Gianfranco Jannuzzo, dal teatro alle strade della sua Sicilia per raccontare con le foto la terra dell'accoglienza

Attore ma anche eccellente fotografo, ha pubblicato il volume "Gente mia", in cui gli scatti in bianco e nero parlano del suo territorio natio e dell'importanza della conservazione

di GUIDO GUIDI GUERRERA -
5 ottobre 2022
L'attore Gianfranco Jannuzzo è anche un eccellente fotografo (Instagram)

L'attore Gianfranco Jannuzzo è anche un eccellente fotografo (Instagram)

Gianfranco Jannuzzo (67 anni) è un famoso attore di cinema e televisione, ma il suo volto è, in modo speciale, legato al teatro. Il sorriso franco e smagliante, l’accento siciliano mai volutamente domato, quasi a voler subito dichiarare l’irresistibile amore per le proprie origini, ne fanno un personaggio molto apprezzato dal pubblico.  Straordinaria e immediata è l’onda di simpatia che riesce a trasmettere grazie all’abilità interpretativa dei poliedrici ruoli che riesce a proporre ogni stagione sui palcoscenici italiani. Gianfranco non è però soltanto un autentico leone della recitazione ma  anche eccellente fotografo, appassionato raccoglitore di immagini istantanee da sempre. In questa veste ha recentemente esordito pubblicando il volume "Gente mia" (Medinova ed.) in cui racconta la sua Sicilia con splendide foto in bianco e nero, capaci di mettere in evidenza i tratti di un’isola vecchia e nuova. Quella delle strade assolate con i tipici venditori ambulanti,  quella della devozione religiosa, ma soprattutto il volto di una terra aperta alla multirazzialità e all’accoglienza, scrutata attraverso il sapiente uso dell’obiettivo, pronto a cogliere istanti irripetibili e densi di messaggi ricchi di grande umanità.
L'attore Gianfranco Jannuzzo

L'attore Gianfranco Jannuzzo

Così, nelle trame di questo discorso intimo si indovina l’immenso rispetto per il territorio, di certe vie in cui sorgono altere bellezze architettoniche, delle stupende aree archeologiche e di incantevoli centri storici spesso preda di una trascuratezza colpevole. Le immagini inseguono avide questi scorci di vita vera per suggerire che la magnificenza naturale dei luoghi aspetta di essere necessariamente armonizzata con quella speciale, sapiente e costante cura rivelatrice di attenzione amorevole nei confronti dell’ambiente. Purtroppo, sembra considerare amaramente Jannuzzo, i siciliani continuano a ignorare l’importanza della conservazione, del mantenimento in ordine delle cose perché l’ignavia e il menefreghismo portano inesorabilmente al degrado. “Non si sanno e non si vogliono rimboccare le maniche quando è ora, con la vecchia tendenza di aspettare la classica manna dal cielo”. Vizi cristallizzati nel tempo associati a indiscusse e nobili virtù di antichissima memoria, che diventano in molti casi spunto di argomentazioni dell’attore agrigentino, giocate sul filo dell’ironia bonaria durante i numerosi monologhi teatrali. E adesso alla potenza suadente della parola si aggiunge quella immediata e folgorante degli scatti fotografici, perfetti nel rappresentare una Sicilia ora più che mai alla conquista di una crescente coscienza civica e sociale, con le carte in regola per emergere sul piano dell’impresa e della cultura contemporanea, e proprio per questo spronata a credere con tutta la determinazione possibile in se stessa, a fare di quel gioiello di bellezza ammirato dal mondo un ideale realizzato di perfezione.
L'attore Gianfranco Jannuzzo con la collega Debora Caprioglio

L'attore Gianfranco Jannuzzo con la collega Debora Caprioglio

Lei racconta spesso in teatro quanto la 'sua' Sicilia sia stata oggetto di discriminazioni… "Questa Sicilia di cui parlo in certi miei spettacoli appartiene per fortuna a un tempo non recente. In effetti ricordo tristi situazioni di cui sono state vittime tanti miei concittadini: esperienze umilianti vissute sulla pelle di molta gente costretta a cercare lavoro al nord. Nessuno può dimenticare i cartelli esposti davanti alle case di importanti città del settentrione, in cui a lettere cubitali si leggeva il messaggio poco edificante 'Non si affitta ai cani e ai meridionali'. Erano altri tempi, in cui mancavano totalmente il senso dell’accoglienza e qualsiasi altra forma di sensibilità nei confronti del 'diverso', visto solo come un intruso. Personalmente a Roma, dove tanti anni fa mi sono trasferito, non ho mai vissuto il trauma del forestiero, nonostante il problema dell’inclusione esistesse e fosse un grosso ostacolo per molti. Il quartiere dove vivevo era Centocelle, un’area molto popolare in cui ho frequentato il liceo e dove ero noto con l’epiteto di 'er siciliano’, anche per quel mio vezzo di non voler rinunciare al mio accento per nulla al mondo. Oggi mi accorgo che le cose sono cambiate in modo radicale: il mondo gira in fretta, la gente si sposta velocemente e tante persone che hanno avuto la possibilità di viaggiare e conoscere la Sicilia se ne sono semplicemente innamorate".
La cover del libro "Gente mia"

La cover del libro "Gente mia"

In che modo si sono difesi i siciliani da offese secolari, da forme di emarginazione ottusa e senza ragione? "Immagino che la tipica pazienza intrisa di saggezza dei siciliani sia riuscita a rimarginare in maniera naturale quelle vecchie ferite. Non per indifferenza o insensibilità: tutt’altro. Forse per quieta accettazione della fatalità. Ogni abitante dell’isola sa perfettamente quanto valga l’arte del lasciare scorrere le cose, del far finta di non capire ciò che invece ha afferrato molto bene. Tutto sommato aspettare che il tempo sistemi ogni cosa è un atteggiamento pratico improntato a una filosofia di vita spontanea, la stessa che ha permesso a tutti i siciliani di sopravvivere alle catastrofi naturali, così come agli insulti o agli attacchi di qualsiasi tipo. Piuttosto ogni siciliano dovrebbe guardarsi dalle offese che reca a se stesso talvolta a causa dello propria indole, di un carattere che lo porta a fare poca autocritica e a credere che la colpa delle tante questioni irrisolte dipenda esclusivamente dagli altri. Meno individualismo equivarrebbe a una coscienza sociale molto più sviluppata, a un senso civico più pronunciato e quindi a esiti migliori da tutti i punti di vista".
Iannuzzo valorizza la bellezza e la storia della città di Agrigento, attraverso un’immagine che racconta la fede e la grande devozione dei fedeli verso il Santo Nero

Iannuzzo valorizza la bellezza e la storia della città di Agrigento, attraverso un’immagine che racconta la fede e la grande devozione dei fedeli verso il Santo Nero

Ritiene che questa mentalità diffusa faccia da freno a un pieno sviluppo delle idee e dei progetti realizzativi che oggi  sono possibili solo grazie a  un ben organizzato gioco di squadra? "Senza dubbio. Purtroppo avverto questa condizione come una tara di non poco conto destinata ancora a gravare sulla vita dei miei amatissimi conterranei. È vero: siamo incapaci di pensarci come squadra, manca proprio nel nostro Dna l’idea di fare fronte comune, difetta quel senso dell’unione che potrebbe realmente fare la forza e la differenza. Ognuno per sé, come se non appartenessimo invece a una lunga catena di interconnessioni imprescindibili. La nostra continua a essere una forma di imprenditoria sempre pensata al singolare, si esclude quasi a priori l’ipotesi di mettersi in società: quando questo si verifica il più delle volte prelude al fallimento. Se la Sicilia non è competitiva, come potrebbe e dovrebbe essere, dipende proprio da una mentalità che dovrebbe prescindere dalla logica  degli interventi o delle sovvenzioni, evitando il solito atteggiamento da questuante. La Sicilia è una terra nobile e famosa per ingegno e  cultura, eppure questo non può bastare. Adesso manca solo che ciascuno impari a darsi da fare, a mettersi in gioco in ogni circostanza, a capire l’importanza del lavoro di equipe, a diventare protagonista mettendo da parte le lamentele sterili. Il siciliano di epoche trascorse ci ha tramandato la bella eredità fondata sull’efficacia dello sviluppo delle idee nate dal confronto e dall’integrazione. Agrigento, la mia città, conserva vive queste tracce del passato, testimonianze di cui è costellata specialmente l’epoca aurea della cultura durante il regno di Federico II di Svevia. Si hanno notizie di una sinagoga e di una moschea in quello che oggi è il quartiere Riolo, sorte entrambe in un contesto cattolico: un progetto multireligioso a sottolineare come l’enorme rispetto verso ogni tipo di fede fosse ritenuto assolutamente normale, naturale".
Jannuzzo con i suoi scatti in bianco e nero racconta la Sicilia

Jannuzzo con i suoi scatti in bianco e nero racconta la Sicilia

Quale Sicilia raccontano le fotografie raccolte nel suo ultimo libro? "Quella della collaborazione, di un territorio unico, della bellezza in tutte le sue forme, dei baci a e degli abbracci. A cominciare dal bacio di una ragazza alla statua di San Calò, il santo nero patrono di Agrigento famoso per i suoi poteri taumaturgici. Una tradizione condivisa con San Cono o la Madonna Nera di Tindari nel messinese o San Bernardo il Moro a Palermo. Questo dimostra come nel cuore dei siciliani non sia mai esistita neppure la più vaga traccia di razzismo. Piuttosto mi chiedo come certi politici siano stati capaci di manipolare la gente suscitando più reazioni di pancia che riflessioni della ragione, provocando ad arte paure che nessun siciliano, e in fondo nessun italiano, avverte davvero. Credo che la foto dei  quattro bambini, due bianchi  e gli altri due di colore ritratti  su un balcone di Agrigento, supera qualunque stereotipo perché parla di gesti d’amore e di amicizia senza confini. I loro nomi sono Salvatore e Calogera, Muhammad e Ibrahim. Tutti siciliani, tutti nati nella mia stessa città. Mi diverte questa colorata, multiforme mescolanza così come da tempo la vivono  i londinesi, mentre considero quanto siamo ancora distanti da quel loro traguardo. Posso dire che solo pochi anni fa quando parlavo di Lampedusa, il teatro veniva giù per lo scrosciare ininterrotto di applausi. Adesso noto invece una maggiore tiepidezza, come se l’argomento fosse saturo, per qualche ragione inflazionato. Ho proprio l’impressione che nuove ansie e nuove paure indotte si vadano sostituendo al bisogno di accoglienza del fratello in difficoltà. Tuttavia sono convinto che il processo sociale improntato all’auspicato modello inglese è ormai  inevitabile, anche se ci vorrà qualche decennio per completarlo. Questa certezza riesce a rendermi felice e fiero anche dei pochi ma sicuri segnali che si intravvedono all’orizzonte". Quale potrebbe essere la foto dei suoi sogni in cui i sentimenti per la sua terra si concentrano trovando sintesi ideale? "Esiste già, ed è proprio quella di quei quattro bambini fotografati in un lampo di sole della mia terra. È una immagine che contiene tutti i valori universali in cui credo, che fanno parte della mia sensibilità di uomo e di attore. Che mi rendono siciliano sempre più orgoglioso delle mie radici, sempre più felice di condividerle con chi ama come me quest'isola e può renderla ogni giorno migliore".