Suicidio assistito, Martina Oppelli ha diritto a una revisione delle condizioni

Il tribunale di Trieste ha condannato l’Azienda sanitaria del Friuli Venezia Giulia che aveva negarto alla donna di essere dipendente dal trattamento di sostegno vitale

17 luglio 2024
Martina Oppelli (Dire)

Martina Oppelli (Dire)

Martina Oppelli ha diritto a una rivalutazione delle sue condizioni in risposta alla sua richiesta di accesso al suicidio assistito.

Il Tribunale di Triesteha infatti stabilito che la 49enne, che convive da oltre vent’anni con la sclerosi multipla, che l’ha resa tetarplegica e non più autonoma dal 2'012, deve “ricevere, dall'Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina, una rivalutazione delle sue condizioni per verificare se soddisfa o no il requisito del trattamento di sostegno vitale – ‘sentenza Cappato’ – per accedere a morte volontaria assistita”.

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Lo rende noto l'associazione Luca Coscioni. L'Asugi, in precedenza, aveva negato che Oppelli fosse dipendente da trattamento di sostegno vitale, ma la signora da sola non può mangiare, bere, muoversi né assumere farmaci. Dipende, insomma, interamente dal supporto altrui per sopravvivere, tanto che se non fosse intervenuto il Tribunale si era detta già pronta ad andare in Svizzera per accedere alla procedura di fine vita. "Dal 2012 ho bisogno di una persona che faccia tutto per me. Sofferenze e dolori sono enormi. Quello che ho vissuto non dovrebbe provarlo nessuno – aveva detto appena qualche giorno fa, rinnovando l’appello perché la sua richiesta di morte assistita fosse accettata in Italia –. Non sono una suicida. Sono esausta. Esaurita”. 

Fine vita spina nel fianco del Friuli Venezia Giulia

Martina Oppelli (Ass. Luca Coscioni)
Martina Oppelli (Ass. Luca Coscioni)

Con l’annuncio della giuria triestina si riaccende per lei una flebile speranza: “L'Asugi  –concludono dalla Coscioni – ha da oggi 30 giorni per le verifiche, poi dovrà pagare 500 euro a Martina per giorno di ritardo oltre a spese di giudizio”.  La decisione del Tribunale non sorprende, dopo 8 mesi dal diniego di Asugi era scontato l'intervento giudiziario. Anche perché intanto le condizioni di Oppelli sono peggiorate. Per il Friuli Venezia Giulia il fine vita è una spina nel fianco: anni fa il caso di Eluana, di recente quello di ‘Anna’ (nome di fantasia di un’altra donna triestina) e ora Martina. Questi ultimi due analoghi e sostenuti dall'associazione Luca Coscioni.

La 49enne, che più volte ha chiesto di poter “morire in Italia col sorriso”, oggi cita Karl Kraus: “scriveva 'Chi ha qualcosa da dire? Faccia un passo avanti e taccia’. Io quel passo non posso più farlo, dunque parlo. La decisione del Tribunale denota grande sensibilità di chi ha saputo riconoscere il dolore in una creatura che, nonostante tutto, conserva sempre il sorriso”. E spera nello “scuotere le coscienze di chi ha capacità e potere”.

I casi di ‘Anna’ e Martina 

L'avvocata Filomena Gallo, segretaria Associazione Coscioni e difensore della Oppelli, confronta il caso con quello di ‘Anna’: “Situazioni simili, decisioni opposte diametralmente”. Ancora una volta, “sono i giudici a doversi sostituire all'inerzia della politica”, sentenzia Marco Cappato, dell'Associazione Coscioni, che chiama in causa il Consiglio regionale del Fvg: “Si era rifiutato di garantire tempi e procedure certi alle persone malate che chiedono di accedere al suicidio medicalmente assistito”.

Per il presidente del Consiglio regionale, Mauro Bordin, il fine vita “è tema che in Regione è stato affrontato, ma è giusto trovare una linea nazionale”, “una risposta unitaria senza differenziazioni territoriali”. Un tema urgentissimo per la politica, chiamata una ad affrontare la questione una volta per tutte, fermo restando “le azioni che il singolo può svolgere in giudizio e le determinazioni dei giudici”. La dem Deborah Serracchiani è lapidaria: “Chi non vuole una legge o non vuole attuare pienamente la legge che già c'è, si assume pesanti responsabilità, il vuoto normativo aumenta lo strazio di persone che chiedono rispetto e dignità”.