesto di pubblicare è semplice, non sono semplici invece le conseguenze”.
C’è chi usa l’argomento dei bambini nelle pubblicità per dire che in fondo è una cosa sempre esistita.
“Ma non è la stessa cosa. Le foto sui social sono prese dalla vita privata del bambino”.
Cosa succede nella testa di un genitore, quello che dovrebbe tutelare di più il proprio figlio o la propria figlia, per fargli decidere di abdicare alla tutela della loro privacy in questo modo?
“In tanti rispondono con leggerezza: è una cosa bella, lo faccio vedere perché è bello e non c’è niente di male. Poi lo fanno tutti. C’è poi la necessità dell’approvazione degli altri sul mio ruolo genitoriale, la mia identità di genitore si accresce. Infine, c’è chi spiega di avere il profilo privato, ma questa risposta non ha senso. In primis perché chi naviga nel dark web non si fa certo fermare dal profilo privato e poi, chiediamoci, ma privato cosa significa?”.
Le possibili conseguenze sui bambini esposti sui social
Quali sono le conseguenze per questi bambini, una volta cresciuti?
“Sicuramente c’è un discorso di privacy. Mi metto nei panni di un teenager che sta costruendo la sua identità, si farà l’idea di non essere stato tutelato, avrà difficoltà a capire cosa c’era dietro quella foto, si chiederà: cosa c’è dietro l’ostentazione oltre il ricordo? Un racconto fittizio della propria vita, fatto sui social dai genitori, potrebbe mettere in difficoltà il giovane, che magari ha di quel momento un ricordo molto diverso dalla perfezione che si voleva trasmettere. Potrebbe provare rabbia: perché hai mostrato la mia vita? Non è detto che la generazione di oggi voglia vivere i social come l’abbiamo fatto noi. Anzi, io vedo un distacco. Cioè, usano moltissimo i social ma per fare contenuti, della loro vita mettono poco”.
Perché questo secondo lei?
“Sono molto sensibili ai giudizi sui social e si rendono conto di quali conseguenze potrebbero avere. Per esempio, un loro professore potrebbe vedere le loro foto da piccoli. Mi rendo conto che sono molto più sensibili di noi adulti a certe tematiche. Penso alle emozioni, il consenso, i sentimenti. Parlano molto di debolezze, noi eravamo più prestazionali”.
I social, sono un bene o un male?
“Sono una bella vetrina ma possono diventare una prigione, perché ci spingono a mostrare quello che gli altri possono apprezzare. Quindi diamo il meglio di noi, come all’inizio di una relazione, ma quanto può durare?”.