Iacopo Melio: "Inclusione vera? Quando la disabilità non sarà questione di nicchia"

Il consigliere regionale toscano in occasione della Giornata internazionale dedicata: "È facile parlare di disabilità (se sai davvero come farlo)"

di MARIANNA GRAZI -
3 dicembre 2022
iacopo melio

iacopo melio

Cambiare il modo di parlare di una cosa porta anche ad un cambiamento nella cosa stessa. Adesso sostituite quindi la parola "cosa" con disabilità, e riformulate la frase. Perché per trasformare il modo in cui, come società, come persone, 'trattiamo' la disabilità, dobbiamo partire proprio dal linguaggio utilizzato. Ne è convinto Iacopo Melio, giornalista, attivista per i diritti umani, consigliere regionale della Toscana e scrittore, che ha pubblicato recentemente il suo ultimo libro "È facile parlare di disabilità (se sai davvero come farlo)" (Erickson) e che raggiungiamo per un'intervista proprio in occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità, che si celebra ogni anno il 3 dicembre. Indetta dalle Nazioni Unite dal 1981, la ricorrenza punta ad aumentare la sensibilità e la consapevolezza delle comunità umane sul tema, nell'auspicio che, anche attraverso una giornata dedicata sia sempre maggiore la comprensione dei problemi connessi a questa condizione (anzi, condizioni) e cresca allo stesso tempo l'impegno per garantire la dignità, i diritti e il benessere delle persone con disabilità

Melio è stato nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Sergio Mattarella nel 2018. Dal 2020 è consigliere regionale toscano

Consigliere Melio, una ricorrenza dedicata è ancora fondamentale o rappresenta un anniversario simbolico per poi passare semplicemente ad un altro il giorno successivo? "Vorrei tanto ribadire l’importanza del 3 dicembre e, più in generale, di tutte le 'giornate internazionali' dedicate non solo alla disabilità, per fare divulgazione e amplificare la consapevolezza delle persone. Il punto è che, ancora oggi, spesso, queste restano occasioni di facciata durante le quali fare passerelle istituzionali cariche di disability washing fine a se stesso, dato che il giorno dopo poco o niente viene cambiato di ciò che non va. Ogni giornata ci ricorda sicuramente l’importanza di creare momenti in cui fermarsi a riflettere, informarsi e lasciarsi sensibilizzare: al tempo stesso, però, ritengo essere fondamentale restare critici, preservando un’insoddisfazione di fondo per sottolineare come l’inclusione sia un processo continuo e partecipato, che non può e non deve essere episodico, circoscritto in sole ventiquattro ore di riflettori accesi. Come scrivo nel libro È facile parlare di disabilità (se sai davvero come farlo): 'Tutte le varie Giornate avranno realmente senso soltanto finché continueremo a programmarle con il profondo impegno di non doverle più menzionare molto presto, perché a quel punto vorrebbe dire che tutte le persone sono diventate pienamente consapevoli di ciò che la disabilità sia, di quello che comporti e di come poterla affrontare per non crearne più'. Perciò viva il 3 dicembre, sì, ma che lo sia tutto l’anno!". Il titolo del suo ultimo libro è già una dichiarazione d’intenti. Quindi: come bisogna parlare di disabilità? "Bisogna farlo prima di tutto in modo consapevole e preciso: essere persone con disabilità, lavorare a stretto contatto con essa o essere Caregiver, ad esempio, non conferisce automaticamente esperienza e competenza tecnica, soprattutto a livello comunicativo. Non a caso i disability studies comprendono discipline come sociologia, psicologia, antropologia, linguistica… E hanno almeno mezzo secolo di storia! Ecco perché dovremmo affidarci a chi si occupa specificatamente di inclusione, per imparare a stare 'dalla parte giusta', quella che intende costruire una società davvero per tutte e per tutti. In secondo luogo, bisognerebbe parlarne in modo più spontaneo e semplice possibile, senza pietismo e compassione (che sono i due sentimenti più deleteri che si possano provare verso la disabilità), e senza tutto quel politicamente corretto ipocrita che ha paura di chiamare le cose con il proprio nome (un chiaro esempio lo è il termine 'diversamente abile', che oltre a non significare niente non fa altro che discriminare evidenziando ulteriormente le differenze tra le persone disabili e quelle così dette 'normodotate'). E poi, c’è tutta una serie di pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni che, grazie alle parole giuste, si possono spezzare, avvicinando le persone anziché dividendole, per 'normalizzare' quella che di fatto è una condizione più che comune. La chiave di tutto questo è rimettere al centro la 'persona', imparando a vedere gli individui per ciò che sono e non per le loro difficoltà: ecco perché il termine corretto, ad esempio, è 'persona con disabilità', perché la disabilità è soltanto una delle tante caratteristiche presenti in qualcuno". L’inclusione delle persone con disabilità, ma anche di qualsiasi categoria sia oggi marginalizzata o in minoranza, passa anche dal linguaggio? "Passa soprattutto dal linguaggio, eppure tantissimi fanno ancora fatica ad accettarlo, molto spesso per pigrizia mentale, ritenendo i 'fatti' molto più importanti delle 'parole'. L’obiezione più comune è: 'Che mi importa di come la gente mi chiama se poi esco di casa e trovo un mondo pieno di barriere architettoniche?'. Bisogna però capire che quando cambiamo il modo di chiamare qualcosa quel qualcosa cambia, e dunque cambia anche il modo in cui le persone si rapportano a quel qualcosa. 'Le parole sono importanti', diceva Nanni Moretti, e aveva proprio ragione, perché il linguaggio sta alla base della cultura ed è proprio questa che influenza gli atteggiamenti e le azioni delle persone. Se vogliamo che certi diritti siano garantiti, dobbiamo fare in modo che le persone, soprattutto quelle che rappresentano le Istituzioni, sappiano 'riconoscerli'".
 
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Lei si spende da anni, come attivista e comunicatore, per i diritti umani e civili, per abbattere le barriere architettoniche e per ottenere quelle libertà che sono ancora precluse. Quali risultati, tra quelli ottenuti, sono più significativi? "I risultati materiali sono sempre molto complessi da raggiungere perché frutto di una somma di fattori spesso indipendenti da chi si spende in prima persona: uno può, ad esempio, voler rendere tutti i treni di un Paese accessibili, ma se mancano le risorse economiche per acquistare mezzi nuovi, o si scontra con una burocrazia troppo complessa, può fare ben poco. Ciò che ho visto molto cambiare negli ultimi dieci anni di lavoro, invece, è stata la mentalità delle persone, oggi molto più attente e consapevoli rispetto a qualche tempo fa: basti pensare al numero crescente di servizi giornalistici sui temi dell’inclusione e dell’accessibilità per denunciare ingiustizie, così come piccoli cambiamenti culturali positivi (uno su cui mi batto spesso e che trova sempre più alleati, è il contrasto a chi parcheggia senza averne l’autorizzazione sul posto giallo riservato alle persone con disabilità). Vedere crescere la consapevolezza nelle persone, grazie anche al potere dei social e della rete che permettono di condividere pensieri, storie ed esperienze, è senza dubbio un grosso passo avanti". Quali i passi avanti ancora da fare, invece? "Molto semplicemente, credo che avremo una società davvero su misura di tutte e di tutti quando capiremo che la disabilità non è una questione di nicchia ma una condizione che riguarda o può riguardare chiunque, laddove si trovi in un contesto sfavorevole o non abbia gli strumenti e i servizi giusti per potersi autodeterminare. Questo è il passo avanti più grande che dobbiamo ancora compiere e possiamo farlo solamente andando insieme nella stessa direzione: 'È facile parlare di disabilità (se sai davvero come farlo)' vuole provare a innescare proprio questo, dando a chiunque voglia gli strumenti migliori per parlare 'di' e 'con' la disabilità, non solo evitando di fare danni e discriminare, per quanto in modo involontario, ma anche per essere lui stesso veicolo di una giusta sensibilizzazione". Consigliere Regionale della Toscana dal 2020: Firenze, la sua città, e la Toscana, come si pongono in un'ipotetica classifica di accessibilità? "Firenze è una città stupenda, per me la più bella del mondo e lo dico senza essere di parte, abitando in provincia; ma come tutte le città storiche è al tempo stesso inaccessibile alle persone con disabilità. Certo, la Toscana sta lavorando moltissimo sul fronte dell’accessibilità (io stesso, come consigliere regionale, sto cercando strade per valorizzare un turismo che risponda alle esigenze di tutte e di tutti, soprattutto per chi ha una mobilità ridotta), ma dobbiamo ancora trovare abbastanza coraggio per unire la bellezza storica del passato agli aiuti che lo sviluppo tecnologico può offrire, abbattendo barriere architettoniche e culturali come già altri Paesi, all’estero, hanno fatto, in una fusione che non deturpa bensì valorizza ulteriormente aprendola all’universalità. Un obiettivo che sono certo la mia Regione, nei prossimi anni, renderà sempre più vicino".